Miliardari con i nostri soldi

Dagli al Fiorito. Tutti addosso al politico ciccione che s’è fatto i comodi suoi con i soldi pubblici. Bersaglio facile, er Batman, e non solo per la corporatura a dir poco massiccia. La lista della spesa è lì, sotto gli occhi di tutti. Case, auto, oggetti di lusso, segno tangibile delle ruberie che hanno portato in carcere l’ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio. I soldi delle banche, invece, si perdono nell’alto dei cieli della finanza. Difficile vedere. Difficile capire. Ma il conto finale è ben più pesante. Un conto miliardario a carico della casse dello Stato e quindi dei cittadini.

Questione di tasse. E di marchingegni contabili studiati da professionisti specializzati in quella che con soave eufemismo viene definito “ottimizzazione fiscale”. Se prendiamo i tre maggiori istituti nazionali, Intesa, Unicredit e Monte dei Paschi, si scopre che negli ultimi tre anni l’Agenzia delle Entrate ha contestato qualcosa come 2 miliardi di euro tra imposte non pagate, sanzioni e interessi. Una montagna di denaro, che in tempi di spending review avrebbe fatto davvero comodo. Se poi paragoniamo questa somma alle ruberie contestate nello scandalo della Regione Lazio, perfino il corpulento Fiorito diventa un topolino.

PUÒ ANCHE CAPITARE che le banche, a causa di una gestione alquanto discutibile, finiscano in cattive acque, tra perdite, debiti e prestiti a vanvera. Niente paura: arriva il pronto soccorso di Stato. Una bella iniezione di denaro fresco giusto in tempo per evitare guai ancora maggiori. È il caso, un’altra volta, del Monte dei Paschi, che si prepara a ricevere 3,3 miliardi dal governo. Un pacco regalo sotto forma di obbligazioni gentilmente sottoscritte dallo Stato. Come dire che il conto finale, sommando tasse e aiuti, supera i 5 miliardi. Il timbro ufficiale sulla penosa storia del Monte è arrivato proprio due giorni fa quando l’Eba, l’autorità europea in materia bancaria, ha certificato che il deficit patrimoniale della banca senese ammonta a 1,7 miliardi. Come dire che per rispettare i parametri fissati dall’ente di controllo, bisogna fare il pieno di capitali freschi al più presto. Solo che il Monte in questi anni ha già chiesto denaro più volte ai suoi azionisti, l’ultima nel 2011. E così, nell’impossibilità di trovare nuovi volonterosi sostenitori, saranno le casse pubbliche a farsi carico del salvataggio.    Verrà rinnovato il prestito di 1,9 miliardi già concesso nel 2009 (i cosiddetti Tremonti bond) a cui si aggiungerà un’altra tranche di obbligazioni da oltre 1,4 miliardi. Il totale, appunto supera i 3,3 miliardi. E per effetto del regolamento di questi prestiti lo Stato nei prossimi mesi potrebbe rilevare una partecipazione vicina al 4 per cento nel capitale della banca. Non c’erano alternative. I soldi, maledetti e subito, erano indispensabili per evitare guai peggiori. I conti del 2011 si sono chiusi con perdite per 4,6 miliardi di euro, dovute in gran parte alle svalutazioni miliardarie di attività, a cominciare dalla Banca Antonveneta, comprate a prezzi d’affezione negli anni del boom della finanza.

Insomma, acquisti incauti. A cui vanno aggiunti investimenti colossali, oltre 27 miliardi, in titoli di stato italiani. Non proprio il massimo, con l’aria che tira. Adesso tocca al governo tappare i buchi. Chi ha guidato la banca negli anni in cui è stato messa in atto questa strategia suicida si gode invece un nuovo incarico di prestigio. Giuseppe Mussari, presidente del Monte da aprile 2006 fino alla primavera scorsa , tre mesi fa è stato riconfermato alla guida dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, in pratica la Confindustria del credito. Domanda: chi ha preso il posto di Mussari sulla poltrona di presidente dell’istituto toscano? La primavera scorsa si è insediato al vertice Alessandro Profumo con il mandato preciso di rilanciare la banca, tagliando, tra l’altro, migliaia di posti di lavoro. A giugno Profumo è stato rinviato a giudizio per dichiarazione fraudolenta dei redditi. Una storia che risale agli anni in cui il banchiere guidava Unicredit, lasciato nel settembre del 2010. Una storia di imposte evase per circa 245 milioni grazie a una complicata operazione col nome in gergo di Brontos. Questa l’accusa della Procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto il processo anche per altri 19 manager di Unicredit. In pratica, secondo i magistrati, i vertici dell’istituto avrebbero camuffato gli utili in dividendi riuscendo così a spuntare un’imposizione più leggera. E questa è soltanto la parte penale di un’indagine ben più ampia sulle acrobazie della banca milanese ai tempi della gestione Profumo. Secondo l’Agenzia delle Entrate, Unicredit avrebbe versato quasi 450 milioni di tasse in meno rispetto a quelle dovute, di cui poco più della metà legate alla cosiddetta operazione Brontos. Alla fine, con l’obiettivo dichiarato di non restare a lungo sulla graticola delle indagini e senza ammettere alcuna responsabilità, la banca ora guidata dall’amministratore delegato Federico Ghizzoni, ha versato al fisco circa 190 milioni.

UNA SCELTA analoga a quella compiuta dagli altri grandi istituti finiti nel mirino degli ispettori tributari. Il Monte ha sborsato 260 milioni. Intesa invece ha chiuso le sue pendenze con una transazione per 270 milioni. Sul piano amministrativo l’inchiesta si è così chiusa. Resta da chiarire la posizione dell’ex numero uno Corrado Passera. Il banchiere ora ministro è indagato dalla procura di Biella per alcune operazioni fiscali sospette varate da una controllata di Intesa con sede nella cittadina piemontese.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari Foto Ansa

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