Ho visto spaccare gambe, è impossibile dimenticare”

Li hanno massacrati. A calci e pugni. Gli prendevano la testa e gliela sbattevano contro il muro. Ho visto spaccare gambe. Ho sentito il rumore delle ossa. Sono passati dieci anni, ma quando osservi certe cose, dimenticare è impossibile”. Marco Poggi, infermiere penitenziario bolognese, entrò nel carcere di Bolzaneto la sera del 20 luglio 2001 e ci rimase fino al tardo pomeriggio del 22. I dannati di Genova vennero portati tra quelle mura che ricordavano le prigioni clandestine dell’Argentina di Videla. Poggi assistette alle torture, provò a opporsi, denunciò. Da allora, per i suoi vecchi colleghi è l’infame di Bolzaneto. Scrisse un libro. Subì minacce. Lo “avvertirono” devastandogli la macchina. Telefonandogli nel cuore della notte: “Pezzo di merda, te la faremo pagare”. Poi gli consigliarono una resa onorevole. Togliersi di mezzo. Con la sua memoria. Con la sua storia. L’uscita di Diaz nelle sale non lo ha colto impreparato: “Staserà andrò a vederlo. Che qualcuno abbia deciso di descrivere quei fatti è una notizia straordinaria. Per anni, di Genova e delle sue nequizie, nel Paese che ha visto promuovere i De Gennaro e i Gratteri coinvolti nell’assalto alla scuola, si è posato un velo d’indecenza”.    Poggi ogni tanto ritorna ai    quei momenti?    Di notte, sento ancora le canzoni che cantavano ai detenuti. Motivetti fascisti. Inni a Pinochet. Insulti accompagnati da botte e umiliazioni. Non credevo fosse possibile e invece capitò proprio sotto i miei occhi.    In Diaz Bolzaneto è presente. Vicari e Procacci, regista e produttore, sostengono di aver fatto un lavoro di sottrazione. Mostrare fino in fondo le angherie, dicono, sarebbe stato insostenibile.    Hanno ragione. Alle ragazze si avvicinavano con il manganello. “Adesso vi scopiamo tutte brutte troie, brigatiste del cazzo”. Ai ragazzi andava anche peggio. Ho visto persone private della dignità minima. Costrette a pisciarsi addosso. “Per gente come voi il cesso è troppo. Animali siete” urlavano.    Quali poliziotti?    Gli agenti della Polizia penitenziaria, reparto traduzioni e il gruppo operativo mobile.    Sono stati puniti?    Vuole scherzare? Per i mascalzoni l’Italia è il Paese di Bengodi. Nessuno è stato sanzionato e qualcuno, esercita ancora. Le racconto una storia.    Prego.    Il dottor Giacomo Toccafondi lavora ancora nella Asl Genova 3. È il medico riconosciuto da decine di testimoni oculari a Bolzaneto, quello, leggo nella sentenza della Corte d’Appello di Genova, che “anziché lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, l’aggravò, agendo con particolare crudeltà su chi inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profondità sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dell’umiliazione causata dal riso dei suoi aguzzini”.    Si è mai incontrato con lui?    Solo tramite interposta persona. Mi ha denunciato per calunnia. Ma io so che ho detto il vero in aula e nessuno può togliermi il diritto della verità.    Ha conservato le carte?    Tutte. Di Bolzaneto nessuno seppe nulla perché a differenza delle brutalità commesse in mezzo ai vicoli di Genova, non c’era prova visiva o documenta-le delle torture. Bisognava essere uomini fino in fondo.    E lei lo fu.    La mia famiglia, inizialmente, si spaventò. “Chi te lo fa fare papà?” mi diceva mio figlio. Oggi ha capito e di suo padre, per quanto valga un sentimento ingannevole come la fierezza, è orgoglioso.    Cosa la spinse a parlare?    La vergogna e le bugie di Stato. L’equazione indegna tra manifestanti e black-bloc, il rispetto per i tanti anni passati in carcere. Non eravamo tutti mostri e per migliaia di persone servire lo Stato non significava trasformarsi in aguzzini.    I suoi ex colleghi hanno capito?    Non tutti. L’omertà era ed è fortissima. Alcuni mi hanno tolto il saluto, ma su Genova e senza capirlo è impossibile addentrarsi nelle sue zone d’ombra, ha pesato anche un pregiudizio culturale fortissimo. Il corpo poliziesco è fondamentalmente di destra. Quando i detenuti vennero trasferiti lasciando finalmente Bolzaneto, quelli che avevano intuito il mio sgomento mi irrisero: “Hai visto? Sei contento? Ora i tuoi amichetti comunisti tornano a casa dalla mamma”.    Cosa la amareggia ancora oggi?    Che le torture a cui ho assistito non fossero reato nell’Italia di allora come in quella di oggi. Che la prescrizione fagociterà questa piccola storia ignobile fatta di arbitrii e utilizzo della forza. Però ci tengo a dire una cosa.    Dica Poggi.    A monte di tutte le Genova di ieri e di oggi non c’è solo l’azione del singolo, ma il disegno generale. La politica decise che il G8 dovesse trasformarsi in mattanza. Fini era in città, Castelli a Bolzaneto, la sinistra ufficiale assente dalle piazze. Delle responsabilità del palazzo, non parla più nessuno. Ma se non leggi l’ultima pagina del libro capire il resto risulta impossibile.

di Malcom Pagani, IFQ

Genova, scuola Diaz, 21 luglio 2001 (FOTO ANSA) 

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