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Chiunque l’abbia presa – sia il presidente del Consiglio Gentiloni, sia il capo dello Stato Mattarella – ha fatto un errore madornale. È una pessima decisione che grida vendetta al cospetto della storia. La spoglia di Vittorio Emanuele III poteva restare dov’era, ricordo di una vita sbagliata, di uno Statuto – quello albertino – tradito, di un regno mandato in malora. Tutti i democratici, coloro che hanno nel cuore l’antifascismo e la Resistenza, non possono dimenticare: Mussolini non andò al potere sull’onda di chissà quale successo elettorale, ma per un calcolo dei maggiorenti di allora, in primis della monarchia che gli consegnò le chiavi del potere. Con eccessiva e malriposta fiducia i galantuomini dell’Aventino sperarono che, almeno dopo l’assassinio di Matteotti, il re intervenisse a ristabilire la legalità costituzionale. Neanche per sogno. Vittorio Emanuele tirò diritto fino alla grottesca tragedia dell’impero, alle leggi razziali, alla catastrofe della guerra mondiale, da null’altro preoccupato se non di non troppo sfigurare dinanzi al suo amico-nemico che minacciava di sbarazzarsene un giorno o l’altro. Fu invece il re, alla fine, a licenziare il dittatore. Ma poche settimane dopo eccolo fuggire dinanzi al pericolo costituito dai nazisti.

Quel re era un briccone, il giudizio è stato dato da tempo. Farne rientrare l’oscena spoglia in patria non è un atto di umana pietà (quale pietà, poi, si dovrebbe a un fantasma?), è un errore politico nel momento in cui l’estrema destra è dovunque all’attacco, così in Europa come nel nostro paese. Non ci s’inviti a sfilate antifasciste strumentalmente pre-elettorali (lo dico al Pd di cui Gentiloni è un esponente), se non si comprende che la banalizzazione del fenomeno fascista, dei nazionalismi, dell’amore patriottico male inteso – in una parola, di tutto quanto si riassume nel nome di casa Savoia – è ciò che permette all’estrema destra odierna di proliferare.

Chi ha responsabilità politiche, e si vuole democratico, al tempo stesso ha responsabilità educative. Viviamo in una sorta di ebete presente in cui nessuno ha più il coraggio di condannare gli orrori del passato asserendo con forza: “No, non vogliamo essere come quelli che ci precedettero”. L’atroce lemure che da oggi è collocato dalle parti di Cuneo reca con sé un contenuto educativo negativo.  I turisti che andranno a fargli visita riceveranno una lezione contraria a quella che i Mattarella e i Gentiloni avrebbero il dovere d’impartire.

di Rino Genovese

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