Archive for ‘Ambiente’

31 marzo 2014

La difesa del più debole e le origini dell’egualitarismo

Anche nelle società umane meno complesse, come quelle di cacciatori-raccoglitori, si osservano comportamenti che tendono a mitigare le disuguaglianze tra individui nella competizione tra i membri del gruppo per ottenere maggiori risorse. Un nuovo modello di teoria dei giochi mostra che la tendenza a prendere le parti del più debole porta a massimizzare i vantaggi per tutti i membri del gruppo, ponendo le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo (red).

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo

© Ikon Images/Corbis

L’origine dell’egualitarismo, vale a dire dell’adozione da parte dei nostri antenati di comportamenti destinati a ridurre l’iniquità nella distribuzione delle risorse tra i membri di un gruppo, è una questione dibattuta da tempo. Benché si tratti di una tendenza evidente nella specie umana, osservata anche in società meno complesse, come quelle dei cacciatori-raccoglitori, nessuna delle spiegazioni avanzate finora, che fanno riferimento all’altruismo e alla cooperazione, risulta soddisfacente se applicata a gruppi gerarchizzati come quelli dei nostri antenati.

Partendo da queste constatazioni, Sergey Gavrilets, del Dipartimento di ecologia dell’Università del Tennessee a Knoxville, negli Stati Uniti, ha indagato sulla possibile origine dell’egualitarismo usando una simulazione al computer secondo le regole della teoria dei giochi, di cui riferisce sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.  Per quanto parziali, i suoi risultati dimostrano che in alcune condizioni evitare la prevaricazione del più forte sul più debole può portare a un vantaggio per tutto il gruppo, facendo sì che ciascun membro goda di maggiori risorse con meno costi.

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo
Manifestazione del movimento Occupy Wall Street a New York:
una delle più recenti forme di richiesta di una più equa distribuzione
delle risorse nella società (© Bo Zaunders/Corbis)

Gavrilets ha posto come condizione iniziale l’esistenza di una gerarchia all’interno del gruppo che rispecchia la forza dei singoli individui e di una relazione a due in cui un soggetto incarna la figura del “prevaricatore” e l’altro quella della “vittima”. I due ruoli possono o meno contendersi un bene: nel primo caso la vittima può combattere per mantenere il possesso (in questo caso la probabilità di vittoria è in funzione della differenza di forza tra i contendenti ed entrambi pagano un “costo”) oppure cedere senza combattere. Gli individui, inoltre, possono trovarsi in entrambi i ruoli un certo numero di volte durante la vita. Dopo un certo intervallo di tempo, il successo riproduttivo viene valutato in base alle risorse accumulate. Infine, un terzo individuo, lo “spettatore”, può intervenire in favore del più debole.

Al termine della simulazione, sono emersi alcuni dati importanti, per quanto non conclusivi, che pongono le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo. Il primo è che pressoché tutti gli individui del gruppo traggono vantaggio da meccanismi che inibiscono il passaggio delle risorse dal più debole al più forte, perché ciascuno ottiene mediamente più risorse con meno costi. L’egualitarismo in definitiva, porta a una società in cui le iniquità tra i membri sono fortemente ridotte. In una successiva elaborazione della simulazione, inoltre, si è visto che in un arco di tempo ampio l’evoluzione porta a un raffinamento di questi comportamenti di aiuto, fino all’emergere di schemi comportamentali di cooperazione e di altruismo più elaborati.

4 marzo 2012

Ricavo e traffico: i dubbi di Parigi

Il dossier” sulla Lione-Tori-no “ha un carattere incompleto… il suo grado di coerenza e di precisione è spesso inferiore a quello che ci si potrebbe attendere da uno studio di impatto riferito a un’opera di questa portata”. A dirlo non sono i No-Tav della Val di Susa, ma un documento dell’Agenzia Nazionale per l’Ambiente francese. Un soggetto pubblico. Che, pur con linguaggio diplomatico, avanza dubbi clamorosi: i calcoli dei traffici e della redditività potrebbero essere stati compiuti su dati non più validi e forse troppo ottimistici. Ma un documento che soprattutto dice: “La valutazione socio-economica del progetto stima che sarà a partire dal 2030-2035”, dopo la realizzazione delle opere che metteranno fine al doppio utilizzo passeggeri-merci della linea, “che si potrà operare una svolta modale importante”. Ma il progetto low cost su cui puntano adesso Italia e Francia prevede ancora le strutture essenziali per separare i traffici passeggeri e merci rendendo vantaggiosa la linea?

   Il documento di 28 pagine (firmato nel dicembre scorso) contiene decine di “raccomandazioni” alla società realizzatrice su questioni non secondarie, come la valutazione degli impatti ambientali. Un rapporto che arriva in un momento delicato per la Francia: siamo alla vigilia delle elezioni e la Lione-Torino sembra non convincere più tutti.

   L’Autorità Ambientale francese “raccomanda di rimediare”. Non bocciati, ma rimandati, questo sì. Si parla “dell’impatto ambientale complessivo” delle strutture connesse alla nuova linea ferrovia-ria. L’Autorità non si accontenta della documentazione presentata da Rff (la società pubblica che gestisce la rete ferro-viaria francese, gemella dell’italiana Rfi, assieme alla quale gestisce il cento per cento delle azioni della Lyon-Turin Ferroviaire) chiede approfondimenti sulla “sistemazione delle stazioni e delle tratte urbane resa necessaria dal traffico più intenso”. Pretende poi chiarimenti della sistemazione “dei campi e dei boschi” attraversati dalla nuova linea.

   Il rischio inondazioni

   All’impatto ambientale sono dedicate sette pagine. L’Autorità “ritiene che lo studio di impatto non ha il livello di precisione, di completezza e non tiene adeguatamente conto delle specificità locali”. Partiamo dall’acqua: “Si raccomanda di completare gli studi… e di precisare le misure tecniche che si intendono prendere… tenuto conto dell’importanza dell’elemento “acqua” per questo progetto”. Un capitolo fondamentale riguarda le zone umide e a rischio inondazioni. L’opera, raccomanda l’Autorità, “deve essere trasparente”, cioè non deve ostacolare il deflusso delle acque: “La società Rff deve dimostrare la trasparenza idraulica dell’opera, senza limitarsi ad affermarla”.

   C’è poi la questione dello “smarino” che preoccupa anche in Val di Susa: “Nello studio sull’impatto bisogna fornire dettagli sul trattamento del materiale proveniente dallo scavo dei tunnel, che richiederà lo smaltimento di dieci milioni di metri cubi ”. Quindi il punto forse più scomodo per i sostenitori dell’opera in cui si raccomanda un “migliore studio sull’impatto” precisando “la valutazione socio-economica del progetto”. Qui l’Autorità pare mettere in discussione i dati sulla redditività dell’opera: “Tenuto conto della fortissima probabile sensibilità dei risultati di redditività alle ipotesi delle diverse scadenze, l’Autorità raccomanda di mettere in relazione le ipotesi di traffico dello studio socio-economico con quelle dello studio di impatto” tenendo in conto le diverse fasi del progetto “e di indicare la sensibilità dei risultati a ipotesi di traffico merci più deboli di quelle considerate…”. Insomma, il calcolo dei benefici non può essere effettuato sull’ipotesi più ottimistica. L’Autorità avverte di “aver avuto comunicazioni di nuove previsioni di traffico differenti da quelle che sembrano essere state prese in considerazione nella valutazione socio-economica attuale…”. L’Autorità non ha potuto conoscere “per giunta gli impatti di queste nuove ipotesi sui calcoli di bilancio del progetto”. E qui un punto chiave: “Il risultato abbastanza debolmente positivo (dei calcoli presentati dalla società realizzatrice, ndr) è dipendente da una parte di ipotesi di traffico non stabilizzato e dall’ipotesi di scadenze di lavoro molto serrate”. In sostanza l’Agenzia pare dubitare che “un ritardo, che non appare inverosimile” nella realizzazione dell’opera “modificherebbe la redditività ipotizzata”. Dubbi sostanziali. L’Autorità raccomanda: occorre chiarire in che cosa la redditività sarebbe influenzata dai ritardi per dare “una buona informazione al pubblico sulla reale utilità del progetto”.

   Il dossier dell’Autorità non è passato inosservato in Francia. Le associazioni ambientaliste Frapna e Fne inizialmente avevano dato il via libera al Tav, adesso chiedono una proroga della discussione pubblica. Alcuni partiti, come anche una parte dell’Ump, cominciano a nicchiare.

