Cosa resta al cittadino beffato

Nel 1998 pubblicai un libro, Denaro. Sterco del demonio, in cui prevedevo il tracollo del sistema del denaro e quindi del modello di sviluppo che su di esso si basa. Perché le due cose sono strettissimamente legate, il capitalismo finanziario non è solo la logica e inevitabile conseguenza di quello industriale – e quindi chi si meraviglia dei suoi cosiddetti eccessi è come uno che avendo inventato la pallottola si meravigli che si sia arrivati al missile – ma ne è anche la precondizione, senza il capitale non sono possibili gli investimenti.    Quella previsione era basata su un calcolo molto semplice: fatto 100 il denaro circolante nel mondo nelle sue proteiformi incarnazioni, soprattutto quelle del credito e del debito che sono denaro nella sua forma più pura e astratta – quando il barista segna quanto gli devo crea denaro – con l’un per cento di quel cento si potevano comprare tutti i beni e i servizi del mondo. Che cos’era il resto? Non era ricchezza , non era nulla o, per essere più precisi, era una scommessa sul futuro che però, data l’enorme massa in gioco, lo ipotecava fino a epoche così sideralmente lontane da renderlo, di fatto, inesistente. E concludevo così: “Questo futuro… dilatato a dimensioni mostruose dalla nostra fantasia e dalla nostra follia, un giorno ci ricadrà addosso come drammatico presente. Quel giorno il denaro non ci sarà più. Perché non avremo più futuro, nemmeno da immaginare, ce lo saremo divorato”.    Quel giorno è già qui. O ci siamo molto vicini. Mi rifiuto di credere che le leadership mondiali, i loro staff, gli economisti, i commentatori a vario titolo non fossero consapevoli di quello che avevo intuito io che economista non sono.

HAN SOLO FATTO finta di non vedere. E hanno continuato a far finta anche dopo la crisi dei “subprime” del 2008. Si sono limitati a immettere nel sistema altro denaro inesistente, drogando così il cavallo già dopato nella speranza che faccia ancora qualche passo (la truffa della “crescita” quando è a tutti evidente che la follia delle crescite all’infinito è giunta al suo capolinea). La cosa può durare per un po’, ma alla fine l’overdose mortale è certa.    Gli scenari che si aprono sono sostanzialmente due. Il modello di sviluppo basato sulle crescite esponenziali si disfa gradualmente e altrettanto gradualmente azzera i nostri risparmi, le pensioni, le modeste ricchezze accumulate in decenni di lavoro. E in un certo senso è giusto che sia così perché i risparmiatori sono i fessi istituzionali del sistema, e non per nulla vengono sempre portati in palmo di mano, poiché sono dei creditori e c’è una legge dell’economia che dice “alla lunga i debiti non vengono pagati”.    Il secondo scenario è ancor più apocalittico ma, in un certo senso, più interessante. Il mondo del denaro crolla di colpo e, con esso, il sottostante modello di sviluppo industriale, la cosiddetta “economia reale”. Avete presente quando guardate un film su una vecchia cassetta? All’andata il nastro procede regolarmente, ma arrivato alla fine si riavvolge in pochi secondi. Anche per il sistema denaro-industria sarà una questione rapidissima, di settimane, forse di giorni. Allora la gente delle città rendendosi conto che non può mangiare l’asfalto né bere il petrolio si riverserà, alla ricerca di cibo, nelle campagne dove troverà i contadini pronti a riceverla con i forconi. Sarà un’apocalisse sanguinosa e lunga, al termine della quale si ricostituirà, come dopo il crollo dell’Impero romano, il feudo, comunità di piccole dimensioni, chiuse, autosufficienti, difese da armigeri. Ma en attandant Godot c’è una questione più impellente. Il cittadino schiuma di rabbia impotente perché non sa con chi prendersela. Se c’è una dittatura si può fucilare il dittatore, se c’è un’autocrazia si può processare l’autocrate. Dal punto di vista politico non serve a nulla perché quello che viene dopo è quasi sempre peggio. Però è almeno uno sfogo salutare, se non altro per le coronarie. Ma in democrazia? In democrazia, che è un sistema proteiforme, come il denaro, sgusciante, amorfo non c’è mai un responsabile ben individuabile. Per restare in Italia a chi andiamo a chieder conto? All’“esule” di Hammamet, all’ectoplasma di Andreotti, a Forlani che non si sa bene se sia ancora vivo o morto, a Giuliano Amato, a Ciampi, a Berlusconi e ai suoi scherani, ai Della Loggia, ai Panebianco, agli Ostellini che lo hanno sostenuto, a D’Alema, a Veltroni “l’amerikano”, a una sinistra ameboide ? Una rivoluzione allora? Le rivoluzioni sono sempre andate in culo alla povera gente. La rivoluzione contro lo zarismo, una autocrazia paternalista, all’acqua di rose (dieci fucilati in tutto) ha partorito lo stalinismo, vale a dire 20 milioni di kulaki e di contadini sterminati.

QUELLA FRANCESE non eliminò la nobiltà, ma spremette a sangue i contadini come l’aristocrazia, sciamannata, pochissimo attenta a sfruttare le sue rendite, non aveva mai fatto. Eloquente è una lettera che un proprietario dell’Indre, Gabriel Alamore, scrive al proprio affittuario, Pierre Henry: “Quello che deve approfittare dell’abolizione dei diritti feudali sono io, il proprietario, non tu, l’affittuario”. L’aristocrazia era arrogante, ma non aveva sulle proprie rendite l’attenzione micragnosa, burocratica, arida dei borghesi. Lo stesso Adam Smith si meraviglia che su grandi appezzamenti di terra dati in possesso ai contadini i nobili si accontentassero, come remunerazione, di un paio di galline e di qualche corvée. Il fascismo nacque anche sulla spinta dei fanti-contadini reduci dalla guerra, cui era stato promesso, in cambio, il riscatto delle terre. Ma Italo Balbo preferì l’alleanza con gli agrari e i contadini rimasero in braghe di tela. Le sole rivolte realmente popolari di cui si abbia conoscenza in Europa, quelle di Stenka Razin e di Pugacev in Russia, furono soffocate nel sangue. Con le rivoluzioni, quindi, è meglio lasciar perdere se oltre ai danni non si vogliono subire anche le beffe. Del resto, le democrazie hanno provveduto a mettersi al sicuro. Nate su bagni di sangue non accettano, nemmeno concettualmente, che possa esser loro resa la pariglia. Se in Italia dai un onesto cazzotto a Daniele Capezzone insorge tutto l’arco costituzionale, e non, gridando all’eversione. In Italia si può rubare, taglieggiare, imporre tangenti, farsi regalare mezze case, vacanze, viaggi, corrompere testimoni, promuovere troie a cariche pubbliche, ma se ti azzardi a fare uno sgambetto a uno stronzo questa è la cosa veramente intollerabile. E allora cosa resta al cittadino beffato, ingannato, depredato? Nulla. Se non, forse, nel proprio piccolo, alzare steccati. Con certi mascalzoni non si parla, non si interloquisce, non si polemizza nemmeno. Si lascia che affondino nella loro merda. Non è granché, poiché ci sguazzano a meraviglia, ma in fondo è pur sempre una punizione dantesca.

di Massimo Fini, IFQ

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