Il ritorno del giardino dei finti cretini: la scala di Penrose

Chissà se un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo. Mentre il nostro paese è allo sfascio, ci sono due Messi che giocano la stessa partita dell’economia globale.


[Foto Ansa]

Quando è caduto il Muro di Berlino l’allora governo di Bonn aveva promesso di trasformare in cinque anni l’ex Germania Est comunista in un modello di prosperità; questo avrebbe portato a un secondo miracolo economico in tutto il paese, dopo il primo del dopoguerra, facendo sì che i tedeschi diventassero il popolo più ricco del mondo e non solo dell’Europa.

Come ciliegina sulla torta il cancelliere tedesco Helmut Kohl aveva promesso che ciò sarebbe stato possibile senza nuove tasse, roba da fare invidia all’avventuristica politica economica di George Bush Sr.

Presto i tedeschi si resero conto di aver sbagliato tutti i calcoli perché per pagare i costi della riunificazione e alzare lo standard di vita dell’Est allo stesso livello dell’Ovest sborsarono somme enormi, centinaia e centinaia di miliardi di dollari. Per ottenere questi soldi furono costretti a chiedere prestiti esorbitanti – anche agli Stati Uniti, peraltro mai restituiti – che mantennero alti i tassi d’interesse.

Sfortunatamente le misure non furono capienti e Kohl dovette infrangere la sua promessa e aumentare le tasse, ma il vero problema era che nonostante tutti i prestiti e le tasse non ci fu alcun miglioramento nell’Est mentre nella Germania Ovest l’economia si piantò nella peggiore recessione dopo la depressione dei primi anni Trenta.

Il livello di scontento in Germania fu il più alto dalla seconda guerra mondiale, tanto che i tedeschi occidentali sono tuttora convinti che quelli dell’Est siano un mucchio di pigri vagabondi che hanno sempre vissuto a spese dello Stato e che non abbiano la minima idea di cosa significhi lavorare per vivere. I tedeschi orientali pensano che quelli dell’Ovest siano zoticoni arroganti, avidi e senza cultura, interessati solo a fare soldi. Così il tessuto sociale e politico lentamente ma inesorabilmente si sgretolò; esattamente come l’ultima volta che i tedeschi erano entrati in una delle loro fasi maniaco-depressive, dipendeva anche da una situazione economica molto difficile che nel primo dopoguerra portò a una completa disillusione nei confronti del governo democratico della Repubblica di Weimar con le conseguenze che tutti conosciamo benissimo.

Lasciando molto a parte per totale indifferenza la robusta silhouette della signora Merkel, la Germania soffre più che mai ancestrali sentimenti di egocentrica egemonia visto come tratta greci, italiani e spagnoli che a parole sono gente degnissima seppure bisognosa di aiuto, ma dentro il proprio ego li ritiene poveri peones del Sud Europa destinati a fare la pessima fine dei miserabili immigrati in Svizzera o Belgio degli anni Cinquanta.

Probabilmente per atavica vergogna, la cancelliera non ama affatto ricordare che suo padre era confidente di Markus Wolf e che di conseguenza la sua infanzia fu resa molto più facile di tanti altri a cui era impedito il passaggio da est a ovest. Ma tant’è: a una che parla correttamente il russo e che però si mette in casa Jens Weidmann come presidente della Deutsche Bundesbank – un vero instancabile nostalgico insieme a tanti altri compatrioti del glorioso e poderoso marco, defunto a favore di una moneta unica annacquata da economie deboli e inette – meglio opportunamente ricordarle di “arbeit macht frei” e forse pure di Seneca e del circolo della grazia: “emanatio, raptio, remeatio; dare, ricevere, restituire”.

Come dire: le ideologie non sono negoziabili, gli interessi si.

Chissà se mai un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo della Repubblica italiana e con scatto record da centometrista pure senatore a vita. Povero presidente Napolitano: in cuor suo si sarà pentito, ma purtroppo cosa fatta capo ha.

