Tunisia, “offesa al pudore”: rischia il carcere dopo lo stupro

Centinaia di persone sono scese in piazza in Tunisia, e non solo, in solidarietà con la giovane tunisina che rischia il carcere dopo aver subito uno stupro da parte della polizia. La ragazza è stata convocata ieri mattina, per la seconda volta, di fronte al giudice presso la procura di Tunisi. L’accusa di “offesa al pudore” e “oscenità premeditata e ostentata” – secondo la quale la ragazza rischierebbe fino a sei mesi di reclusione – è stata per ora confermata. Tra le questioni dibattute in aula anche la quantità di coscia visibile per definire la volontà o meno di ostentare: la misura dell’orlo della gonna sarà dunque il discrimine per comminare la pena, mentre l’altra linea di demarcazione sembra essere la discussa verginità.

La protesta. Davanti al tribunale una folla di almeno trecento persone, tra cui membri dell’Assemblea Costituente, Ong, e associazioni di femministe, ha manifestato durante l’udienza contro la palese ingiustizia. La ragazza, raggiunta anche da un messaggio di solidarietà dal governo francese, si è detta molto incoraggiata dal sostegno che le sta arrivando dal mondo intero. E, rispetto al passato, si sono visti in piazza cartelli molto più assertivi – come “Ministero terrorista, e ministero dello stupro”, “violentate o velate?”, fino a esortazioni più specifiche: “Polizia! Tenetevelo a posto”. Uno slogan che va bene anche per l’imposizione, diretta o indiretta, del velo – pudica barriera imposta alle donne per contenere l’esuberanza sessuale maschile. Ma forse i commenti più pressanti apparsi anche sui social network sono quelli all’insegna del dégage (“vattene”): la parola d’ordine scandita contro la dittatura il 14 gennaio 2011, quando è iniziata la rivoluzione. L’intera vicenda vede ancora una volta il partito islamista maggioritario Ennahdha e il governo attuale al centro delle polemiche, e ha quindi una dimensione tutta politica.

L'”offesa al pudore”: A ispirare il processo è l’articolo 226 del codice penale, retaggio della vecchia dittatura. E’ una norma abbastanza vaga da lasciare ampio margine allo zelo della pubblica accusa. Fornisce infatti a qualsiasi violentatore la scusa per trasformare la vittima in accusata o di mettere questa nelle condizioni di aver paura di denunciare, ed è anche una una sorta di comoda valigia dentro cui infilare ogni pretesto. Con lo stesso capo d’accusa, ancora in attesa di giudizio, si trova anche Sofiane Chourabi, un giornalista blogger non troppo amato dal potere, che è stato trovato a consumare alcol su una spiaggia nel periodo di Ramadan.

La storia della ragazza. I primi di settembre, nel quartiere di Tunisi Aïn Zaghouan la giovane si era appartata in auto con il suo ragazzo, dopo una cena. Un gruppo di poliziotti in borghese li ha visti e ha giudicato il loro atteggiamento indecente. Per rilasciarli però hanno preteso dei soldi. Il ragazzo aveva solo 40 dinari. Uno degli agenti, dopo averlo ammanettato, lo ha portato a cercare un bancomat per prelevare 300 dinari (150 euro). Poiché la ragazza era alla guida dell’auto, la conclusione dei poliziotti è stata che si trattasse di una donna sposata e dunque colpevole di comportamento immorale. Lei, 27 anni, una laurea in scienze delle finanze e un master in management, ha giurato di essere vergine e che si sarebbe sottoposta a un test, se necessario. I due agenti rimasti con lei l’hanno fatta sedere sul sedile posteriore della loro auto, l’hanno portata in un luogo isolato e violentata a turno. Poi hanno raggiunto il terzo poliziotto rimasto col ragazzo alla ricerca – infruttuosa – di un bancomat. Il ragazzo, che si è accorto dell’accaduto, è riuscito a strappare la bomboletta di gas immobilizzante a uno degli agenti, e ha cominciato a gridare. I poliziotti hanno rilasciato i giovani in cambio della bomboletta. Il soccorso ospedaliero non è stato tuttavia immediato. Solo alle 16 del giorno successivo la giovane è riuscita ad avere le cure necessarie e l’accertamento medico che quanto da lei dichiarato nei verbali corrispondeva al vero. Gli agenti stupratori sono stati arrestati, ma al momento del primo confronto la vittima si è trovata a doversi difendere dall’accusa “di offesa al pudore”. Ieri, durante la seconda udienza, l’accusa è stata confermata.

