Presidente, ci dica

Otto giorni fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla scuola dei magistrati di Scandicci, ha reso noto il suo ultimo carteggio con il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, che gli aveva scritto una lunga lettera per rassegnare le dimissioni dopo le polemiche seguite alla pubblicazione delle sue telefonate intercettate con Nicola Mancino. Napolitano gli aveva risposto respingendo le dimissioni e scrivendo, fra l’altro, che alcuni giornalisti e magistrati avevano “tentato di colpire lei per colpire me”. Su questo si sono concentrati i titoli e gli articoli dei quotidiani, compreso il Fatto, trascurando un passaggio davvero inquietante della lunga lettera di D’Ambrosio, datata 18 giugno 2012. È quello in cui, ricordando la sua lunga collaborazione con Giovanni Falcone prima come membro dell’Alto commissariato antimafia e poi, nel 1991-’92, come consulente degli Affari penali del ministero della Giustizia retti dal giudice siciliano fino alla sua morte, D’Ambrosio scrive a Napolitano: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che in quelle poche pagine non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. Non le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche a fare indagini, come mi accadde oltre 30 anni fa dopo la morte di Mario Amato ucciso dai terroristi…”. Purtroppo, nel citato libro di Maria Falcone (Giovanni Falcone un eroe solo, ed. Rizzoli, 2012), dei misteriosi “episodi del periodo 1989-1993” che l’hanno “preoccupato” e “fatto riflettere”, D’Ambrosio non lascia che labili tracce: là dove descrive la solitudine di Falcone dopo il fallito attentato all’Addaura e le polemiche seguite al suo primo progetto di Superprocura. Però, nella lettera, D’Ambrosio scrive che le sue “ipotesi” Napolitano le conosce (“lei sa”), e non solo lui (“ho detto anche ad altri”. Ipotesi strettamente connesse con la trattativa Stato-mafia, al punto di indurlo a sospettare “di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”: da chi D’Ambrosio temeva di essere stato usato come “scriba”? Non certo da Falcone, che gli affidò la stesura delle leggi antimafia (Superprocura, pentiti, 41-bis e così via) approvate dal Parlamento nel 1991-’92. Dunque dai politici che sedevano sopra di lui in quel periodo, al governo (presieduto da Andreotti) e in Parlamento (presidenti delle Camere erano Napolitano e Spadolini). Ma anche dopo (“protagonisti e comprimari” della politica sentiti in Antimafia). Chi dunque, fra quei politici, usò D’Ambrosio per scrivere cose “utili a fungere da scudo per indicibili accordi”? E chi sono gli “altri” a cui il consigliere confidò i suoi sospetti? E perché, quando fu sentito due volte come teste dai pm di Palermo nell’inchiesta sulla trattativa, non li mise al corrente e anzi negò di sapere qualcosa, visto che addirittura desiderava “tornare a indagare”? E Napolitano, quando D’Ambrosio gli espose le sue ipotesi e poi gliele scrisse nell’ultima lettera gli ha chiesto spiegazioni, dettagli, nomi e cognomi? Delle due l’una: se l’ha fatto (e sicuramente l’avrà fatto, visto che non perde occasione per dirsi interessato a conoscere tutta la verità sulla trattativa), il presidente dovrebbe precipitarsi in Procura a testimoniare; se invece non l’ha fatto (e noi non vogliamo neppure pensarlo), perché non l’ha fatto?

di Marco Travaglio, IFQ

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