Mario Monti sembra il carpentiere della tragedia di Shakespeare che fa vedere agli spettatori la metà del suo viso attraverso la criniera del leone e intanto sussurra lento, ponderato, suadente “se voi pensate che sono venuto come un vero leone sarebbe increscioso, non tremate; la mia vita garantisce per la vostra”. Intanto ha guidato per tredici mesi un incompetente governo tecnico, che a parte rarissime eccezioni ha compiuto efferati disastri ai danni del paese e della società civile, fermo restando che il governo di una nazione democratica non è e non sarà mai tecnico, sarebbe un controsenso negazionista esattamente come affermare che la politica non esiste e invece purtroppo esiste eccome. Cosa ha fatto Monti durante questo periodo di mandato, supportato da una inusitata maggioranza incestuosa però prona ai suoi voleri e a quelli del capo dello Stato?

Ha aumentato le imposte fino al limite della fisiologica sopravvivenza o della morte per inedia, ristabilito una tassa iniqua sulla proprietà immobiliare fuori da ogni parametro di logica economica e messo in atto tramite uno dei suoi ministri una nuova legge sul lavoro a dir poco calamitosa che offende profondamente sia i giovani che i meno giovani. E tutto questo per che cosa? Per ottemperare agli inquietanti dogmi dell’Unione Europea dettati dalla Germania. Di riforme istituzionali e costituzionali, niente; di riforme sulla legge elettorale, niente; di rilancio dell’economia e dei consumi, niente; solo il tormentone dello spread. Lo spread sta a un governo sovrano come la pagella a uno studente: se hai 6 o 7 in tutte le materie è complicato raggiungere la media similvirtuosa dell’8 o del 9.

Guardiamo per un attimo i numeri, che poi sono sempre gli stessi. Un pil inchiodato intorno ai 1.600 miliardi di euro; un costo della pubblica amministrazione che prosciuga la metà del medesimo pil per circa 800 miliardi; un costo del servizio al debito pubblico vicino ai 100 miliardi annui il cui principal ha superato abbondantemente i 2.000 miliardi e che ogni anno deve provare a rinnovare più o meno 400 miliardi di titoli di Stato – tanto che lo sforamento è dovuto proprio a emissioni che non tutti accettano di sottoscrivere; debiti della pubblica amministrazione verso fornitori privati pari a quasi 20 miliardi, cercando di pagarli poco a poco con bond “scontabili” ovviamente a spese del creditore. Ma la cosa divertente, si fa per dire, è che i componenti del suo mitico gabinetto di altolocati ministri, viceministri e sottosegretari – tutta gente di rango e con la puzza sotto il naso – sono rimasti comodi ma passivi figuranti nascondendosi a fatica sotto la foglia di fico che per l’appunto rappresentare il bene dell’amata patria era ottemperare a quanto richiesto dall’Ue, altrimenti tutti nel baratro.

Infatti ci siamo nel baratro: i conti dello Stato non sono a posto neppure secondo criteri alieni dal contesto e in compenso il paese è terminato in una maledetta recessione/stagflazione dalla quale forse si risolleverà con grande sforzo e se la globalizzazione aiuta solo nel 2014/’15. Bel colpo veramente, come pulirsi il qui si siede con la carta vetro che dopo un poco irrita.