   Dubbi cugini

   Difficile dire se nella battaglia del Tav si stia per aprire un fronte francese. Finora la popolazione era in gran parte favorevole. Merito anche del lungo lavoro di preparazione compiuto dai governi di Parigi . La legge del 2002 ha previsto che in val Maurienne l’86% delle imprese siano locali. Il personale dei cantieri si appoggia ad alberghi e ristoranti della zona. Poi sgravi fiscali, ipotesi di destinare alle comunità locali il ricavato della vendita della roccia scavata. Per finire con il dibattito pubblico che si sta concludendo in questi giorni. Vero, i lavori per le gallerie preliminari sono quasi finiti. Ma in Francia da più di dieci anni stanno lavorando anche per preparare il terreno “umano”.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Fermarci è impossibile Lo striscione al corteo No-Tav di Bussoleno. Appuntamento oggi a Giaglione, per una “polentata” accanto al cantiere (FOTO ANSA)

4 marzo 2012

Smonti

In un vecchio varietà, Paolo Panelli teneva una rubrica dal titolo “La parola all’esperto” e spiegava agli italiani il bricolage di cui era, appunto, un grande esperto. Ogni sua lezione si concludeva così: “A questo punto voi mi chiederete che cos’è il legno. Ed eccomi qui pronto a spiegarvelo: il legno è il legno”. La scena si sta ripetendo con i presunti tecnici del governo Monti che, quanto ad argomenti tecnici sul Tav Torino-Lione, non hanno nulla da invidiare ai politici dai quali dicono di volerci salvare. Ma nemmeno a Panelli. La loro adesione al Tav si fonda su questa motivazione squisitamente tecnica: “Il Tav si deve fare perché si deve fare”. C’è anche una variazione sul tema, anch’essa molto tecnica: “Il Tav si deve fare perché così è stato deciso”. Si sperava che almeno Monti, della cui preparazione nessuno ha mai dubitato e che ha trascorso ai vertici delle istituzioni europee gli ultimi anni della sua carriera, ci illuminasse con parole un tantino più dettagliate e persuasive. Invece è stato più evasivo di un Bersani, il che è tutto dire: “Il Tav in Valsusa si farà per rimanere agganciati all’Europa, in senso anche fisico”. E “per evitare che in un continente alla deriva diventi sempre più difficile trovare posti di lavoro”. Perché, a suo dire, il Tav “genera benefici economici rilevanti e posti di lavoro” e addirittura consente “a giovani italiani di garantirsi un futuro”. Ora, qualunque cantiere crea posti di lavoro, anche quelli addetti a spaccare pietre e poi a reincollarle, anche quelli specializzati nello spostare massi da A a B e poi da B ad A. Si tratta di vedere quanto rende l’attività di un cantiere e dunque quanto costa ciascun posto di lavoro: quando Ugo Fantozzi va in pensione e cade in depressione, la moglie Pina va dal megadirettore galattico e lo paga di nascosto perché si riprenda il marito a lavorare. Ecco: Monti è Pina e i posti di lavoro del Tav avranno la stessa utilità di quello di Fantozzi: zero. Si tratta infatti di costruire una seconda linea ferroviaria accanto a quella esistente (la Torino-Modane, appena potenziata per 500 milioni e già inutilizzata per l’80-90%), scavando per 15 anni un tunnel di 60 km dentro una montagna piena di amianto e materiali radioattivi e devastando una valle. Il tutto a un costo chi dice di 8, chi di 18 miliardi (preventivi, naturalmente: i consuntivi in Italia sono sempre il doppio o il triplo) che ci vorranno due o tre secoli per ammortizzare. A questo punto, visto che per il Tav si prevede di dare lavoro a 3-4 mila persone, è molto meglio mandarli a spaccare pietre e poi a reincollarle, o a spostarle di qui a lì e di lì a qui: costa meno. Oggi, negli articoli di Sansa e Ponti, i lettori del Fatto trovano altre smentite tecniche sul rapporto costi-benefici (i primi sovrastimati i secondi sottostimati) e sull’impatto ambientale-sanitario (devastante) del Tav: dati provenienti non dai black bloc o dagli anarcoinsurrezionalisti, ma dall’Europa, dall’Agenzia nazionale per l’ambiente francese e dai migliori atenei e politecnici italiani. E allora, se tutt’oggi le autorità europee e francesi ritengono i calcoli sul Tav approssimativi e inaffidabili, perché le ruspe sono già in movimento? Sul sito de lavoce.info, poi, si scopre che anche l’“aggancio all’Europa” di cui favoleggia Monti è una maxiballa: l’Italia è già agganciata alla Francia con l’autostrada, col treno veloce passeggeri (il Tgv), col treno merci (Torino-Modane) e via aerea. Quanto all’epico Corridoio 5 da Lisbona a Kiev, “è solo un tratto di pennarello sulle carte” e soprattutto “la Commissione europea non richiede affatto che l’attraversamento delle Alpi sia effettuato con una linea ad Alta velocità/capacità: sia a Est sia a Ovest le merci continueranno a viaggiare su reti ordinarie, come del resto da Lione a Parigi”. Tutto questo i grandi giornali, house organ del Tav, non lo dicono. E neanche i “tecnici” di governo: perché non lo sanno o perché è meglio non dirlo? Nel primo caso sarebbero dei cialtroni, nel secondo dei banditi.

di Marco Travaglio, IFQ

29 febbraio 2012

Tecnici ad alta voracità

La violenza, oltre a essere sempre sbagliata, è il miglior regalo che i No Tav possano fare al partito trasversale Pro Tav: che aspetta soltanto il morto per asfaltare l’intera Valsusa e farne tre, di Tav, non solo uno. Per fortuna la manifestazione di sabato è stata l’ennesima presa di distanze del movimento dalla violenza. Non a parole (anche se qualche parola dei leader non guasterebbe, per rimediare al danno fatto con gli assalti al procuratore Caselli), ma nei fatti. Detto questo, c’è un però: gli ordini che il partito trasversale Pro Tav impartisce alle forze dell’ordine. Non sta scritto da nessuna parte che queste debbano cingere d’assedio un’intera valle, braccare i contestatori fin sui tralicci situati a casa loro (infatti si vogliono espropriare i terreni), accogliere nelle stazioni in assetto antisommossa i manifestanti reduci da un corteo pacifico. Chi dà questi ordini compie una scelta precisa: quella di provocare. La provocazione non giustifica la violenza, ma ne attenua le responsabilità: infatti il codice penale prevede l’attenuante della provocazione. Qualche settimana fa alcuni cittadini accolsero una manifestazione secessionista della Lega a Milano srotolando un tricolore: subito intervenne la Digos intimando loro di ritirarlo per non provocare i leghisti. Il mondo alla rovescia, visto che, fra la bandiera nazionale e i vessilli secessionisti, sono i secondi a essere illegali e non la prima. Però si può capire il gesto della Digos, per evitare inutili incidenti. Ora la domanda è: il dovere della polizia è evitare gli incidenti, o provocarli? Nel caso della Lega, li ha evitati. Nel caso del movimento No Tav, sembra volerli provocare. E non per colpa dei singoli poliziotti, che (eccetto quelli che aggiungono gratuitamente condotte violente, difficili da individuare e punire perché nascosti sotto i caschi) obbediscono agli ordini. Ma per colpa di chi dà gli ordini. Cioè della politica. La militarizzazione della Valsusa, a protezione di un cantiere che non esiste, dura da almeno dieci anni e accomuna centrodestra e centrosinistra. Governi politici di segno opposto, ma non sul Tav, che ha sempre messo tutti d’accordo (compresi i grandi costruttori e le coop rosse, già noti alle cronache giudiziarie). Ora però c’è un governo tecnico. Formato cioè, almeno sulla carta, da “esperti”. La domanda è semplice: con quali argomenti tecnici hanno deciso di continuare a finanziare quell’opera? Da anni si attende che qualche autorità spieghi ai valsusini e a tutti gli italiani perché mai imbarcarsi in un’opera da megalomani, concepita negli anni 80, quando ancora il modello di sviluppo si fondava su una gigantesca invidia del pene e inseguiva la grande muraglia e la piramide di Cheope. Oggi tutti i dati descrivono la Torino-Lione come una cattedrale nel deserto, inutile per il traffico merci e passeggeri, anzi dannosa per l’ambiente e le casse dello Stato. Il governo tecnico, con motivazioni tecniche, ha respinto l’assalto dei forchettoni olimpici di Roma 2020: operazione che sarebbe costata ai contribuenti almeno 5 miliardi. Il Tav, anche nell’ultima versione “low cost”, dovrebbe costarne 8: ma i preventivi, in Italia, sono sempre destinati a raddoppiare o triplicare (il Tav Torino-Milano è costato 73 milioni di euro a km, contro i 9,2 della Spagna e i 10,2 della Francia). Il gioco vale la candela, a fronte di un traffico merci e pesseggeri Italia-Francia in calo costante? Gli economisti de lavoce.info, l’appello di 360 docenti universitari e persino il Sole 24 Ore rispondono che no, l’opera non serve più a nulla. Sono tecnici anche loro, anche se non stanno al governo: tutti cialtroni? Se i tecnici di governo han qualcosa di serio da ribattere, lo facciano, dati alla mano: altrimenti i cialtroni sono loro. Rispondere, come l’ineffabile Passera, che “i lavori devono continuare” punto e basta, in omaggio al dogma dell’Immacolata Produzione, è roba da politicanti senz’argomenti. E, per come si sono messe le cose, è la peggiore delle provocazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