L’episodio ha suscitato grande emozione e un’ondata di proteste da parte delle Ong, e della società civile che si è espressa soprattutto tramite la rete. Si sono così susseguiti flashmob estemporanei, manifestazioni di attiviste e gente comune, prima davanti al ministero degli Interni poi in piazza a Tunisi, e lo scorso sabato con un ponte di solidarietà che è arrivato fino a Parigi. Ieri l’atmosfera era particolarmente surriscaldata davanti al tribunale nella Rue Bab Bnet.

Le reazioni della politica. In questi giorni, esponenti delle istituzioni (ministri degli Interni e Giustizia) hanno continuato a denunciare l’immoralità e l’indecenza dei due ragazzi, perdendosi in grotteschi distinguo: “Gli agenti sono in prigione, ma anche la ragazza ha compiuto un reato ed è quindi perseguibile secondo la legge”. Come se il fatto che responsabili sono stati puniti bastasse a legittimare un altro processo per offesa alla morale ai danni di una donna stuprata – per giunta dalle forze dell’ordine.

Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahdha, ha parlato attraverso la figlia Yousma la quale, dopo aver deprecato l’agire della polizia, ha però detto che è colpa dei media nazionali che spostano l’attenzione dai veri problemi del paese e quelli internazionali, che spiegano male la situazione. Così come molto poco credibili sono anche le tardive reazioni di condanna alla polizia del premier Hamadi Jebali in visita a Bruxelles, intervistato dal quotidiano Le Soir. E tardiva e prudente è la condanna di Sihem Badi, ministra della Donne e della Famiglia, che ha però rilevato come la denuncia della ragazza sia un importante segno di discontinuità rispetto al passato. Dall’opposizione, la reazione più significativa è venuta da Karima Souid della sinistra Ettakatol, che con CPR e Ennahdha è il partito della “troika” nell’Assemblea Costituente. La deputata ha detto di dissociarsi da tutti e ha concluso il suo discorso con un “je vous vomis” (vi rigetto con disgusto), domandando al ministro dei Diritti Umani che venga archiviato il caso.

La violenza sulle donne. Se lo stupro da parte della polizia era routine sotto Ben Ali, non essendo stata riformata, la polizia continua a comportarsi nello stesso modo. La questione ovviamente non riguarda solo le forze dell’ordine: il 30% delle donne tunisine afferma di avere subito violenze. L’andamento e l’esito di un processo così iniquo, che trasforma la vittima anche in un’accusata, sottopone la Tunisia a un test fondamentale agli occhi della comunità internazionale per quanto riguarda il suo cammino verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani e civili. Si capirà se è vera la denunciata opacità di rapporti tra potere esecutivo e quello giudiziario. Ed è anche il termometro della capacità di riflettere su una serie di tabù sessuali che condannano il paese a un perenne medioevo.

Costituzione e ruolo delle donne. E’ in gioco, tra le altre cose, il ruolo della donna nella società tunisina: una linea di demarcazione di modernità, questa volta non imposta dall’alto come all’epoca di Ben Ali, ma reale espressione di una volontà popolare. Una piccola vittoria sembrava essere arrivata qualche giorno fa, quando l’espressione “la donna complementare all’uomo” era stata eliminata dalle bozze di articoli della futura Costituzione, come avrebbero invece voluto gli islamisti. Ma il caso delle giovane tunisina riporta in primo piano – oltre alla necessità di una profonda revisione Codice di statuto personale del 1956 (in cui si sanciva una parziale parità uomo donna) – questioni sociali e culturali legate al divario tra un’élite progressista e la Tunisia profonda, sulla quale punta invece la visione conservatrice e religiosa di Ennahdha.

di Sabina Ambrogi, Micromega

One Comment to “Tunisia, “offesa al pudore”: rischia il carcere dopo lo stupro”

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