La razionalità sostanziale è finita in Cina

Tra mezzi, fini e conseguenze non è possibile promuovere una sistemazione valevole universalmente. Ed anche la razionalità “sostanziale” può avere solo un campo “locale” di incidenza. La Cina come ultima scena dell’utopia della perfetta congiunzione fra razionalità sostanziale e strumentale.

Abbiamo letto tutti migliaia di parole spese per criticare la razionalità strumentale, quella che sembra consistere nella selezione dei fini in base ai mezzi. Se fini e mezzi costituissero un sistema ben ordinato, in cui i fini più importanti avessero sempre a disposizione i mezzi per realizzarsi, razionalità strumentale e sostanziale coinciderebbero. Se i mezzi obbedissero a una gerarchia di disponibilità e i fini a una di importanza, e le due gerarchie non coincidessero, la razionalità strumentale consisterebbe nel far valere la gerarchia dei mezzi, per selezionare i fini. Se l’ordine dei mezzi consentisse una scelta tra fini diversi, le connessioni tra mezzi e fini potrebbero essere ulteriormente valutate in base alle conseguenze che generano. Il primato dei mezzi sui fini è di solito attribuito all’utilitarismo, mentre quella che vagamente si intende con etica della responsabilità sembra consistere essenzialmente nel rilievo accordato alle conseguenze.

È difficile immaginare un sistema in cui mezzi e conseguenze determinino completamente i fini. Era un tipo di razionalità appena adombrato da Max Weber, che interpretava così l’economia marginalistica, considerandola però come un tipo ideale. Il livello elementare dei mezzi che condizionano la scelta dei fini può essere identificato con la natura. Per i filosofi antichi si trattava di un livello assai vicino a quello dei fini. Per Aristotele avrebbe avuto senso dire che non si può deliberare di volare o di andare sulla luna, cioè che non ci si può seriamente porre un fine del genere, mentre oggi volare è alla portata di molte persone e non è impossibile andare sulla luna. Si è messa di mezzo la tecnica, che può essere vista in due modi: come obbedienza alla natura, secondo la formula baconiana, o come sfruttamento della natura. Secondo la prima formula la tecnica avvicinerebbe l’uomo alla natura, sostituendo all’immagine fittizia dei mezzi naturali, costruita dai filosofi antichi, un sistema autentico di mezzi disponibili, con una pressione sempre più alta dei mezzi sui fini, via via che crescono le conoscenze tecnologiche. Questa è la prospettiva disegnata dai filosofi ossessionati dai progressi della tecnica, alimentata dalla forte crescita della conoscenza scientifica. Se la si considera uno sfruttamento della natura, si tende a vedere nella tecnica un allontanamento dalla natura, che condurrà alla sua distruzione, almeno come ambiente ospitale per la specie umana. Anziché essere uno strumento utile per arricchire il novero dei mezzi disponibili e metterli in ordine, in modo da coordinare sempre meglio fini e mezzi, la tecnica diventa l’imposizione dei fini ai mezzi naturali, che non tiene conto della loro conservazione.

Queste sono drammatizzazioni, perché, quando si prendono decisioni, si cercano compromessi tra fini, mezzi e conseguenze. L’esortazione a essere ragionevoli si riferisce talvolta ai mezzi, talvolta alle conseguenze, talvolta anche alla tolleranza verso il perseguimento di fini improbabili. Lo schema mezzi-fini, che è locale, perché spesso un termine è mezzo e anche fine, mal si presta alle generalizzazioni alle quali la teoria filosofica della ragione mira ad arrivare. Localmente i rapporti tra mezzi e fini si sistemano, ma i filosofi hanno sempre cercato di usare quello schema per costruire una sistemazione globale. Essi hanno spesso cercato la natura, che sembra costituire il limite delle scelte umane, ma anche la suggeritrice delle scelte che mettono in pericolo l’ordine naturale. Aristotele, pur ritenendo che mezzi e fini rientrassero in un ordine naturale ben costruito, in cui c’era spazio anche per i piaceri dovuti alla soddisfazione dei desideri, pensava che quell’ordine potesse essere turbato, se i desideri non stavano al loro posto.