7 dicembre 2011

I soldi per le opere inutili non mancano: 2 miliardi per la Tav

Il governo Monti ha confermato ieri la scelta di scommettere sulle grandi infrastrutture per sostenere la crescita economica. Una riunione del Cipe, comitato interministeriale per la programmazione economica, ha staccato un assegno da 4,8 miliardi per mandare avanti i cantieri. Tra le decisioni di spesa figurano: 1,1 miliardi di euro per il secondo lotto della ferrovia ad alta velocità da Genova a Tortona (costo totale 6,2 miliardi); 919 milioni per la ferrovia alta velocità tra Treviglio e Brescia (costo totale 2 miliardi); 600 milioni per il Mose, il sistema di difesa di Venezia dall’acqua alta (costo totale 5 miliardi di euro); 598 milioni per le manutenzioni stradali dell’Anas.    La scommessa sulle grandi opere è confermata anche dagli articoli 41-47 del decreto approvato domenica sera dal consiglio dei ministri, contenenti una serie di misure per velocizzare le procedure e favorire il finanziamento. Il comma 1 dell’articolo 42 prevede che lo Stato possa pagare i costruttori con la cessione di immobili pubblici; ai commi 2 e 3 “per favorire l’apporto di capitale privato” si consente di dare al concessionario che realizza l’opera anche la concessione di sfruttamento economico di “altre opere connesse”, in modo da limitare per questa via il ricorso alle banche; al comma 4 allunga la durata delle concessioni di sfruttamento economico dell’opera realizzata fino a 50 anni.    Tutte norme molto complesse tecnicamente, ma con un filo conduttore: agevolare la possibilità per lo Stato di indebitarsi per spendere. Su questo argomento il governo Monti si differenzia dal precedente, anche se può sembrare incredibile, per una più spiccata predilezione per il cemento.    Basti l’esempio delle due opere ferroviarie finanziate ieri senza nessuna rivisitazione della sensatezza di simili spese. Per il cosiddetto “terzo valico” si finanzia la galleria che passa sotto il passo dei Giovi, in attesa di vedere se ci saranno i soldi per fare il resto, per esempio i binari. Quando l’opera sarà terminata, nel 2019, ci sarà una ferrovia ad alta velocità da Genova a Tortona, 53 chilometri il cui effetto sul traffico ferroviario sarà trascurabile, visto che a Tortona i treni torneranno sulle vecchie linee in direzione Milano. E ancora non è stato deciso se sarà percorsa da treni merci o passeggeri.    La Treviglio-Brescia invece è inserita nel programma di alta velocità tra Milano e Trieste. Finora è stato costruito il tratto da Milano a Treviglio, 27 chilometri percorribili a non più di 200 all’ora. Adesso si finanziano i 39 chilometri tra Treviglio e Brescia, 40 milioni a chilometro per una linea dove dal 2016 si potrà andare a 300 all’ora, ma solo per 39 chilometri. Poi ricomincia la vecchia linea, perché da Brescia a Padova non si farà niente per mancanza di soldi. Peraltro l’alta velocità serve solo a far costare di più la linea visto che il treno incontrerà in 250 chilometri Milano, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Mestre e Venezia: o non si ferma mai o i 300 all’ora non li toccherà.    A conferma del clima di corsa al cantiere in stile “primissima Repubblica”, la protesta di Debora Serracchiani, giovane rappresentante del rinnovamento Pd, che ha espresso “rammarico per l’assenza della Venezia-Trieste dalle ultime assegnazioni, e speranza vigile per l’impegno successivo del governo sulle infrastrutture ferroviarie del nordest”. Già, perché non buttare via un po’ di soldi anche vicino a casa Serracchiani?

di Giorgio Meletti, IFQ

Il ministro Corrado Passera (FOTO ANSA)

28 ottobre 2011

Questa Milano da sventrare

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare”: come la piazza di Sant’Ambrogio a Milano trasformata nel tetto di un parcheggio a silos interrato di cinque piani, da realizzare attraverso uno scavo sotto falda che potrebbe mettere in pericolo la Basilica stessa. È davvero a uno spettrale Blade Runner del patrimonio storico e artistico che fa pensare il progetto contro cui stanno lottando Italia Nostra, un folto gruppo di intellettuali e i cittadini che abitano nella zona. L’idea di sventrare uno dei luoghi più sacri della città nasce nella ‘Milano da bere’ della metà degli anni Ottanta , ma prende corpo nel 2001 grazie a Gabriele Albertini, contemporaneamente sindaco e commissario al traffico. Nonostante che, nel 2005, la Soprintendenza architettonica dichiari “inopportuna e non condivisibile la realizzazione dell’opera”, il permesso alla fine arriva: una contraddizione che è il frutto della parcellizzazione del ministero per i Beni culturali, diviso in infinite istanze decisionali sovrapposte e affidate a responsabili che si avvicendano continuamente.

NEL 2006, il nuovo sindaco Letizia Moratti avvia il cantiere, e per rispondere agli esposti dei cittadini e di Italia Nostra nomina una commissione di garanti (garanti del parcheggio, evidentemente). Dopo una lunga serie di sondaggi archeologici, l’ultima campagna elettorale si svolge mentre lo scavo sta per entrare nel vivo: e Giuliano Pisapia dichiara che, in caso di vittoria, “si interverrà facendo sospendere i lavori” (lo si può constatare su Youtube). Ora, dopo alcuni imbarazzanti tentativi di rimangiarsi quell’impegno, l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Pisapia dichiara che è impossibile fare marcia indietro, perché salvare la piazza di Sant’Ambrogio potrebbe costare fino a dieci milioni di euro di penali e rimborsi. In attesa che questa risposta diventi ufficiale, precisando una cifra che appare improbabilmente alta, il comitato dei residenti (nel quale figurano anche alcuni nomi noti dell’alta borghesia cittadina) ha replicato immaginando una colletta internazionale.    È a questo punto (cioè ora) che il Giornale ha titolato: “La sinistra al caviale paga per bloccare i lavori”. Il messaggio è chiarissimo: il patrimonio storico e artistico è un lusso per ricchi. E non viene solo dalla voce del padrone. Negli stessi giorni, per esempio, la Confindustria e la Cgil toscane si sono trovate ineditamente concordi nel definire “ambientalisti in cachemire” quanti hanno provato a evitare che un sito archeologico etrusco-romano fosse sostanzialmente distrutto per far posto a un capannone industriale. Invece che gestire la complessità di una convivenza tra sviluppo e cultura, la giunta regionale di Enrico Rossi ha preferito sacrificare la prima sull’altare del secondo: convinta, come il Giornale, che la cultura sia un lusso come il caviale. E qualcosa di analogo sta succedendo a Napoli, dove il sindaco De Magistris, dopo aver vinto le elezioni sull’onda di una condivisibilissima richiesta di legalità, si appresta a trasformare la colmata tossica e illegale di Bagnoli nel teatro delle regate dell’America’s Cup.

IN TUTTI e tre i casi la sinistra al governo rinuncia a tutelare l’integrità della città e del territorio, come se questa fosse un privilegio e non un fondamentale strumento costituzionale per attuare l’eguaglianza, la sovranità popolare e la giustizia sociale: uno strumento prezioso in primo luogo per i cittadini economicamente più deboli. E tutto ciò mostra che, su questi temi cruciali, il vero scontro non è tra Destra e Sinistra, ma tra i cittadini che difendono i beni comuni e le autorità pubbliche che, di fatto, li privatizzano (secondo una dinamica chiarita assai bene da Ugo Mattei).    E visto che si parla di Sant’Ambrogio, potrebbero essere proprio i versi di Giuseppe Giusti a definire ciò che rischiano di diventare gli ignavi rappresentanti di questa Sinistra di governo: “Strumenti ciechi d’occhiuta rapina”.

di Tomaso Montanari, IFQ

27 ottobre 2011

Coste distrutte, 15 radar in Sardegna anti-immigrati

Il mare c’è. Bello, limpido, con correnti non troppo pericolose. Perfetto per trivellare in cerca di petrolio. Il vento non manca: allora non si può rinunciare all’eolico. Alla faccia del danno all’ambiente. Ma soprattutto la Sardegna è un’isola, zeppa di vip, yacht, ville, moto d’acqua e navi che scaricano ostriche. Quindi è fondamentale la costruzione di radar, i migliori, per salvaguardare il territorio dallo sbarco di clandestini, attacchi terroristici, contrabbando e pesca illegale. E visto che ci siamo, meglio organizzare le cose in grande, per questo ecco pronti quindici Elm-2226, di fabbricazione israeliana, quattro assegnati alla Guardia di Finanza, gli altri alle capitanerie di porto. “È una follia. Arriveranno a circondare di filo spinato l’isola, solo per i loro interessi, senza tener conto delle conseguenze, sia riguardo alla salute dei cittadini, sia per la distruzione del territorio. È business, è potere”, spiega Caterina Pes, deputato del Pd, sarda doc, che sulla vicenda ha presentato più interrogazioni parlamentari. Ed ecco i soldi. Molti. Parliamo di un finanziamento ottenuto dall’Unione europea di oltre 66 milioni di euro in una prima tranche, ai quali andrebbero aggiunti altri 160. “È solo un comitato d’affari tra lo Stato italiano e l’industria israeliana”, incalza Claudia Zuncheddu, consigliere indipendentista della Regione Sardegna.

