50 anni fa il Concilio del papa coraggioso

Sono circa le 8,30 quando un corteo lunghissimo di mitrie bianche sbuca dal Portone di Bronzo, attraversa Piazza San Pietro e si dispone a entrare nella basilica vaticana. É l’11 ottobre 1962. Sta per cominciare il concilio Vaticano II e solo una minoranza tra i presenti ha un’idea di cosa possa succedere, anzi che cosa significhi in realtà partecipare ad un “concilio ecumenico”. Confusi ricordi rimandano al Vaticano I, l’assemblea che si concluse con la proclamazione dell’infallibilità papale e fu interrotta nel luglio 1870 dallo scoppio della guerra tra Francia e Prussia cui seguì l’anno dopo la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale papale. I veterani della Curia ricordano anche che Pio XII dopo la guerra aveva pensato di convocare un concilio e aveva persino creato una commissione di studio, ma poi dinanzi alle difficoltà aveva rinunciato. “Io sono sono troppo vecchio, ci vuole un papa giovane, lo farà mio successore”, aveva concluso.    Trasmesso in mondovisione il corteo appare senza fine. Quasi 2500 tra patriarchi, cardinali, vescovi e arcivescovi, abati e superiori generali degli ordini religiosi. C’è anche un nutrito numero di “esperti”. Il cardinale Josef Frings di Colonia si è portato dietro come consigliere teologico un giovane professore: Joseph Ratzinger.

IN FONDO al corteo ondeggia la sedia gestatoria di Giovanni XXIII. É ancora l’immagine di una Chiesa dei secoli passati. Il Papa assiso in alto, all’ombra di giganteschi flabelli bianchi, circondato dalla sua “corte” fatta di prelati in abito paonazzo, svizzeri, guardie nobili con i colletti inamidati seicenteschi provenienti dall’aristocrazia nera di Roma. Dentro la basilica sono state preparate due lunghissime tribune, che prendono tutta la navata centrale, i posti sono assegnati per ordine di anzianità. É un concilio ecumenico, ma in realtà è ancora fortemente europeo (1060 padri conciliari) e radici europee hanno in fondo anche i partecipanti che vengono dalle Americhe (1030), dall’Oceania (74) e molti vescovi d’Asia e d’Africa.    Provocano emozione i trentacinque vescovi venuti dai paesi dell’Europa orientale, cui le autorità comuniste hanno dato il permesso di partecipare. Altra grande novità sono i rappresentanti delle Chiese sorelle, le altre confessioni cristiane che un tempo sarebbero state cacciate come eretiche. É la prima volta che un Concilio apre la porta agli “altri” senza la pretesa di convertirli. I rappresentanti delle Chiese evangeliche sono venuti per primi, il giorno dopo giungeranno a Roma l’arciprete Vitali Borovoi e l’archimandrita Vladimir Kotlirov in rappresentanza del Patriarcato ortodosso di Mosca. Le grandi assise (dopo tre anni di preparazione seguiti all’improvviso annuncio di Giovanni XXIII nella basilica di San Paolo fuori le Mura il 25 gennaio 1959, quando nessuno si aspettava un simile gesto da un pontefice già vecchio) iniziano con una messa solenne. Giovanni XXIII, una pesante mitria dorata posata in testa, assiste dal suo trono al pontificale. É una messa cantata, secondo il secolare rito tridentino. Sembra infinita. Ricorda lo storico gesuita Giovanni Sale che uno dei teologi progressisti presenti al Concilio come “esperti”, il francese Yves Congar, alfiere della riforma liturgica, commenta irritato che non vi è alcuna “partecipazione” al rito: è una “messa eseguita dalla Sistina, cioè da un coro di professionisti… Centinaia di vescovi sentono come noi la mancanza di una celebrazione comunitaria”.

MONSIGNOR Pericle Felici, grande esperto di questioni giuridiche, dichiara aperto il Concilio e Giovanni XXIII tiene la sua “allocuzione”. Si chiamava ancora così, con solennità sacrale. Il discorso rovescia l’impostazione del Concilio come era stata preparata dalla Curia con oltre settanta “schemi” di documenti. O almeno ne rovescia lo spirito. In Curia, dove Alfredo Ottaviani è l’onnipotente guida del San-t’Uffizio, si pensava ad un Concilio attrezzato difendersi dai mali del mondo. Tra i vescovi del mondo – che erano stati invitati a suggerire i temi da trattare – parecchi hanno messo per iscritto la necessità di combattere una lunga lista di fenomeni “distruttivi” della società moderna.    Giovanni XXIII spiazza la grande maggioranza e offre un pungolo alla pattuglia riformatrice guidata dai vescovi tedeschi, francesi, belgi e olandesi. La maggioranza dei vescovi fa una certa fatica a seguire il discorso del Papa in latino (già allora comincia a vacillare la conoscenza dell’antica lingua), sono i giornalisti – che hanno ricevuto il testo in anticipo – a informare spesso i presuli delle proprie nazioni. I punti qualificanti rompono la corazza di paure della vecchia (nutrita) guardia ecclesiale. Dovrà essere , spiega il Papa, un concilio pastorale – senza condanne – e teso al dialogo con i fratelli separati delle altre Chiese cristiane e aperto a tutti gli uomini “ancora non cristiani”.

NEL MEZZO del discorso cade l’affermazione, che si riverbererà in tutto il mondo: “ Ci feriscono talvolta l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni essi non vedono che prevaricazioni e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia […]. A noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura che annunciano sempre eventi infausti, quasi che incombesse la fine del mondo”.    Storditi, entusiasti, sospettosi i vescovi approvarono poi l’ordine dei lavori per il giorno seguente. Il Vaticano II cominciò così.

di Marco Polito, IFQ

11 OTTOBRE 1962    Duemila Padri Conciliari portano in tripudio Giovanni XXIII    LaPresse

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