Liste Monti, non lo dice ma gradisce

Disponibile in caso di necessità. Aveva dichiarato Ma-rio Monti negli Stati Uniti, pensava che la distanza potesse ridimensionare l’impatto e invece. Gragnola di adesione, presunte liste-professore, non vidimate però ispirate. Tutti in piedi, a chiedere il bis: il concerto va prolungato per Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Luca Cordero di Montezemolo, mine sparse nel Partito democratico, fra i berlusconiani, in prima e seconda fila ai ministeri. Monti si è accorto di aver preso la rincorsa: stanca durante la strada lunga, scoscesa e misteriosa che porta da qui – l’autunno dei Fiorito e degli scandali – al voto in primavera. Ha chiesto di frenare. E lui stesso ha frenato a Milano, al forum per la cooperazione internazionale: “Lasceremo il governo ad altri nei prossimi mesi, e con esso un Paese meno rassegnato e un po’ più sereno”.    Non è un testamento, ma è una tattica che a Palazzo Chigi conoscono a memoria: il professore non può far crollare la già fragile maggioranza, mostrare segni di apprezzamento per Casini, innervosire Pier Luigi Bersani e bruciare il Pdl. Non adesso che vuole raggiungere quattro obiettivi. Quattro riforme: concorrenza, agenda digitale, costi politica e, ambizione più sfrenata, vari ritocchi costituzionali sui poteri statali. E poi c’è la questione tecnica che un tecnico inquadra con astuzia: la legge elettorale, a queste condizioni – con le regole del Porcellum – l’assistenza Monti sarà un’emergenza possibile. Ma i partiti potrebbero cambiare le carte, servire quelle giuste e scongiurare il destino bocconiano. Muoversi prima di sapere il campo di gioco è una follia. E non serve, raccontano a Palazzo Chigi. Il premier ha rassicurato chi doveva timbrare il nullaosta per un secondo giro: i mercati, la finanza, Washington e dintorni. Ultima postilla: la candidatura è impensabile, un senatore a vita non fa politica. Monti ha un rapporto burocratico con i ministri e sottosegretari, ordina, rettifica, boccia e promuove, ma non gestisce la comunicazione. Stavolta, per l’occasione, il premier ha suggerito di tacere: “Non voglio commenti né giudizi”. I ministri devo fare i ministri, cioè parlare di un governo attivo che deve governare, anche se il tempo e lo spazio si riducono di giorno in giorno e le urne cominciano a pesare. Un sondaggio del TgLa7 dice che Monti è davanti a Renzi, Bersani e Berlusconi, al 19 per cento, tra i candidati per Palazzo Chigi che gli italiani potrebbero votare.    Monti vuole metaforicamente allontanare le elezioni per evitare che quel gruppo di ministri, pronto a scegliere la pettorina per gareggiare, possa sentirsi in dovere di sgomitare e abbracciare un partito piuttosto che un nuovo movimento. Un sentimento è certo, la sintonia fra il presidente del Consiglio e i suoi primi tre promotori, in ordine: Casini, Fini e Montezemolo. Stranamente, il presidente Udc rallenta. Un gesto che somiglia a una frenata, per l’appunto. È sempre una dichiarazione d’amore per il professore, ma leggermente criptica: “Non abbiamo bisogno di trincerarci dietro a Monti perché siamo sempre stati abituati ad assumerci le nostre responsabilità. Votando per noi si vota per noi, per il nostro programma politico. Monti è super partes e deve restare tale, sta facendo un lavoro importante per il Paese che deve continuare”. Il ministro Andrea Riccardi, che rispetta l’attendismo (non l’indifferenza) di Palazzo Chigi, è costretto a fare ghirigori: “Monti resterà una risorsa in un modo o nell’altro”. Raffaele Bonanni (Cisl), riferimento sindacale del listone Monti bianco colletti bianchi, non resiste: “Non vedo persone autorevoli come lui”. E lui, Ma-rio Monti, fa finta di nulla. Convinto che il bis sarà inevitabile.

di Carlo Tecce, IFQ

Mario Monti e Pier Ferdinando Casini in colloquio alla Camera DLM 

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