A PENSARLO sono anche le popolazioni coinvolte, terrorizzate dai possibili effetti nocivi legati alle radiazioni. I radar si comportano come dei fari, emettono fasci di microonde in grado di provocare, a chi ne è investito, “due differenti effetti – spiega la Pes –, a seconda dell’intensità: o danni immediati all’organismo, e parliamo di bruciature, gonadi e altro; oppure, quando le radiazioni sono più deboli ma prolungate, anche leucemie e linfomi”.    Tutto, in zone già ampiamente martoriate, con indici tumorali fuori da ogni media nazionale “a partire da Porto Torres, e in questo caso, il mio, è un parere da medico”, spiega la Zuncheddu. Lì, lato nord-ovest dell’isola, la possibilità di contrarre il cancro è quasi doppia rispetto alla media nazionale, come testimonia il registro tumori della provincia di Sassari: qui l’incremento tra gli adolescenti è del 3,8 per cento l’anno, a differenza del 2 riscontrato nel continente, dell’1 in gran parte dell’Europa e dello 0,7 negli Stati Uniti. Oppure il sud-est, vicino al poligono di Quirra, dove vogliono piazzare un paio di radar: già adesso circa il 65 per cento dei pastori è affetto da leucemia, qui sono nati maialini senza occhi né orecchie, o agnelli con due teste. E ancora il sud-ovest, Carloforte o Isola di San Pietro, luoghi famosi per le tonnare, dove i crudi di mare sono considerati una specialità: uno studio ha rilevato che il 40 per cento dei bambini ha disfunzioni alla tiroide. Poco lontano c’è il polo siderurgico di Portovesme dove sono in corso procedimenti penali per traffico di rifiuti industriali.

IL RISULTATO è che al solo parlare di radar, qualcuno si è incazzato. Le associazioni ecologiste si sono ribellate, gli interessati hanno organizzato occupazioni selvagge, presidi con bandiere, assalti per fermare le ruspe e in qualche caso blitz incediari “perché non ne possiamo più – racconta Roberto, quarant’anni, nato e cresciuto nel Sulcis –. Passano sopra le nostre teste come se nulla fosse, mentre in zone della Sardegna abbiamo indici tumorali altissimi! Altro che sole, mare, spiagge e natura…”. Il Tar di Cagliari è intervenuto: il 12 ottobre ha ordinato la sospensione dei lavori nei tre siti prescelti dalle Fiamme gialle, nel sud dell’isola, per pesanti incongruenze nelle valutazioni sulla sostenibilità ambientale e pareri frettolosi per non perdere i finanziamenti. “Ma non basta – continua la Pes –, ci riproveranno, magari otterrano una proroga dal-l’Europa, e ricominceranno a costruire e in zone anche protette”. È così. Una colata di cemento armato ha già intaccato Punta Scomunica, uno dei punti più belli dell’isola, posto dichiarato Parco Nazionale. A Sant’Antioco, il radar dovrebbe sorgere a Capo Sperone, vicino a Su Semafuru, area da poco restituita dai militari alla Regione. Nel cagliaritano, l’indice è verso Capo Spartivento, sottoposto a vincolo di conservazione integrale. E così via. Ma il livello massimo è quello raggiunto sulla costa occidentale, dove non incidono solo i progetti legati al pattugliamento delle acque. Nel golfo di Oristano, in un’area di 683 chilometri quadrati, e a una profondità compresa tra gli 80 e i 200 metri, la “Key Puma Petroleum” ha il via libera per trivellare. Ovviamente si è a ridosso di un’area marina protetta , ma una deroga non la si nega a nessuno: “Vede – interviene l’onorevole Pes –, nel 2010 in Italia sono stati estratti 5 milioni di tonnellate di petrolio, settecentomila dei quali, a mare. Vuol dire meno del 7 per cento dei consumi nazionali di greggio”. Insomma, briciole che mettono a rischio un ecosistema: “Pensi se accadesse nel Mediterraneo una tregedia simile a quella del Golfo del Messico. Devastante – conclude la Pes –. E per quattro soldi”.

AD ATTIRARE le grandi compagnie sono le tariffe, come denuncia un rapporto di Legambiente: in Italia si ottengono facilmente le autorizzazioni (alla faccia della burocrazia nostrana…) e i canoni di concessione annuali sono solo di 5 euro per chilometro quadrato, dieci volte in meno della Gran Bretagna. Ma l’energia non si ricava solo dal petrolio. Sempre qui, nel golfo di Oristano, hanno chiesto di realizzare un impianto eolico off shore. Tradotto: in acqua, verso Is Arenas-Sa Pallosu. Ottanta turbine, con pale alte circa 80 metri da inserire in un fondale di 35 metri. Addio turismo, addio pesca, addio ecosistema marino. Chi vende i progetti parla di futuro, progresso, migliori standard di vita. Chi è coinvolto ha qualche dubbio, che diventa certezza se pensa a tutte le volte che sono stati sedotti con le medesime scuse.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

25 ottobre 2011

Troiate ad Alta Velocità

Spiace per i gufi e gli sciacalli dei partiti e dei giornali, ma alla manifestazione anti-Tav è filato tutto liscio: 10-15 mila persone a volto scoperto, armate soltanto delle proprie ragioni, come nella stragrande maggioranza dei cortei degli ultimi vent’anni in Val di Susa. Che non sono ideologici o emotivi: sono basati sui dati e non c’entrano nulla con la sindrome Nimby (non nel mio quartiere). La gente della Valsusa, come ogni italiano sano di mente, non è contro le opere pubbliche. È contro quell’opera. Perché non serve a nulla, costa uno sproposito, devasta ambiente e paesaggio molto più dello smog causato dai tir. Chi avesse ancora dei dubbi si riveda su Internet la prima puntata di Report. Emanuele Bellano ha messo a confronto le ragioni dei Sì Tav e dei No Tav e, per i primi, è stato un bagno di sangue. Anzi di ridicolo. Il giornalista sbatteva i dati ufficiali in faccia allo sgovernatore del Piemonte, l’acuto Roberto Cota. Il quale, con lo sguardo penetrante tipico della triglia lessa, rispondeva con supercazzole del tipo: “La Tav (per lui, treno è famminile, ndr) apre il Piemonte e tutto il sistema-Paese all’Europa. Prima di tutto è un’apertura psicologica, di prospettiva”. Inutile far notare che la linea ferroviaria storica Torino-Modane è sottoutilizzata per un sesto della sua capacità: “Se vuole intervistarmi sulla Tav, prenda appuntamento”. Poi se la dava a gambe. Come tutti i politici di destra, di centro e del Pd quando s’imbattono nei fatti e nei dati. Nel 1991 il primo studio di fattibilità commissionato dalla Regione al comitato Alta Velocità prevedeva che il traffico passeggeri fra Italia e Francia sarebbe passato da 1 milione e mezzo di persone a 7,7 milioni nel 2002. Invece, vent’anni dopo, è precipitato a 7-800 mila. Dunque il Tav non serve per il trasporto passeggeri. Infatti, per giustificarlo ex post, si prese a dire che era indispensabile per le merci e gli cambiarono nome: da Alta Velocità ad Alta Capacità. Purtroppo, secondo l’Ufficio Federale Trasporti della Svizzera, il traffico merci fra Italia e Francia sta colando a picco da 10 anni: dagli 8 milioni di tonnellate del 2000 ai 2,5 del 2009. Infatti gli interporti di Susa e Orbassano sono semideserti e i treni merci sulla linea storica Torino-Modane sono vuoti all’80%: potrebbero trasportare 20 milioni di tonnellate, invece ne scarrozzano meno di un sesto. Il grosso delle merci passa dal Gottardo e dal Brennero. Ma ecco la trovata geniale del sottosegretario ai Trasporti, Mino Giachino: “Il progetto è stato riconvertito da passeggeri a merci perché è caduto il muro di Berlino (in verità era già caduto nel 1989, due anni prima che partisse il progetto, ndr). Ma la Tav (e dàgli, ndr) consentirà di collegare le merci da Lisbona a Torino fino a Kiev”. Resta da capire quali merci il Portogallo dovrebbe spedire in Ucraina alla velocità della luce, e viceversa. Ma ecco l’ultima scusa inventata da Cota: l’“apertura psicologica”. Un bel buco psicologico, anzi psichiatrico di 50 km che in 15 anni di lavori asporterà 1 milione di tonnellate di detriti da una montagna ricca di amianto e radioattività. Il tutto per la modica cifra di 22 miliardi, salvo rincari. “Li pagheranno – osserva Milena Gabanelli – i nostri figli disoccupati”. Ma di queste cose è vietato parlare. Soprattutto per il Pd, passato da Falce&Martello a Calce&Trivello. Chiamparino, l’ex sindaco-banchiere, invita Bersani a farsi fotografare con Di Pietro e Vendola “solo se dicono pubblicamente che sono per la Tav (e ridàgli, ndr)”. Il sindaco-fossile Fassino definisce i No Tav “antistorici”. E il segretario regionale Morgando ha minacciato gli iscritti tentati dal manifestare contro il Dio Tav: “È dirimente per gli iscritti al Pd la non partecipazione. Non consideriamo legittimo che aderiscano alla manifestazione di domenica. Sarà messa in discussione la convivenza nel partito con queste persone”. Manco fossero dei pregiudicati. Anzi no, fossero pregiudicati verrebbero iscritti d’ufficio.

