Il grimaldello turco per far saltare il regime di Assad

Per ora l’ingresso della Turchia e della Nato nel campo di battaglia siriano è escluso. I bombardamenti che le forze armate turche hanno effettuato, dopo l’esplosione mercoledì di alcuni razzi siriani su Akcakale, un villaggio di confine dove è stata sterminata un’intera famiglia, sono stati solo di “carattere dissuasivo” – ha precisato ieri il vicepremier Besir Atalay – inoltre Damasco ha ammesso le proprie responsabilità”. Nonostante il via libera del Parlamento di Ankara al dispiegamento di soldati e mezzi corazzati turchi al di là della lunghissima striscia di frontiera con la Siria, il governo turco non è dunque intenzionato a utilizzare il bombardamento sulla sua cittadina come casus belli.

E PERTANTO non chiederà all’Alleanza atlantica, di cui la Turchia è membro pesante per la sua importanza politico-economica nell’area mediorientale, di accompagnarla nella difesa armata della frontiera per salvaguardare la sicurezza interna. “Mi sembra la soluzione più sensata e logica perché non basta certo un bombardamento, più l’abbattimento di 2 jet (avvenuto tre mesi fa) per invocare l’articolo 5 del protocollo Nato”, spiega il generale Fabio Mini. Subito dopo la caduta dei razzi sulle abitazioni civili, la Turchia aveva chiesto una riunione urgente della Nato che si è conclusa con l’attivazione dell’articolo 4 che prevede la possibilità per il paese colpito di difendersi. “Ma non di chiedere l’entrata in azione anche degli altri paesi dell’alleanza – puntualizza Mini – che non sono mai obbligati. Ma se anche decidessero di coinvolgersi, non devono farlo automaticamente in modo bellicoso. Le loro mosse possono rimanere di carattere diplomatico”. Insomma non è il momento per contribuire all’esportazione del conflitto siriano nella regione. Il premier Erdogan, per non arrivare a tal punto, considera da tempo l’opzione di una zona di esclusione aerea su parte del territorio siriano e di una zona cuscinetto lungo la frontiera, come chiedono del resto i ribelli sunniti anti-Assad – appoggiati dalla Turchia in chiave anti iraniana – ma finora si sarebbe scontrato con l’opposizione degli Usa, che invece temono queste misure perché potrebbero fornire da pretesto a Russia e Iran per accusarli di essere parte in causa.    Non è però l’unico, il presidente Obama, a non potersi permettere l’apertura di un nuovo fronte, anche se indiretto: manca infatti solo un mese alla sua probabile rielezione e non può concedersi alcun passo falso. La pedina siriana è troppo importante sullo scacchiere mondiale, e nessuno ancora si azzarda a “mangiarla”. Persino la Russia, che attraverso il potere di veto in Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha finora protetto Bashar Al Assad, ha lavorato per smorzare i toni, aggiungendo che consigliava a Damasco di formalizzare al più presto le sue scuse. Arrivate puntualmente e accolte. L’analista turco Asli Aydintasbs ha sottolineato che comunque la Turchia non avrebbe potuto non rispondere all’incidente: “Presentare denunce a Onu e Nato senza fare nulla avrebbe distrutto le aspirazioni del paese a diventare potenza regionale e avrebbe provocato l’ira dei turchi”. Nazionalisti e orgogliosi, sempre più preoccupati dell’afflusso di profughi.

di Roberta Zunini, IFQ

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