Start-up significa 4 anni senza garanzie

Potrebbe essere il primo stravolgimento della riforma Fornero del mercato del lavoro la parte del Decreto Crescita 2.0 dedicata ai contratti. Nelle norme ideate dal ministro Passera, infatti, si ritrovano ampie semplificazioni in materia di contrattualistica del lavoro riservata alle “start-up” per i primi quattro anni di vita. E si tratta di semplificazioni piuttosto pesanti.

Il contratto di lavoro a tempo indeterminato , nei primi 48 mesi di vita delle aziende, è di fatto abolito e sostituito da un “contratto tipico”, cioè un contratto di lavoro a tempo determinato. Il primo contratto ha una durata minima di almento 6 mesi mentre nel periodo tra i 6 mesi e i primi tre anni si procede con rinnovi contrattuali successivi anche senza soluzione di continuità. Dopo il terzo anno, infine, è possibile un solo rinnovo e per un solo anno. Al termine dei 48 mesi l’assunzione deve essere necessariamente a tempo indeterminato “altrimenti è espressamente vietato che la collaborazione possa continuare con altre fattispecie di lavoro subordinato o anche “?ttiziamente” autonomo” . Insomma, sembra un vantaggio per i lavoratori che, però, nel frattempo si sono fatti quattro anni di impiego senza alcuna garanzia. La norma, poi, sembra confliggere con quella comunitaria che indica in 36 mesi il periodo di tempo in cui poter stipulare contratti di lavoro a tempo determinato successivi tra un’azienda e il medesimo lavoratore. I piani di Ichino, paragonati a questo, sembrano estremisti.

LE IDEE DI PASSERA, in ogni caso, sono ancora più elastiche. Per quanto riguarda la remunerazione, infatti, si introduce una nuova possibilità per le aziende. Determinare una parte fissa, che segue i minimi tabellari, e una parte variabile “che può essere remunerata anche con quote della società (stock options)”. Sia chiaro, però, che non stiamo parlando di remunerazioni alla Marchionne (che con le stock options è diventato più che ricco) ma di quote di salario elargite legando il dipendente alla società. Che magari, visto che è una società innovativa, dopo 48 mesi è costretta, per difficoltà oggettive, a chiudere i battenti.

Le società in oggetto, infatti, sono società di capitali “non quotate” detenute e controllate almeno al 51% da persone fisiche con un fatturato annuo inferiore ai 5 milioni di euro e che non distribuiscano utili. “Un Paese cresce se ha imprese così” ha spiegato ieri Corrado Passera.

di Salvatore Cannavò, IFQ

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