di Marco Travaglio, IFQ

13 ottobre 2011

Rostagno scoprì gli interessi della mafia sui rifiuti

Nel 1988 la mafia trapanese aveva messo le mani su uno degli affari risultati tra i più lucrosi della storia di Cosa Nostra in Sicilia occidentale: il business dei rifiuti, solidi urbani e speciali, smaltimento, trasporti, ciclo del riciclaggio, anche la costruzione di mega impianti. Fiumi di denaro, miliardi di vecchie lire, tanto da far dire una cosa precisa al capo mafia dell’epoca, Vincenzo Virga, il boss che avrebbe fatto in provincia di Trapani il “portavoce” dell’allora manager di Publitalia e fondatore di Forza Italia, senatore Marcello Dell’Utri. A proposito dell’appena realizzato impianto di riciclaggio di Trapani, pronto già nel 1988 ma mai entrato completamente in funzione, Virga, che lo gestiva tramite società paravento, ai suoi accoliti ne spiegava il funzionamento con una frase a effetto: “Trasi munnizza e nesci oro”. Ed era proprio così.

Solo che questa realtà di connessioni tra mafia, impresa, affari, con di mezzo la politica e tanti “piccioli” , verrà scoperta anni dopo con le indagini della Squadra Mobile. Perché già qualche anno prima del 1988 e fino al 1994, Vincenzo Virga era un imprenditore insospettabile.

MAGISTRATI e investigatori cercavano ancora il suo predecessore, Totò Minore, ma nessuno di loro sapeva che Minore era stato strangolato e sciolto nell’acido nel novembre del 1982 per ordine di Totò Riina, e che nel 1985 Francesco e Matteo Messina Denaro per ordine di Bernardo Provenzano avevano messo Vincenzo Virga a capo del mandamento di Trapani. In quel 1988 a Trapani a parlare dell’anormalità diventata normalità era un giornalista di quelli senza tessera, Mauro Rostagno, ex sessantottino, ex di Lotta continua, che dagli schermi di una tv privata, Rtc, parlava di immondizia e la gente lo ascoltava. Non ne parlò per tanto tempo, fu ammazzato la sera del 26 settembre 1988.    Agli atti del processo per il suo delitto, in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, con due conclamati mafiosi come imputati, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, mandante e killer, ci sono appunti di Rostagno, dove sono scritti nomi che anni dopo risulteranno coinvolti nell’affare dei rifiuti, negli appalti pilotati. Rostagno , che in tv aveva tirato fuori l’alleanza mai svelata prima tra i mafiosi di Catania e quelli di Trapani, prendeva appunti che conservava gelosamente. Il panorama di quegli anni ‘80 a Trapani e tutto quello scoperto nei 20 anni a seguire è stato spiegato ieri ai giudici dall’ex dirigente della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares, oggi dirigente dell’Anticrimine. “Rostagno era tra i giornalisti una voce fuori dal coro, era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato”. Linares nel 2008 ha ottenuto dalla Dda di Palermo una delega per fare nuovi accertamenti sul delitto.

SI È SCOPERTO che nel fascicolo mancava una comparazione balistica con altri delitti commessi nel trapanese. Sono saltate fuori due stesse armi, un revolver e un fucile calibro 12, una serie di analogie con altri omicidi, e poi un nome, quello di Vito Mazzara, uno dei tiratori della nostra Nazionale di tiro a volo, che però, più che al piccione, tirava ai “cristiani”. Vito Mazzara è stato condannato all’ergastolo per efferati delitti, tutti commessi allo stesso modo. La testimonianza di Linares è stata apprezzata dai pm Paci e Del Bene, poiché “ha ricostruito un quadro investigativo oggi fondato su sentenze passate in giudicato e sottolineato ai giudici la serialità di quei delitti che portano la firma di Mazzara, secondo noi Rostagno compreso”.

di Rino Giacalone, IFQ

15 settembre 2011

Cappellacci e la pubblicità al cemento (con i soldi pubblici)

Le insuperabili epistole di Totò alla malafemmina (“Siamo noi con questa mia a dirvi”, “chiudi la parente”) e di Benigni e Troisi a Savonarola? Superate. Perché nella lettera che il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci sta pubblicando un giorno sì e l’altro pure sul quotidiano l’Unione Sarda, la realtà vince su qualsiasi ispirazione cinematografica. Due pagine piene pagate con i soldi pubblici per spiegare ai cittadini che il piano paesaggistico regionale va cambiato e che è già pronto il nuovo. È un suo vecchio cruccio fin dai tempi della campagna elettorale: in Sardegna divieti di qua, divieti di là, non si vive, e soprattutto, non si costruisce più. E allora eccola, la sua disamina. Cappellacci inizia bucolico: “Il paesaggio è di tutti noi, ancora di più è in tutti noi”, come dimenticare “la vigna di nonno all’imbrunire”, che “lascia senza fiato”, in un nostalgico tensivo. Però. C’è il però.

“NON POSSIAMO bloccare l’evoluzione della vita. E con essa l’evoluzione del paesaggio”, scrive il Cappellacci darwiniano. “Ma vivere, ed evolvere, con le regole attuali non è possibile”. La maggior parte di queste regole, puntualizza, i sardi neanche le conoscono. “Ce ne accorgiamo – scrive accorato – quando pensiamo di chiudere una veranda perché in cameretta i ragazzi non ci stanno più”. E che nessuno insinui che il governatore vuole fare solo gli affari degli immobiliaristi che premono sulla costa, che vuole svendere ai privati uno dei pochi patrimoni naturali che sono rimasti. Che Cappellacci ambientalista è: “Ce ne accorgiamo quando dobbiamo rifare il tetto con tegole fotovoltaiche per risparmiare qualche euro salvaguardando l’ambiente”. Sembra di vederlo, Cappellacci, seduto alla scrivania, penna in mano, mentre pensa: “Che faccio, ce la metto la storia della bottiglietta d’acqua? Secondo me funziona”. E via: “Ce ne accorgiamo quando per trovare una bottiglia di acqua fresca sotto l’ombrellone dobbiamo tornare a prendere la macchina e cercare un bar da qualche parte ma non so dove”.    Non si capacita proprio come sia possibile non avere uno stabilimento ogni metro di costa, che la spiaggia incontaminata sarà pure bella, però vuoi mettere Rimini. “Ce ne accorgiamo – prosegue – quando leggiamo che i turisti non vengono più in Sardegna perché preferiscono gli alberghi con i servizi adeguati in Croazia piuttosto che in Marocco”. E poi, senza dimenticare ovviamente le case sarde che costano trent’anni di lavoro perché non se ne possono costruire di nuove, il climax: “Ce ne accorgiamo quando vediamo in tivù le immagini delle villette sequestrate perché totalmente abusive, perché quando tutto è vietato e non c’è nessuna direzione verso cui andare, prima o poi qualcuno sfonda il recinto”. Ha scritto proprio così: “Totalmente abusive”, e “uno prima o poi sfonda il recinto”. Come a dire: con queste leggi è normale che uno sia portato a delinquere, perché “le regole di oggi vietano e bloccano. Ma allora non sono regole: sono divieti e blocchi”.

ORA MEZZA Sardegna si sta chiedendo chi abbia scritto la lettera, se sia totalmente farina del suo sacco o se abbia assoldato un consulente, e quale delle due sia l’ipotesi peggiore, e questo è il lato comico. Se non fosse che la storia è serissima: “Dietro ci sono affari miliardari, interessi di immobiliaristi che hanno già l’ombra delle mani sulla costa e sul paesaggio e che non aspettano altro che il pronti via”, tuona Maria Paola Morittu di Italia Nostra. “Quanto è costata la lettera?”, si agitano le opposizioni, come se il problema fosse solo questo. Più lucido Gian Valerio Sanna, del Pd: “La lettera contiene un’apologia di reato. Ma la modifica del PPR era una promessa che lui deve ai suoi grandi elettori immobiliaristi e che in un anno e mezzo non era riuscito a fare”. Le due pagine portano in basso un inquietante “numero 1”. Per la serie: to be continued.

di Monica Raucci, IFQ

Abusivismo La lettera del governatore Cappellacci apparsa sull’Unione Sarda 

9 settembre 2011

Castelli di cemento sul bagnasciuga

I posti barca ci saranno. Chissà se ci saranno gli yacht. In Toscana siamo arrivati a 24 mila ormeggi, ma toccheremo quota 30 mila. Il “partito dei porticcioli” unisce centrodestra, buona parte del centrosinistra e imprenditori. Nonostante le critiche di comitati, ambientalisti e tecnici che mettono in guardia sui rischi per le alluvioni, sui danni alle correnti, sulla distruzione della flora e della fauna. Sulle speculazioni immobiliari a ridosso dei moli.    Una febbre contagiosa che ha lasciato in stato comatoso la vicina Liguria, dove i posti barca sono 23 mila, uno ogni 47 abitanti, oltre 100 chilometri di moli per 300 di coste. Senza contare i 2 milioni di metri cubi di nuove case.    Adesso si passa alla Toscana. Per capire che cosa stia succedendo dalla Versilia in giù bisogna andare a Cecina, alla foce del fiume. Nicola Sangiovanni si affaccia alla veranda del suo ristorante e racconta: “Guardate questo paesaggio. Mi dispiace troppo pensare che il vecchio circolo dei pescatori, le dune della spiaggia, la pineta, tutto sarà messo in pericolo per un porticciolo. L’ennesimo”.

