La “vacanza pagata” di Bosusco

Appena liberato, Paolo Bosusco ha detto ai giornalisti di non essere stato poi così male e di aver fatto una vacanza pagata. “Scherzavo, com’è nel mio carattere, mi rendo conto che la mia affermazione era fuori luogo”, si è poi corretto. A meno che Bosusco sia un masochista da trattato di psichiatria, era evidente che con quella “battuta” stesse solo tentando di stemperare la tensione: 28 giorni nella umidissima e torrida giungla indiana a riso e acqua sporca, dimagrito di dieci chili e indebolito dalla febbre e i tremori della malaria, schiacciato tra i fucili dei maoisti e dell’esercito indiano, non possono essere scambiati per un’avventura piacevole. Nemmeno da chi, come lui, ha fatto del viaggio no-limits uno stile di vita e una fonte di sopravvivenza, non sicuramente di arricchimento. E allora perché questa correzione? Per ragioni diplomatiche, molto probabilmente. Il governo dell’Orissa e il governo centrale indiano – e di rimando la Farnesina in Italia – non possono permettere che un ostaggio straniero, per la cui liberazione avevano dovuto negoziare con il nemico numero uno (espressione con cui il premier indiano Manmohan Singh ha più volte definito i maoisti), mostri la benché minima comprensione per il supporto che i maoisti o naxaliti stanno dando agli adivasi, le popolazioni indiane autoctone, che lottano per continuare a lavorare le terre su cui sono nati i loro avi. Purtroppo il sottosuolo di questi terreni è ricchissimo di materie preziose che fanno gola alle multinazionali minerarie.    Come hanno più volte denunciato la scrittrice-giornalista Arundhati Roy e la scienziata Vandana Shiva, i contadini adivasi sono da decenni oggetto di persecuzione da parte dei corrotti e deboli governi indiani, che non si fanno alcuno scrupolo di gettarli sul lastrico pur di soddisfare le richieste dei grandi gruppi imprenditoriali. Che, ricambiano finanziando le campagne elettorali e donando soldi ai partiti che stanno dalla loro parte. “Il governatore del Chattisgarh ha dichiarato che chi non abbandonava le foreste sarebbe stato considerato un terrorista maoista. In alcune zone dell’India è diventata un’attività terrorista arare e seminare i campi”, ha scritto la settimana scorsa la Roy sul giornale online Outlook. Nel 2005 pochi giorni dopo la firma di un accordo tra il governo locale e la Tata Steeel per la costruzione di un’acciaieria nel distretto di Bastar, è nata la milizia di vigilantes Salwa judum. “Il governo ha affermato che si era formata spontaneamente per contrastare i maoisti – scrive la Roy –. In seguito è emerso che era finanziata dal governo e dalle aziende minerarie”. Paolo Bosusco che ama l’India dei mezzadri, non dei latifondisti e delle multinazionali, sa che le cose vanno così e per questo non ha ritrattato la sua simpatia per chi ha “sofferto ingiustizie incredibili, pur non condividendone la lotta armata”. Fiancheggiatore, freakettone, incosciente amante del rischio, idealista o persona consapevole? Giudicate voi.

di Roberta Zunini, IFQ

Paolo Bosusco

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