Platone e Aristotele sapevano come si coordinano i mezzi ai fini, per esempio per costruire un tempio o per fare un calcolo, Aristotele sapeva che certe grandezze fisiche hanno tra loro un rapporto proporzionale e che, se in questi rapporti compare il nulla (lo zero), compare anche l’infinito e la situazione diventa indeterminata. Essi pensavano che questi schemi si applicassero anche in generale, dove non ci sono templi da costruire o calcoli da fare. Si chiamava logos tanto un rapporto quanto un discorso ed espressioni come  “sii ragionevole”, “ho ragione”, “è una buona ragione per”, “è un buon ragionamento” potevano essere ricondotte al logos, la facoltà per cui, a differenza degli animali, siamo capaci di parlare. I filosofi volevano trovare qualcosa di comune tra tutti questi usi, qualcosa che avesse la sicurezza e la generalità del calcolo o dell’ordine naturale, che essi credevano di riscontrare negli astri, regolatori delle stagioni e dei giorni, fondamento del calendario, punti di orientamento nella navigazione. A questo scopo occorreva tener lontane le situazioni nelle quali una componente della natura umana, quella in cui si generano i desideri e si godono i piaceri, possa turbare l’ordine generale della natura.

Platone vedeva nell’indeterminazione dei processi naturali la vera ragione per cui, come avrebbero detto gli gnostici, la natura è intrinsecamente cattiva; poi, quando la meccanica ne propose un’immagine in cui l’indeterminazione era fin troppo assente, ai filosofi, che continuavano a pensarla come un sistema di mezzi offerti alle azioni umane, la natura parve qualcosa di estraneo. Allora i filosofi si sentirono liberi di dichiarare che le norme sono del tutto svincolate dall’ordine delle cose, il dover essere dall’essere. Lo fece Hume, che dell’ordine naturale dava un’immagine debole, ma anche Kant, che ne dava un’immagine forte. Hume pensava che le regole dovessero favorire la socialità; per Kant, che considerava la storia lo scenario nel quale si collocano le regole, in una storia infinita gli uomini si sarebbero diretti sempre di più verso l’obbedienza a regole non dettate da interessi. Se la natura non può suggerire nulla che determini troppo strettamente le norme da seguire, non sarà la ricerca dei mezzi disponibili a costituire la razionalità, perché la realizzabilità di ciò che ci si propone è assicurata dalla validità della norma stessa. Lo spostamento della razionalità dalla natura alla storia, suggerito da Kant, ha avuto seguito: le ideologie ottocentesche e novecentesche sono state tutte fondate su filosofie della storia e sono state tutte progetti che pretendevano di essere autogarantiti, cioè di avere in se stessi le condizioni per la loro sicura realizzazione. Liberalismo, socialismo, democrazia, nazionalismo, comunismo sono state dottrine di questo genere. La più emblematica è la versione marxista del comunismo, per la quale il naufragio dei sistemi economici, costruiti per il miglior sfruttamento delle risorse, conduce all’instaurazione della miglior società possibile.

Quando diceva che la razionalità puramente strumentale è un tipo ideale, mentre la razionalità reale subordina la ricerca dei mezzi alla scelta di valori da realizzare, Weber teneva presenti le ideologie, che sono pacchetti di mezzi e fini preconfezionati. Con la dissoluzione delle ideologie è ricomparsa la libera articolazione, humiana e kantiana, tra l’ordine naturale delle cose e l’ordine morale dei fini, e i filosofi hanno ripreso a criticare i tentativi di vagliare le proposte di fini in base ai mezzi, considerati forme di strategia conservatrice, che mira a respingere qualsiasi correzione di una situazione storica o sociale. Così, negli anni sessanta e settanta del Novecento, si è riabilitato il concetto di utopia, intesa come un programma realizzabile per mezzo di una rivoluzione, che, nel mondo economicamente progredito, non avrebbe neppure bisogno di essere violenta, perché si tratterebbe soltanto di abolire le limitazioni sui mezzi, non più giustificate, dopo che essi sono diventati abbondanti, per l’alta produttività delle società industriali.