Evidentemente sessanta milioni di italiani sono considerati amebe ignoranti con l’anello al naso, tutti lì aggrappati al televisore a guardare affamati e vogliosi di panem et circenses il festival di San Remo e l’abdicazione del Santo Padre. In momenti di profonda crisi economica e sociale bisogna pensare alla propria gente, essere egoisti e non genuflessi sui “charter” Ue o dell’Fmi che incalcolabili distorsioni hanno creato in giro per il mondo nelle ultime due decadi – basta vedere le statistiche e i danni al riguardo. Qualunque mezza cartuccia di economista americano avrebbe detto che bisognava manovrare esattamente l’inverso di quanto deciso, abbassare prepotentemente l’imposizione fiscale, tagliare i costi dello Stato non con il bilancino del farmacista ma con l’accetta del boscaiolo, rinegoziare l’enorme debito pubblico esistente e tremendamente presente trovando una soluzione alternativa e meno costosa; ad esempio uno zero coupon bond a trent’anni, ovvero raggruppi e immetti sul mercato titoli a lungo termine con una aliquota calcolata anticipatamente e ti dimentichi degli interessi fino alla loro scadenza e chi può dire che non si può fare laddove ci sono adeguate garanzie? Altrimenti si potrebbe supporre che il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia siano d’accordo nel dare guadagni illeciti a tipologie illecite. Mettere in atto una legge rigorosa sulla corruzione, eliminare una quantità di enti inutili, contenere al massimo i costi della politica, le duplicazioni e triplicazioni di comuni, provincie e regioni, pagare i fornitori dello Stato velocemente con soldi e non a babbo morto con carta straccia, attuare un programma efficace ed efficiente di rapide opere pubbliche e non da barzelletta, da destinare a imprese private capaci e non amiche degli amici e infine lasciare alla popolazione la libertà nel disporre di soldi per rilanciare lavoro, consumi, compravendite immobiliari e quanto altro necessario per risanare definitivamente non le profonde ferite lasciate dai precedenti governi bensì il marcio di un sistema di gestione nazionale tanto pericolosamente desueto quanto un obsoleto kamikaze giapponese.

Invece cosa si è inventato Monti? Un’inutile spending review di facciata, la classica esca populista per i finti cretini e chi ha chiamato come consulente? Proprio quel vetusto Enrico Bondi al quale deve tante personali cortesie. E cosa ha fatto il mitico Enrico Bondi che nella sua longeva carriera ha dato così grande prova di sé? È riuscito (forse) a tagliare meno dell’1% degli 800 miliardi di euro che ogni anno che Dio manda sulla terra la pubblica amministrazione italiana si succhia dal pil, ovvero dalle tasche dei contribuenti. Visto l’ottimo lavoro svolto lo hanno successivamente nominato Commissario per sanare – è proprio il caso di dirlo – la Sanità fallita della Regione Lazio, facendo girare le balle a una quantità impressionante di medici, paramedici e pure pazienti. “What else?” domanderebbe il mezza cartuccia economista americano: pochissimo e quasi niente sarebbe la risposta appropriata, proprio come le vecchie pagelle degli studenti: poteva fare di più ma è vago e non si applica. Però la ministra Fornero, madre di una nuova spettacolare legge sul lavoro votata per totale incompetenza del parlamento deliberante, va a comprarsi le scarpe accompagnata dalla scorta, magari per evitare che le tirino pomodori e uova marce.

Se non esiste credito per nessuno, tutti si trovano in difficoltà a parte i soliti ricchi noti e meno noti, evasori, truffatori e criminali tutti ossequiosi verso le discriminazioni, perché gli operatori delle forze dell’ordine guadagnano miserie ma i loro capi stipendi d’oro, i responsabili dei ministeri e dei massimi organismi dello Stato tuttavia godono di privilegi tipo gli hidalgos spagnoli del XIX secolo, ma non coloro che lavorano subordinati: la classe media è stata calpestata e nessuno dei così detti poteri forti ha alzato un dito. La disoccupazione giovanile appare come una piaga peggiore di una pandemia perché se non si mette riparo rapidamente a questa incontrollata fissione nucleare salterà tutta una nuova generazione, la linfa vitale di ogni ciclo economico, produttivo e immaginifico a tutto tondo, non perché ha fatto la guerra ma perché non ha potuto lavorare e beneficiare dei propri risultati, una cocente vergogna che porterà fra venti anni e fra le tantissime cose negative a che non si potranno più pagare le pensioni. Ma il professor Monti è riuscito a fare molto di più: con impegno ha permesso che i partiti che lo sostenevano e pure quelli contrari non avessero la minima intenzione di approvare una nuova legge elettorale – l’attuale consente ai segretari di scegliersi i candidati e le primarie sono fumo negli occhi per gli stolti, democrazia da bassa cucina a basso costo (per non parlare dell’inutile e costosissimo voto degli pseudoitaliani all’estero – e ancora insiste nell’affermare che la sua presenza personale in Europa risulta fondamentale per gli interessi nazionali. Però nel frattempo si è costruito un paranoico paradosso onirico sotto gli occhi di tutti e per “salire” in politica sta usando la scala di Penrose, che sale sempre con la virtuale distorta ottica dalla quale la si mira, senza pensare che una dismisurata autostima fuori controllo può portare a impensabili trabocchetti, quindi incurante del ridicolo azzardo. Per finire in bellezza, ha pensato bene di candidarsi nuovamente premier alla testa di un movimento che ancora non si capisce bene da che parte sta e cosa vuole fare da grande.