MA COME sarà il nuovo porto? Guardiamo le ricostruzioni al computer dei progettisti: 990 posti barca, 1.200 posti auto, 14 mila metri quadrati per la cantieristica, 5 mila di area espositiva, 2 mila per shopping e ristoranti, 10 mila per alberghi e case. Il paesaggio cambierà per sempre: un grande molo che si protende verso il largo, il porto che risale il fiume e “abbraccia” la pineta.    Le immagini degli architetti sono belle, cieli azzurri, costruzioni luminose. Ma la realtà spesso è diversa: milioni di tonnellate di cemento. Roberta De Monticelli, docente di Filosofia, da tempo si batte contro il porto. “La Regione Toscana ha già espresso parere favorevole durante la passata amministrazione (centrosinistra, ndr)”, spiega Anna Marson, assessore regionale all’Urbanistica e al Territorio. Su di lei, che non guarda troppo in faccia costruttori e sponsor politici, contavano i comitati. De Monticelli , però, non si arrende: “I progettisti non hanno tenuto conto di norme a tutela del paesaggio e dell’ambiente. Di più: la foce ricade nella riserva statale Tomboli di Cecina e nell’area naturale protetta del fiume Cecina”. Non solo: “C’è un conflitto di interessi. Il controllato è anche controllore. Il sindaco di Cecina ha sostenuto il progetto perché, dice, aiuterebbe turismo e cantieristica. Il Comune ha ceduto aree per la struttura. Uno sponsor del progetto non può sorvegliarne la corretta esecuzione”.

ITALIA NOSTRA in un dossier riporta le osservazioni di Riccardo Caniparoli, geologo e docente di Valutazione di Impatto ambientale. Che indica i pericoli: “L’erosione costiera, la distruzione dell’habitat, l’incremento di inquinamento delle acque”, senza contare i problemi per il traffico di migliaia di auto. Ma soprattutto “il rischio idraulico ed idrogeologico”. Chi vive in Toscana ricorda le devastanti alluvioni provocate dal cemento versato lungo i fiumi. Ma la memoria in Italia sparisce appena l’acqua si ritira.    Una vicenda non più soltanto locale. Intervengono nomi noti dell’ambientalismo, come Salvatore Settis: “A Cecina, su una costa già funestata da cementificazioni, si minaccia di cancellare dune e pinete per aggiungere un ‘porto turistico’ a quelli, semivuoti, a pochi chilometri di distanza”.    Stefano Benedetti, sindaco di Cecina (centrosinistra) che ha fortemente voluto il porticciolo, replica: “Il Consiglio comunale si è sempre espresso all’unanimità sul progetto. Non c’è mai stata in città alcuna manifestazione evidente di dissenso”. Ma l’impatto su un ambiente così delicato? “Il progetto ha superato i controlli, acquisito i pareri favorevoli di enti e istituzioni. È all’avanguardia per la tutela dell’ambiente”.

MA CECINA è l’ultimo tassello. C’è il contestatissimo progetto per il mega-porticciolo (mille posti) di Massa Carrara (avversato da Idv, parte di Sel e Fli) presentato per primo da Francesco Caltagirone Bellavista, gran signore dei porticcioli, a cominciare dagli scali imperiesi (Imperia e San Lorenzo) voluti da Claudio Scajola (l’ex ministro è indagato a Imperia insieme con Caltagirone per associazione a delinquere in un’inchiesta sul porto). Per non dire di Marina di Pisa. E poi Livorno, Follonica, San Vincenzo, Talamone e i mega-porti nelle regioni vicine: Fiumicino (diventerà il più grande d’Europa) e Civitavecchia, sempre realizzati da Caltagirone Bellavista con la benedizione di centrodestra e centrosinistra. A nord, alle foci del Magra, in Liguria, c’è il progetto Marinella: 900 barche. Nella società il Monte dei Paschi di Siena, la banca “rossa”. Nel cda in passato anche il tesoriere della campagna elettorale 2005 di Claudio Burlando (Pd), oggi governatore della Liguria, già ministro e padre della legge nazionale sui porticcioli, contestata dagli ambientalisti.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Nel riquadro, il progetto del nuovo porto a Cecina. Nella foto grande, com’è oggi (FOTO FRANCESCO VILLA-LOGO)

7 settembre 2011

Non si può crescere all’infinito

Dalla crisi che ci attanaglia sembra che non si sia tratta alcuna lezione. Che proprio non la si sia capita. E quindi che la si voglia risolvere con strumenti inadatti. Ovvero il solito inno alla crescita, che chissà perché, è evaporata. E allora i tagli. Ma i tagli vanno bene per tappare qualche buco, poi, se non si risolve il problema alla radice tra poco toccherà tagliare di nuovo e così via, fino alla disgregazione dello stato sociale. La radice è che l’età della crescita è finita. Il mondo sta andando in riserva. Sette miliardi di abitanti, miniere e giacimenti di combustibili fossili sempre più esauriti, discariche sempre più rigonfie. Cambiamenti climatici. Crisi alimentare. Sottrazione di suolo fertile. Deforestazione. Impoverimento dei banchi ittici. Cicli dell’azoto e del fosforo sballati.    DERISE E IGNORATE, le simulazioni del Club di Roma datate 1972 e poi costantemente aggiornate, lo ripetono alla noia: esistono limiti alla crescita, i primi decenni del XXI secolo saranno quelli della crisi globale, profonda, strutturale, perché ha a che fare con le leggi fondamentali del mondo fisico e non con la sovrastruttura economica recente, pura astrazione umana della quale la termodinamica se ne infischia. Qualche economista l’ha capito da tempo, ma non buca. Herman Daly con l’economia dello stato stazionario, Tim Jackson con il recente progetto governativo britannico “Prosperità senza crescita”, e qui da noi Guido Viale, il gruppo accademico sulla decrescita italiana, e pochi altri. Però manca il dibattito. Non se ne parla o non se ne vuole parlare. La crescita non funziona più, il giocattolo si è rotto, e il bambino urla e punta i piedi perché venga riparato al più presto, invece di domandarsi perché si è rotto e se è possibile fabbricarne un altro più “resiliente”. Sì, se c’è un progetto politico che l’Italia deve affrontare è quello della resilienza, proprietà che permette a un sistema di gestire in modo positivo uno choc esterno senza collassare, e gli ingredienti per il collasso ci sono tutti.    Per essere resilienti bisogna preparare ammortizzatori: l’Italia dovrebbe occuparsi di rendere i propri 60 milioni di cittadini resilienti, anziché concentrarsi sulla realizzazione di opere faraoniche che garantiscono torbidi business per pochi (il programma riformista di Veltroni propone invece di scegliere dieci grandi infrastrutture da realizzare in modo onesto!), o l’improbabile tardiva riattivazione di un sistema industriale al capolinea. Bisogna invece concentrare le poche risorse rimaste per fare in modo che le persone non perdano le conquiste basilari della modernità: quelle che garantiscono una casa calda d’inverno e fresca d’estate, l’assistenza sanitaria, cultura e istruzione pubblica, possibilità di spostarsi con una mobilità sobria e sostenibile. E, soprattutto , evitare il rischio di trovarsi alla fame. Si tratta di una “grande opera” di manutenzione capillare, a cominciare dalla riqualificazione energetica casa per casa. Le nostre abitazioni sono dei colabrodo, generano inquinamento, ma soprattutto impiccano chi le abita a bollette che lieviteranno sempre di più in futuro. Se noi oggi facciamo un buon investimento nel risanare gli edifici italiani, potremo tagliare dal 30 all’80 per cento i consumi domestici, liberando risorse oggi destinate al sempre incerto acquisto di energia dall’estero. È vero che si spende subito – creando comunque un’economia virtuosa che fa lavorare migliaia di piccole imprese artigiane in tutto il Paese – ma una casa risanata dura almeno cent’anni. Avanti con i pannelli solari, caldaie efficienti, serramenti basso emissivi, isolamento termico sui solai e sui muri, recupero acqua piovana. Insomma, c’è davvero tantissimo lavoro innovativo da fare in questo senso, ed è davvero uno dei punti forti della resilienza: almeno sappiamo che, qualsiasi cosa succeda, avremo sempre un minimo di comfort nelle nostre dimore, senza dipendere completamente da fornitori esterni.