Le ideologie non si lasciano mescolare facilmente, perché ciascuna di esse pretende di inglobare le istanze positive presenti nelle altre. Già Weber, con l’immagine del “politeismo dei valori”, aveva preso atto dell’inconciliabilità delle ideologie e dell’impossibilità di scegliere tra esse, se non facendo intervenire la considerazione delle conseguenze: era questo il contenuto dell’etica della responsabilità, che egli aveva proposto senza entrare nei particolari. Invece John Rawls è arrivato a proporre un compromesso tra le ideologie, dopo essere partito dal confronto delle ideologie con le loro condizioni di possibilità economiche. L’economia rappresenta il punto in cui la natura si incontra con la cultura e ne fa sentire i limiti. La poca fortuna di cui gode oggi la scienza economica, dopo le promesse del keynesismo, dell’economia del benessere, del neoliberismo e del monetarismo, ha fatto dimenticare che la crisi delle ideologie è stata anche in parte dovuto alla loro incapacità di rispondere ai problemi economici. Le utopie degli economisti non hanno retto alla prova più di quelle degli ideologi, ma della teoria economica è rimasto almeno il lascito negativo, cioè la sua utilità nel mettere in luce il costo delle utopie sociali o politiche, spesso taciuto da chi le proponeva.

È possibile riprendere l’antinaturalismo di Hume e More, cui spesso i filosofi si rifanno, per celebrare l’autonomia del piano normativo, in un senso diverso da quello solito. La considerazione delle condizioni di fatto, quali per esempio le teorie economiche illustrano, non danno indicazioni positive sulle ideologie possibili, ma ne danno di negative, cioè non offrono ciò che la ragione sostanziale pretendeva di dare e tolgono credibilità alle sue finzioni. Per esempio, gli eredi di ideologie, anche di quelle che un tempo avrebbero respinto come un inganno intellettuale il concetto scolastico di bene comune, oggi lo hanno riscoperto; ma, se si richiede all’economia di dare un contenuto a quell’idea, si scopre che il sapere economico, che non voglia essere ideologico o utopistico, ci da delle certezze asimmetriche, quelle per le quali è possibile indicare di volta in volta gli interessi particolari promossi o sacrificati, ma senza poter individuare un interesse comune. Già la razionalità strumentale, più si fa particolareggiata, più si fa locale, ma le proposte fatte in nome della razionalità sostanziale, proprio perché sono costituite da un fitto intreccio di mezzi e fini, sono ancora più locali, e il farne un prodotto della ragione serve soltanto a nascondere la loro modesta estensione

Chi ha ripreso a coltivare le ideologie, messo di fronte alla “rivolta dei mezzi” contro i fini e alla loro anarchia, ha riscoperto l’idea, sempre cara ai filosofi, che esiste una classificazione di beni e di desideri. L’ideale platonico dello stato commerciale chiuso, sorvegliato da guardiani, insieme intellettuali e soldati, capaci di sopprimere sul nascere i desideri inferiori e di bloccare la circolazione dei beni che li possano soddisfare, ritorna come modo per riproporre la ragione sostanziale. Quando anche i suoi nemici pensavano che la società industriale fosse una società opulenta o potenzialmente opulenta, bisognosa soltanto di una riorganizzazione, nella razionalità sostanziale, come instaurazione di una gerarchia corretta di desideri e di beni, si scorgeva un’operazione di libertà. Oggi, che l’opulenza sembra minacciata, ritorna il sogno platonico della società commerciale chiusa, in cui vanno repressi i bisogni fittizi e vietati i beni che servono a soddisfarli; e ritorna spesso con i tratti del sogno cinese. Un tempo coloro i quali vedevano nella Cina di Mao qualcosa di simile alla società naturale di Rousseau ammiravano la capacità, imprudentemente attribuita ai cinesi, di prevedere i terremoti, di fronte ai quali l’ambiziosa scienza occidentale deve arrendersi. Adesso la Cina efficiente dei capitalisti comunisti è dipinta come quella in cui sviluppo e sensibilità ecologica vanno finalmente insieme. Che i tirannici burocrati cinesi, dopo i soldati filosofi e inquisitori di Platone, siano diventati gli ultimi sacerdoti della razionalità sostanziale?

Carlo Augusto Viano è Professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Torino. Fra i suoi contributi più recenti Laici in ginocchio (Laterza, 2006) e Stagioni filosofiche. La filosofia del Novecento fra Torino e l’Italia (il Mulino, 2007).

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