Magari avesse il successo di Christopher Nolan e gli incassi dei suoi film, sicuramente molte famiglie italiane avrebbero da mangiare dignitosamente senza essere obbligati alla quotidiana mensa della Caritas. Cosa sono Berlusconi, Bersani, Casini, Di Pietro, Fini, Grillo, Monti, Vendola e tutto il resto della sparsa marmaglia fatta per la stragrande maggioranza da avvocati, magistrati, giornalisti, professionisti di vario generone e umanità, imprenditori e inquietanti ricandidati da circo equestre? È questo il nuovo che avanza? Comprereste un’auto usata da questi furbetti del quartierone? Leggete gli sms che arrivano alle ore più improbabili del giorno e della notte da oscuri politicanti che decantano l’agognato sondaggio da 2% riferito al loro inutile partito? La facoltà del voto è un profondo esercizio di grande democrazia ma certo l’esistente contorno di futuri ipotetici programmi di governo che sembrano redatti da cerebrolesi fa rimpiangere l’avanspettacolo dell’Ambra Jovinelli degli anni Cinquanta. Eppure è quello che passa il convento e, come si diceva un tempo, “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Pessima intuizione, si spera sempre in un quantum leap, quel colpo d’ala che apra una nuova finestra e vento fresco; con questa gente il paese non andrà da nessuna parte, non c’entra l’Ue o l’Fmi (che Dio li abbia in gloria questi inutili costosissimi baracconi), qui è in gioco il pesante destino del popolo italiano e non serve un giudizio superiore, solo quello umano cosciente.

Vogliamo parlare dei remuneratissimi banchieri senza merito e senza qualità? Non prestano soldi, non erogano mutui e vivono alla giornata lucrando sul famoso spread grazie alle emissioni di estremo salvataggio fatte dalla Bce. Questa manica di bricconi incompetenti ancora in vita e liberi di intendere e volere perché solo grazie a una legge non scritta le banche in Italia non possono fallire, ma visto anche solo l’ultimo caso – uno dei tantissimi quello del Monte dei Paschi di Siena – ci starebbe per una volta una rapida riflessione. Questo pregiato Istituto acquista per quasi 10 miliardi di euro una banca tecnicamente in default e parecchio compromessa anche dal punto di vista dell’immagine, assumendosi inoltre con imperturbabile nonchalance altri dieci miliardi di potenziali passività e da chi compra? Dagli spagnoli del Santander – che notoriamente non attirano la tripla A delle agenzie di rating internazionali – che l’avevano comprata per somma assai inferiore solo pochi mesi prima. Da qui la prima considerazione: o gli spagnoli sono degli assi, o i senesi sono dei pirla, o qualcuno ha ciurlato nel manico con la connivenza di tutti gli attori in gioco. Ma a parte questi esiziali dettagli il Monte, storico emblema della senesità, aveva come presidente uno stimato avvocato calabrese con scarsa conoscenza del mestiere di banchiere; fin qui nulla di male – contenti loro, contenti tutti – ma cosa si inventa lo staff dirigenziale dopo qualche anno per provare a tappare buchi incolmabili di bilancio? Operazioni sintetiche di derivati su pronti contro termine aventi come regolamento titoli di Stato italiani trentennali. E chi scelgono come controparte? La banca d’affari Nomura, ovvero come volersi suicidare scegliendo fra una Glock 45 GAP oppure una Sig Sauer P228. Visto il disastro dell’operazione, nel dubbio decidono pure di cambiare presidente e chi chiamano? Un altro ex presidente cacciato da Unicredito che con le sue manie di grandezza tra fusioni e acquisizioni miliardarie verso l’Est europeo aveva quasi ridotto in fin di vita uno dei gruppi bancari più importanti del paese.