ALTRO PUNTO importante è la cura di una certa autonomia e autosufficienza alimentare. Rilancio dell’impresa agricola, certo, ma poi anche in tutte le case che hanno un pezzo di terra si può allestire un piccolo orto domestico. Interventi di questo tipo possono essere fatti anche in città. In tutto il mondo ci sono vivaci progetti di orticultura urbana su spazi marginali di terreno che hanno la taglia giusta per essere gestiti in piccoli appezzamenti e assegnati alle persone. Sembra un progetto al ribasso, invece è coraggiosa avanguardia. C’è davvero un grande investimento da fare in questa fragile Italia per preparare la resilienza e diminuire così il rischio di problemi futuri in un mondo sempre più complesso. Nel mio libro Prepariamoci (Chiarelettere) ci sono i primi modesti elementi per aprire questo urgente dibattito: non ricette pronte e definitive, ma piuttosto l’invito a parlare di questi temi, a farsi sfiorare dal dubbio che crescita e consumi non siano la soluzione ai nostri problemi. Cominciamo a farlo al Festival della Letteratura di Mantova il 7 settembre.    * L’autore sarà ospite del Festival della Letteratura di Mantova, oggi in piazza Mantegna alle ore 18.

di Luca Mercalli, IFQ

7 settembre 2011

Frane&Alluvioni: via un miliardo di fondi

Uccidono le frane, le alluvioni. Ma a volte anche le leggi, i commi. I tagli indiscriminati. Nella manovra anti-crisi il governo ha previsto di far saltare il finanziamento da un miliardo per interventi preventivi per evitare frane e alluvioni. Una decisione che rischia di avere effetti tragici, ma che sta passando inosservata. Suscita più interesse il dibattito sull’Iva. E pensare che in Italia quasi il 70 per cento dei comuni ha problemi idrogeologici, 1.700 sono a rischio frana, 1.285 a rischio alluvione. Addirittura 2.596 corrono entrambi i pericoli. Non solo: chi crede di risparmiare tagliando sulla prevenzione rischia di spendere dieci, cento volte tanto per riparare i danni (vedi le alluvioni del Veneto lo scorso anno), ammesso che sia possibile (nessuno restituirà alle famiglie i 37 morti delle frane del 2009 in Sicilia).Il costo per riparare i danni idrogeologici è di oltre un miliardo di euro ogni anno: il Consiglio nazionale dei geologi calcola che negli ultimi 20 anni siano stati spesi 22 miliardi per rimediare ai disastri naturali. Gli enti locali spesso si trovano senza risorse e senza mezzi di fronte a un territorio martoriato da incuria e cemento. Il fondo ministeriale era una delle poche risorse, ma ora, con la manovra, rischia di essere tagliato.    Un tesoretto che ha consentito di stipulare con le Regioni accordi di programma per realizzare la messa in sicurezza del territorio (in Puglia, per esempio, erano previsti 210 milioni, in Campania 110). Nella conferenza Stato-Regioni di metà agosto Tremonti, alla richiesta di non toccare il fondo, aveva chiarito: “Sono altri gli equilibri da salvare”. Dura la replica di Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia (Pdl): “Sotto le macerie poi contiamo i morti”. Ma in Italia abbiamo la memoria corta: secondo i dati dell’Associazione Nazionale Bonifiche in cinquant’anni si sono contate 470 mila frane. Sei morti ogni mese. In tutto 3.500 vittime.

di Ferruccio Sansa e Nello Trocchia,IFQ

5 settembre 2011

Economia della carne

La dieta a base di carne produce costi che vanno ben oltre ciò che si paga al ristorante o dal macellaio.

La rivoluzione dell’alimentazione tende a provocare un forte impatto nelle zone coltivate a cereali, in termini di erosione del suolo e altre forme di deterioramento della terra. La domanda di nuovi pascoli da destinare a bestiame può inoltre arrivare a pesare in modo determinante sulle foreste e sugli habitat naturali. A ciò si aggiunga che il bestiame può essere ecologicamente molto costoso in termini di gas serra. I bovini e gli altri ruminanti generano metano nella misura di un sesto delle emissioni globali, una frazione che probabilmente è destinata a salire parallelamente all’incremento dei consumi di carne.
Vanno inoltre considerati anche i rifiuti organici dell’allevamento, che giocano un ruolo importante nell’inquinamento delle acque, nelle esplosioni algali e nelle morie di pesci. Negli Stati Uniti l’inquinamento organico prodotto dalla zootecnia è 130 volte maggiore di quello prodotto dalla popolazione umana. E al primo posto di questa serie di problemi, vanno considerati anche gli effetti che una dieta ricca di grassi e calorie esercita sulla salute: l’alimentazione fondata sulla carne danneggia le arterie e può essere la causa di morte prematura.
Ci si dovrebbe gettare nelle scorpacciate di carne ricordando che mangiando quel cibo si stanno mangiando in realtà anche cereali, perché molta carne viene prodotta grazie ad essi. Il sistema di allevamento in feedlot (ambiente confinato per l’allevamento intensivo del bestiame, ndt) sta prendendo piede in Cina, Filippine, Brasile e nella maggior parte dei paesi neoconsumatori. Dal momento che i pascoli sono stati sovrasfruttati in quasi tutto il mondo, l’allevamento in feedlot diventerà sempre più significativo. E infatti i dati dicono che è il sistema a più rapida espansione negli allevamenti di molti paesi.
La Cina oggi destina quasi un quarto dei suoi cereali al bestiame, il Brasile e l’Arabia Saudita più della metà. In nove dei venti paesi di nuovo consumo i cereali trasformati in mangimi raggiungono i due quinti sul totale. Si tratta certamente di quantitativi immensi per paesi in via di sviluppo, sempre ricordando però che negli USA la quota è di due terzi. Nei due ultimi decenni il Messico ha visto salire al 41% la percentuale di cereali destinati all’allevamento.

Un chilogrammo di carne bovina prodotta in feedlot può richiedere 7 kg di cereali, quella di maiale 4 kg e quella di pollo 2 kg, il che rende la carne bovina molto più costosa delle altre. Il rapporto fra carne e cereali indica che il feedlot è un metodo molto inefficiente per produrre proteine. Un campo di un ettaro a cereali produce 5 volte più proteine dirette che proteine indirette attraverso l’allevamento. Il manzo contenuto in un hamburger equivale grossomodo a cinque filoni di pane.
Inconsapevoli di questo, i nuovi consumatori preferiscono mangiare carne che avrà un forte impatto sui paesi che dipendono dai cereali che importano. In Colombia le importazioni di cereali corrispondono a circa la metà del fabbisogno totale, in Venezuela ai due terzi, in Corea del Sud, Malesia e Arabia Saudita ai tre quarti. Dei 20 paesi, nove importano più di un quinto dei cereali che sono loro necessari, e altri sei importano quantitativi significativi (Cina, India e Pakistan ne importano relativamente pochi, mentre Argentina e Thailandia sono buoni esportatori). Le Filippine importano il 27% dei cereali che consumano, eppure riservano una quota analoga all’allevamento, mentre per il Brasile le due percentuali sono rispettivamente del 21% e 54%.
Queste importazioni producono una pressione sui mercati cerealicoli internazionali a danno dei paesi poveri che non possono affrontare prezzi alti. Ma ciò che è peggio è che la pressione può aumentare fino a un certo punto, dopo di che la produzione di cereali globale non è più in grado di soddisfare la domanda.
Nel triennio 2000-2002 il raccolto mondiale è sceso al di sotto dei consumi, portando le riserve cerealicole al livello più basso degli ultimi tre decenni. La reazione è stata un incremento del 30% dei prezzi del grano e del mais. Nel frattempo la popolazione mondiale è cresciuta di oltre 80 milioni di persone l’anno, e la domanda mondiale di cereali è salita di 16 milioni di tonnellate annue.

