Il Governo dalle liti tecniche e sobrie

Il punto non è se il Pd o il Pdl minacciano la sopravvivenza del governo, ventilando elezioni a ottobre, ma se i tecnici riusciranno a rimanere compatti fino al termine della legislatura. A guardare i voti di fiducia in Parlamento, qualche problemino con la maggioranza del-l’ABC, Alfano, Bersani, Casini, c’è: alla Camera dai 556 consensi iniziali i tecnici sono scesi a 447, al Senato da 281 a 238, ma è nelle commissioni parlamentari che il lavoro si impantana spesso. E da palazzo Chigi devono imporre maxiemendamenti e, poi, la fiducia.    Ma in pochi si aspettavano un tale contrasto tra le personalità dei ministri. Altro che tecnici pacati e atermici. Basta vedere i Consigli dei ministri, dai 10 minuti dei tempi berlusconiani alle 4-5 ore attuali, per capire che “sono tutti esperti, non si accontentano di parlare del proprio campo, ritengono di avere titolo a dire la loro su tutto”, come spiega un sottosegretario. La linea di faglia più evidente è quella tra il ministro del Welfare Elsa Fornero e Filippo Patroni Griffi, della Pubblica amministrazione. Da mesi duettano in modo progressivamente meno elegante sulla licenziabilità degli statali: Patroni Griffi rivendica di poter negoziare in autonomia con i sindacati del pubblico impiego. La Fornero, consapevole che le norme per uniformare pubblico e privato giacciono da anni inapplicate, continua a stuzzicare il collega chiedendo ad ogni convegno “parità di trattamento”, cioè una licenziabilità maggiore anche per i dipendenti dello Stato. Patroni Griffi ha già detto che non interverrà sui licenziamenti disciplinari.    Nei mesi scorsi la Fornero era riuscita a escludere dalla riforma del lavoro anche Corrado Passera, che avrebbe partecipato volentieri. Il ministro dello Sviluppo, che alterna fasi di basso profilo a dichiarazioni che garantisco un titolo in prima pagina (“100 miliardi di grandi opere”, “28 milioni di vittime della crisi”), adesso sta cercando di convivere con un altro accademico dalla personalità forte come quella della Fornero, cioè Francesco Giavazzi. Il professore della Bocconi, unica deroga alla linea di Mario Monti di evitare bocconiani al governo, sta lavorando sugli incentivi alle imprese (per tagliarli). Venerdì Giavazzi e Passera hanno avuto una riunione con Monti. Il modus vivendi trovato è il seguente: Passera interviene sugli incentivi pagati dal suo ministero (Sviluppo), Giavazzi su quelli del ministero del Lavoro, cioè della Fornero, e del ministero del Tesoro. A parte un paio di fedelissimi come Enzo Moavero e Vittorio Grilli, i ministri più esposti sembrano sempre meno affidabili per il premier. Per ragioni diverse: il ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi si è inabissato , si sono avute sue notizie giusto per l’opposizione alla discarica romana vicino Villa Adriana, non sembra intenzionato a fare molto di più. Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione, è uno di quelli che dopo il 2013 vuole restare in circolazione, qualcuno dice come sindaco di Roma, e dopo alcune gaffe (“Vogliono solo strumentalizzare: è la cosa che mi fa più schifo della politica”, disse parlando di Angelino Alfano), ora ha ritrovato la prudenza ma è lesto a intestarsi le poche iniziative di spesa. Il ministro Paola Severino, invece, non è sospettata di avere velleità politiche ma si è incaponita a incassare la legge sulla corruzione, nonostante i suoi sottosegretari, uno che in Parlamento sostiene tesi opposte alle sue (Salvatore Mazza-muto), un altro dimissionato dopo le indagini per sospette frodi fiscali, Andrea Zoppini. Ha avuto qualche tensione anche con Patroni Griffi, che ha provato a occuparsi del tema. Poi ci sono le quinte colonne: il sottosegretario Antonio Catricalà si è ormai specializzato a creare occasionali scossoni, rapidi ma traumatici, a gennaio infilò una modifica dell’articolo 18 in un decreto, poi ha provato a consegnare il Csm ai politici. Al confronto le polemiche che seguono ogni dichiarazione del sottosegretario Gianfranco Polillo sono ben poca cosa.    Dall’estero guardano preoccupati la seconda fase del governo Monti, temendo già per il dopo (basta leggere il Financial Times per cogliere l’ansia), con le tensioni tra i partiti che rischiano di bloccare l’esecutivo. Per fortuna, a voler dire così, c’è la crisi dell’euro che sta entrando nella sua fase conclusiva, quella del “o l’Europa o morte”, e sarà ancora una volta la pressione esterna a compattare l’esecutivo e la maggioranza. Forse.    Twitter @stefanofeltri

di Stefano Feltri, IFQ

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