Vogliamo parlare degli strapagati capi azienda e relativo top management delle poche imprese italiane multinazionali private e pubbliche malati di uno smisurato senso del potere relativo? La maggior parte sono inquisiti, alcuni in galera, altri per non sbagliare non fanno niente e lasciano che la deriva del tempo porti da qualche parte il naviglio che timonano svogliatamente, come degli intoccabili che perdono denaro a palate e tanto nessuno gli dice niente. Ma per cercare di fare quegli affari che in qualunque altra parte del mondo civile comunemente si pagano con estrema irreprensibilità, tutte queste teste d’uovo ragionano in forma complessa nelle stanze ovattate degli inutili consigli d’amministrazione usando ancora i vecchi mezzi, le mazzette, le consulenze di cortesia, gli amici di fiducia, i partiti politici che li hanno messi sullo scranno, faccendieri, portaborse e perché adesso va di moda, i commerciali o le relazioni esterne che male non fanno all’immagine. Sono inclini alla meritocrazia verso qualcuno che sa fare il proprio mestiere con professionalità, correttezza e trasparenza e che cerca di salvaguardare il perimetro degli interessi strategici dell’impresa in tema di competitività, di affidabilità dei prodotti, di business intelligence, di protezione del brand oltre che di rispetto verso azionisti grandi e piccoli? Affatto, non gliene frega niente di niente, tanto in Italia nessuno paga di tasca propria, i processi penali e civili se ci sono si trascinano per decenni e non esistono dimissioni spontanee, l’azienda ti manda via ma carico di soldi, proprio come l’asino di Filippo il Macedone.

Last but not least, come scriveva seppure con velo d’ironia Luigi Barzini Jr., gli italiani sono brava gente, persone generalmente serie anche pazienti e dotate di storica persuasiva intelligenza e civiltà, ma esiste un limite sensibile anche al cattivo gusto. Il passaggio del capitalismo al socialismo non può avvenire sulla base di un pluralismo economico, politico e ideologico, esso deve avere luogo con la rivoluzione del proletariato e chi sono oggi i proletari? Tutte le classi sociali massacrate dalla scure di stolte e distorte politiche economiche che hanno fatto arricchire il 3% e impoverire il restante 97% della popolazione grazie a personaggi omnicomprensivi di tutto l’arco costituzionale il cui livore, l’arroganza, la presunzione e delirio di onnipotenza verso i comuni mortali é arrivato a livelli tanto parossistici quanto insostenibili, da porre una severa questione non giustizialista e neanche populista semmai evidente sulla validità di una politica ridotta allo stremo delle forze ma sempre pronta a far pagare le proprie croniche nefandezze a scapito del comune lecito benessere.

