Pechino e la slavina della corruzione

Corruzione e diritti umani: sono due ambiti per i quali la Cina – che si prepara al prossimo congresso del Pcc, il 18°, previsto per l’8 novembre – è attesa al varco. Il primo è un problema endemico del sistema politico e sociale nazionale, che le recenti vicende legate a Bo Xilai e allo scandalo causato dalla sua epurazione, hanno dimostrato appartenere anche ai livelli più alti dell’intellighenzia, e non covare solo nelle zone più periferiche del potere e del paese. Il secondo è un argomento scottante in tanti incontri internazionali e che spesso pone il Dragone in cattiva luce, nonostante i suoi progressi economici innegabili, rimanendo per altro un argomento del quale la Cina non rilascia da tempo numeri ufficiali.    A POCHE settimane dal congresso che segnerà il cambio di leadership del Partito arrivano due segnali: da un lato un piano quinquennale anti corruzione, con l’obiettivo di sterminare le cattive abitudini dei funzionari, dall’altro un Libro Bianco, primo nel suo genere in Cina, sulla riforma giudiziaria, nella quale per la prima volta viene balenata la possibilità di una riforma, ma non ancora un’abolizione, del campo di rieducazione.    Secondo quanto affermato da He Guoqiang, capo della Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Pcc, negli ultimi 5 anni sarebbero 660mila i funzionari cinesi colpevoli di violazioni disciplinari. Molti sono finiti in carcere, 24mila, altri hanno affrontato sanzioni amministrative. Un problema che arriva anche ai livelli più alti del Partito, come ha sottolineato He, che ha citato il caso di Bo Xilai, ma anche quelli dell’ex ministro delle ferrovie e dell’ex sindaco di Shenzhen, tutti puniti duramente. Quella di stroncare la corruzione, o quanto meno dimostrare un impegno più attivo nel tentativo di combatterla , è un sentimento molto nitido nelle menti degli attuali detentori del potere: molti dei “potenti” di turno sono stati smascherati on line, colti nell’atto di indossare orologi o capi di vestiario troppo costosi per lo stipendio di un funzionario, che secondo i dati forniti dall’Ufficio nazionale di statistica, nel 2008, non superava i 5mila yuan, circa 600 euro. Lussi fuori luogo, tanto che il governo ha messo in piedi una scuola speciale per scovare il lusso di troppo.    E in questo periodo di cambiamento è arrivato anche il Libro Bianco sulle riforme del sistema giudiziario, che prende in esame una potenziale riforma del laojiao, il campo di rieducazione più noto con il termine di laogai (in disuso però dal 1990 e sostituito con un generico “prigione”). I laojiao vennero istituiti negli anni ‘50, per contrastare gli oppositori politici: campi di lavoro dove i condannati svolgevano mansioni pagati con un salario minimo. Oggi nel laojiao la polizia può mandare i condannati a 3 anni. Sono diminuiti i reati politici, ma continuano a essere un luogo in cui gestire al meglio i fastidi sociali del Partito comunista. Secondo le cifre fornite dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, sarebbero circa 190mila i cinesi arrestati e detenuti nei 320 centri di rieducazione nel 2009 (la Cina ne denuncia la metà). L’opinione pubblica ha aumentato le critiche al sistema, specie dopo la storia che ha visto coinvolta una donna, condannata a 18 mesi in un campo di lavoro, perché aveva denunciato i documenti falsi di una corte, utilizzati a suo dire per diminuire le pene agli uomini che avevano rapito e stuprato sua figlia di 11 anni.

di Simone Pieranni, IFQ

Bo Xilai    Ansa

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