L’aritmetica dei cereali è la seguente. Il raccolto globale ruota attorno ai 1.900 milioni di tonnellate l’anno, di cui 340 milioni sono prodotti rispettivamente sia in Cina che negli Stati Uniti, e 200 milioni in India. I cereali commercializzati a livello mondiale ammontano a 300 milioni di tonnellate annue, di cui 90 milioni provenienti dagli Stati Uniti (venduti o donati a oltre 100 paesi). Molte nazioni e circa un miliardo di persone potrebbero trovarsi gravemente minacciati dalla morsa del mercato. Il raccolto globale di cereali del 2003 è stato inferiore ai consumi di ben 93 milioni di tonnellate (nel 2001 di 16 milioni), facendo calare gli stock di riserva al livello più basso degli ultimi 30 anni.
Ma torniamo alla Cina, che destina un quarto della sua produzione cerealicola al bestiame: il doppio rispetto al 1980. Se il trend relativo alla carne continuerà e se la crescita demografica di 8 milioni l’anno richiederà più cereali come fonte diretta di cibo, la Cina potrebbe dover dipendere dalle importazioni per un decimo dei suoi consumi (o forse due decimi), diventando il principale importatore del mondo. L’India è un altro paese che non importa né esporta cereali in quantità significative, ma entro il 2020 potrebbe trovarsi ad affrontare una scarsità di granaglie pari a un quarto dei consumi previsti. Questo la farebbe diventare il secondo importatore mondiale: in pratica, Cina e India necessiterebbero di quasi il triplo dei cereali oggi esportati dagli USA.
A prescindere dagli aspetti economici delle importazioni, il consumo di carne va analizzato anche sotto il profilo sociale. Grandi quantitativi di cereali per il bestiame si traducono in una diminuzione di cereali per le popolazioni povere. Un vegetariano consuma 200 kg di cereali l’anno, mentre una persona sottonutrita ne consuma almeno 40 in meno. Soltanto un decimo degli 85 milioni di tonnellate di cereali che la Cina ha destinato al bestiame nel 2000 è servito a migliorare l’alimentazione dei suoi 120 milioni di sottonutriti (quasi il 20% della popolazione). Nelle Filippine è sottonutrita una persona su cinque, ma nel 2000 quattro milioni di tonnellate di cereali hanno preso la via dell’allevamento del bestiame: per risolvere le necessità alimentari di base dei 17 milioni di malnutriti del paese ne sarebbe bastato un decimo.
Altri grandi importatori di cereali e consumatori di carne sono il Brasile (17 milioni di sottonutriti: 1 persona su 10), la Colombia (5,6, milioni di sottonutriti: 1 persona su 8), e il Venezuela (quasi 5 milioni di sottonutriti: 1 persona su 5).
In particolare va osservato il ruolo internazionale degli USA, che esportano il 25% dei cereali prodotti e contribuiscono a un terzo di tutte le esportazioni. Buona parte di questi cereali va agli allevamenti e non alle persone che soffrono la fame. Il Governo statunitense ha incoraggiato per molto tempo, attraverso i programmi di aiuto internazionale, l’espansione dei mercati dei mangimi cerealicoli, proprio perché questi assorbissero le sue esportazioni.

Nel mondo, su cinque bambini affamati, quattro vivono in paesi caratterizzati da surplus di alimenti, parte del quale è costituito da cereali destinati all’allevamento.
Che cosa si deve prevedere per il futuro? Entro il 2020 (e rispetto al 1997) il mondo in via di sviluppo – le cui popolazioni oggi risiedono per tre quarti in 17 paesi di nuovo consumo – aumenterà prevedibilmente del 50% la domanda di cereali complessiva, del 39% la domanda di cereali per l’alimentazione umana, dell’85% quella per l’allevamento, e del 92% la domanda di carne. Ciò corrisponderà a un incremento di circa l’86% della domanda globale di cereali e carne.

( di Norman Myers )
Tratto da: I nuovi consumatori
Paesi emergenti tra consumo e sostenibilità
Norman Myers, Jennifer Kent
© Copyright Edizioni Ambiente 2004

23 agosto 2011

Il suicidio morale dell’Italia

Dalla Val di Susa alla Sicilia, dall’Altopiano a Pantelleria, dalle isole toscane al Salento il paesaggio naturale e il paesaggio storico della penisola sono sottoposti a dissipazioni, cementificazioni e sconvolgimenti artificiali che non solo hanno aumentato la loro scala e intensità negli ultimi vent’anni in modo esponenziale, ma vedono proprio ora un’accelerazione improvvisa, a dispetto di ogni crisi, come se ci fosse nell’aria un presagio di diluvio incombente e un’esplosione come di furia rabbiosa, una sinistra pulsione a rapinare tutto quello che si può, finché si è in tempo. Ho accennato a disastri di genere diverso: c’è l’opera di Stato, difesa dall’esercito contro la popolazione locale, senza che un solo argomento ragionevole, in mesi e mesi di polemica, sia stato avanzato dai suoi sostenitori bipartisan (e nonostante libri interi di argomenti contrari e relative cifre, economiche e gestionali oltre che ecologiche, siano inutilmente a disposizione del pubblico); ma ci sono anche le rapine multinazionali di quelli che vanno a trivellare a un costo ridicolo il Mediterraneo sotto Lampedusa, alla ricerca del petrolio, con i rischi enormi denunciati recentemente da Luca Zingaretti su Repubblica.

CI SONO gli scempi dei litorali, beni pubblici per eccellenza regalati dai comuni e dalle regioni ai privati e alle mafie, alcuni dei quali, ad esempio in Toscana, denunciati a più riprese da Salvatore Settis sulla stampa nazionale, come molti altri dalla Liguria alla Calabria lo sono quotidianamente da Ferruccio Sansa su questo giornale. In Toscana del resto Altiero Matteoli dopo aver imposto, a prescindere dal tracciato successivo ancora da decidere, l’enorme cantiere del pezzetto dell’autostrada “Spaccamaremma” che sta sotto casa sua (a Cecina), si avvia nel silenzio generale a metter le mani dei lottizzatori su quel gioiello del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano che era l’isola di Capraia. Nel Lazio è appena stata approvata una normativa che permetterà di costruire trentacinque cosiddetti porti turistici nell’arco di un centinaio di chilometri, come fossero distributori di sigarette.

MA LE MIGLIAIA e migliaia di stupri consumati in ogni angolo del Belpaese resteranno probabilmente ignoti ai più, come quello, criminoso, che prevede un immenso parcheggio dove erano solo erba e silenzio d’alta quota, in quel paesaggio di Marcesine di cui Meneghello scriveva – ne I piccoli maestri – che “Le forme vere della natura sono forme della coscienza”. “La nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni (…). Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi”. Così scriveva Albert Camus nei suoi Saggi letterari. È un tema profondo della riflessione di Camus, che viene dal suo studio della tradizione neoplatonica e dal suo amore per Simone Weil. Ma oggi la realtà fa riemergere l’idea di bellezza con la prepotente attualità delle catastrofi. Oggi e qui, in Italia, si sta consumando il più gigantesco crimine contro le anime che la nostra storia – tutta intera – ricordi. La distruzione della bellezza è un crimine senza pari, un crimine di cui in troppi siamo complici: con questa tesi, che ora cercherò di illustrare, vorrei rilanciare la riflessione aperta dal mirabile articolo di Roberto Gramiccia, “Bellezza e rivoluzione: il mondo ha bisogno di entrambe” (Liberazione, 24/07/11). Oltre a Camus, Gramiccia cita James Hillmann, che in due opere recentemente tradotte, La politica della bellezza e La risposta estetica come azione politica, coglie a distanza di sessant’anni la stessa idea – il nesso fra bellezza e rivoluzione, postulato da entrambi. “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei” scriveva Camus. Gli fa eco Hillmann: “Se i popoli si accorgessero del loro bisogno di bellezza, scoppierebbe la rivoluzione”. Eppure quando si parla di rivoluzione non si centra a mio avviso il cuore della tragedia che stiamo vivendo, che è anche la ragione per affermare che viene commesso un crimine senza pari, o forse paragonabile a quello degli istigatori di quegli spaventosi suicidi di massa cui la storia dell’Occidente ha assistito al tempo delle rapine coloniali. La distruzione della bellezza è come un suicidio di massa delle nostre anime. E i morti non fanno una rivoluzione: né politica, né tanto meno interiore.

La rivoluzione cui ci invitava Camus è un’interiore rinnovata guerra di Troia, per liberare la bellezza – Elena che ne è simbolo. “Il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci… Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, porre limiti al mondo e all’uomo”. Guai a leggere in questa metafora un atteggiamento estetizzante. C’è veramente il cuore del pensiero greco, invece: la bellezza, cioè l’ordine del cosmo, è la forma visibile della giustizia.

CAMUS ci chiedeva di non relegare la giustizia nelle mani degli ideologi, o anche soltanto dei filosofi politici, per non parlare dei politici di mestiere, dei capipartito o dei sindacalisti. Tutte queste persone vedono solo alcuni aspetti della giustizia. Non ne vedono il fondo, cioè il valore che la giustizia è, come esatta misura del dovuto a ogni essere: il rispetto agli umani, il respiro ai viventi, la pietà alla memoria dei padri e alla loro eredità, la custodia ai beni comuni, la difesa ai paesaggi storici, che sono il nostro stesso volto, la nostra identità culturale e spirituale. “Quando la giustizia perisce, non ha più alcun valore l’esistenza degli uomini sulla terra” – scriveva Kant. Ma la bellezza è lo splendore di ciò che è prezioso, è l’essenza del valore che si fa visibile. Ecco: come possiamo sentire, percepire che la nostra esistenza non ha più valore se abbiamo ucciso in noi il sentimento della bellezza, se non soffriamo più di fronte alla sua distruzione? Per questo quella cui stiamo assistendo è la tragedia del suicidio morale di una nazione. Per questo tutti gli istigatori di questo suicidio stanno commettendo un crimine senza pari.

di Roberta De Monticelli, IFQ

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