Possono esserci due Lionel Messi che giocano la stessa partita? Assolutamente no, improbabile almeno per il momento. Invece sì, ce ne sono due che si confrontano quotidianamente in una partita altrettanto interessante sul campo dell’economia globale e con eccellenti attributi: Ben Bernanke capo della Fed e Mario Draghi della Bce. Il primo è stato discepolo e con che risultati di Sir Alan Greenspan, il secondo si è fatto da solo e guarda caso da quando presiede la Bce è diventato anche più simpatico, dall’atteggiamento rude vecchia maniera di Clint Eastwood con cappello e senza cappello adesso ha imparato anche a sorridere malgrado le regole asfissianti e tutti i trappoloni tesi dai suoi colleghi atti a mettergli i bastoni tra le ruote. Ma Draghi non si dà per vinto, anzi: è riuscito a farsi autorizzare abbastanza risorse economiche per mettere al riparo i sistemi bancari dei paesi più deboli – anche se nessuno degli aderenti all’Ue è indenne da questa crisi; ha erogato a tassi infimi agli istituti che ne avessero fatto richiesta i denari da rimettere in circolo, per poi capire che le banche se li sono tenuti per colmare bilanci da formaggio groviera e per lucrare qualche soldo sulla differenza dei tassi. In ogni caso si merita un 10 con lode, alla faccia di Mario Monti – uno pseudoeconomista bocciato in pieno.

Il suo collega d’oltreoceano è invece diventato abilissimo a esportare altrove i prodotti tossici. Insieme ai colleghi Tim Geithner e Henry “Hank” Paulson, nel 2008, in una crisi che rischiava di travolgere tutto e tutti indistintamente, si inventò il sistema too big to fail: cose che si possono fare solo negli Usa, ovvero come annientare rapidamente i virus letali, consolidare con le buone o le cattive interessi spesso contrapposti per costruire colossi bancari invincibili a tutto campo, dargli una quantità esagerata di soldi dei contribuenti e farseli rimborsare con tempi da primato proprio perché ai privati americani non piace per niente avere il fiato sul collo del governo, a differenza di quanto accade in Europa o nel resto del mondo. La Federal Reserve continua a stampare dollari per immettere liquidità nel sistema, una media di 40 miliardi al mese fino a tutto il 2013, ma il dollaro rimane integro nel suo intrinseco valore facciale verso le altre divise, i cittadini godono di ragionevole credito e l’economia seppure non nel suo migliore stato appare un’araba fenice nei confronti delle altre nazioni del G8. Tutto questo grazie anche al secondo mandato del presidente Obama vinto in forma limpida e autorevole, poche idee ma chiarissime e un programma di governance fatto di cose sensibili, tangibili, serie, fattibili, concrete e obiettivi raggiungibili proprio come piace al suo popolo, visto che oramai gioca in souplesse senza dover vivere troppi compromessi con il Congresso, il Senato e le lobby, inoltre capace di scegliersi ottimi collaboratori, quindi 10 con lode a tutti e due.

Di questi tempi non ci si trova mai di fronte al classico “o la va o la spacca”, oggi si parla semmai di “o la spacca adesso o la spacca più tardi”. Pertanto, molto sovente il grande nemico della verità non è la menzogna – deliberata, studiata, disonesta – ma il mito persistente, persuasivo, irreale. Troppo spesso ci teniamo attaccati ai cliché dei nostri antenati, sottomettiamo tutti i fatti a interpretazioni prefabbricate e godiamo del conforto di avere delle opinioni senza avere la noia di pensare. Non possiamo capire e affrontare i problemi attuali se siamo affascinati da etichette tradizionali e da slogan consunti di un’epoca passata. La sfortuna è che l’abituale noiosa retorica non tiene il passo con la velocità dei mutamenti economici e sociali e i dibattiti politici, i discorsi pubblici sui problemi interni, sociali ed economici troppo spesso non hanno alcuna relazione o ne hanno troppo poca con le reali tematiche che sarebbe necessario affrontare con coraggio e determinazione. Le nuove circostanze nelle quali ci troviamo e che dobbiamo sfidare richiedono parole nuove, espressioni diverse, oltre che l’adattamento delle parole vecchie agli oggetti innovativi.

di Marco Savina, Limes.com

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