Liberalismo
Le odierne riflessioni sul liberalismo rivelano un fervore intellettuale neppure immaginabile sino a qualche tempo addietro. Oggi, tutti (o quasi) si dicono liberali e come tali tutti (o quasi) si mostrano solleciti per le sorti della libertà. E sta bene. Ma, come sempre avviene in tali circostanze, è grande il rischio che i concetti – in questo caso il liberalismo – svaporino nell’indistinto e che, sotto il palpito di un’unica bandiera, si riuniscano le idee meno compatibili e i principi più contraddittori fra loro. Di qui l’opportunità di fornire al lettore alcune definizioni che riducano al minimo la possibilità dell’equivoco.
NORBERTO BOBBIO: Lo Stato liberale
La dottrina dello Stato liberale si presenta al suo sorgere (nelle prime dottrine contrattualistiche dei c.d. monarcomachi) come la difesa dello Stato limitato contro lo Stato assoluto. Per Stato assoluto si intende lo Stato in cui il sovrano è legibus solutus e il cui potere è quindi senza limiti, arbitrario. Lo Stato limitato è per contro lo Stato in cui il supremo potere è limitato sia dalla legge divina e naturale (i c.d. diritti naturali inalienabili e inviolabili), sia dalle leggi civili attraverso la costituzione pattuita (fondamento contrattualistico del potere). Tutti gli autori a cui si fa risalire la concezione liberale dello Stato ripetono monotamente questo concetto: e tutta la storia dello Stato liberale si sviluppa nella ricerca di tecniche atte a realizzare il principio della limitazione del potere.
Si possono distinguere, per maggiore chiarezza, due forme di limitatazione del potere:una limitazione materiale, che consiste nel sottrarre agli imperativi positivi e negativi del sovrano una sfera di comportamenti che sono riconosciuti per natura liberi (la c.d. sfera di liceità); e una limitazione formale che consiste nel porre tutti gli organi di potere statale al di sotto delle leggi generali dello Stato medesimo. La prima limitazione è fondata sul principio della garanzia dei diritti individuali da parte dei poteri pubblici: la seconda sul controllo dei pubblici poteri da parte degli individui. Garanzia di diritti e controllo dei poteri sono i due tratti caratteristici dello Stato liberale. Il primo dei due principi ha dato origine alla proclamazione dei diritti naturali, il secondo alla divisione dei poteri. Brevemente si può dire che proclamazione dei diritti e divisione dei poteri sono i due istituti fondamentali dello stato liberale inteso come Stato di diritto, ovvero come Stato la cui attività è in duplice senso, cioè materialmente e formalmente, limitata.
[Tratto da: Dalla libertà dei moderni comparata a quella dei posteri, ora in Teoria generale della politica, Einaudi, Torino 1999, p.224]
GIOVANNI SARTORI: Libertà da
Strettamente parlando, la libertà politica, la libertà da è una conquista liberale, compiutasi con lo Stato di diritto e consolidata dalla tecnica costituzionalistica. E’ una conquista liberale non perché il liberale abbia scoperto l’idea moderna di libertà (politica) individuale, ma perché ha trovato il modo di garantirla inserendola in strutture giuspubblicistiche (…) La libertà liberale è la risoluzione del problema della libertà in correlazione alla risoluzione del problema della legalità.
[Tratto da: Democrazia e definizioni, IV Edizione, Il Mulino, Bologna 1976, p.184].
PIERO GOBETTI: Metodo
Il metodo del liberalismo, lo si consideri nella sua sostanza economica o etica o costituzionale, consiste nel riconoscimento della necessità della lotta politica per la vita della società moderna. L’importanza di un’opposizione per l’opera del governo, la tutela delle minoranze, lo studio dei congegni più raffinati per le elezioni e per l’amministrazione pubblica, le conquiste costituzionali, frutto di rivoluzioni secolari sono il patrimonio comune della maturità politica e devono intendersi come problemi di costume politico propri dei liberali, come dei loro eredi o avversari che non siano ingenuamente teneri per gli anacronismi o per le esercitazioni oratorie di filosofia politica. Ma non sembrerebbe lecito che chi crede a questo metodo debba chiamarsi senz’altro liberale, mentre anzi queste considerazioni si direbbero le premesse necessarie fuori delle quali non si trovano elementi che consentano una discussione feconda.
Se concediamo ai conservatori di chiamarsi liberali non sapremmo più che cosa obbiettare ai nuovissimi tiranni che parlano, per demoniache tentazioni di dialettici fantasmi, della libertà vera come libertà contenuta nei limiti della legge (mentre nel caso specifico ci accontenteremo di ricordare maliziosamente al Gentile che raramente i filosofi seppero sottrarsi al fascino dell’autorità per le stesse ragioni per cui le donnicciuole più espansive venerano il bastone).
Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s’inspira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione, intende l’equilibrio degli ordinamenti politici in funzione delle autonomie economiche, accetta la costituzione solo come una garanzia da ricreare e da rinnovare. Lo Stato è l’equilibrio in cui ogni giorno si compongono questi liberi contrasti: il compito della classe politica consiste nel tradurre le esigenze e gli istinti in armonie storiche e giuridiche. Lo Stato non è se non è la lotta.
[Tratto da: La Rivoluzione liberale, n. 19 del 19 giugno 1923]
CARLO ROSSELLI: Libertà come supremo fine
Il liberalismo può definirsi come quella teoria politica che, partendo dal pesupposto della libertà dello spirito umano, dichiara la libertà supremo fine, supremo mezzo, suprema regola della umana convivenza. Fine, in quanto si propone di conseguire un regime di vita associata che assicuri a tutti gli uomini la possibilità di un pieno svolgimento della loro personalità mezzo, in quanto reputa che quata libertà non possa essere elargita od imposta, ma debba conquistarsi con duro personale travaglio nel perpetuo fluire delle generazioni. Esso concepisce la libertà non come un dato di natura, ma come divenire, sviluppo. non si nasce, ma si diventa liberi. E ci si conserva liberi solo mantenendo attiva e vigilante la coscienza della propria autonomia e costantemente esercitando le proprie libertà. la fede nella libertà è al tempo stesso una dichiarazione di fede nell’uomo, nella sua indefinita perfettibilità, nella sua capacità di autodeterminazione, nel suo innato senso di giustizia. E’ un credente anche se combatte ogni affermazione dogmatica. è un ottimista, anche se ha della vita una concezione virile e drammatica.
[Tratto da: Socialismo liberale, molto di più di un’utopia, C. Rosselli, volume VI, Opere Scelte, Torino 1973].
norberto bobbio
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