Obiettivo: paura in azienda

Più licenziamenti. Gli uomini del sindacato che seguono ogni giorno le difficili vertenze giudiziarie fra imprese e lavoratori hanno pochi dubbi. Se passerà così com’è, la riforma del lavoro proposta dal governo di Mario Monti aumenterà la tentazione delle aziende di liberarsi di alcuni dipendenti, con ripercussioni particolarmente negative per i cinquantenni o giù di lì. Allo stesso tempo, però, i sindacalisti che lavorano in prima linea non sembrano temere uno degli effetti più discussi della libertà di licenziare, ovvero l’ingolfamento dei tribunali con una miriade di cause di lavoro.

“Mi occupo di queste cose da vent’anni. Sa quanti casi di effettivo reintegro in azienda di un lavoratore ingiustamente licenziato ho visto? Solo due”, racconta Gualtiero Biondo, una vita tra le fabbriche di Brescia, oggi a Roma come coordinatore nazionale dell’ufficio vertenze della Cisl. L’argomento socialmente e politicamente più critico della riforma è noto: il ministro Elsa Fornero vuole ridurre le tutele di cui, oggi, godono i lavoratori delle aziende con più di 15 addetti. In sostanza, se gli unici motivi del licenziamento saranno economici (e non ci sarà una discriminazione accertabile di sesso o di anzianità), il giudice non potrà più ordinare la riassunzione in azienda del lavoratore cacciato. Che avrà diritto a un risarcimento compreso fra le 15 e le 27 mensilità di stipendio.

Le statistiche, però, dicono che oggi la maggior parte dei licenziamenti non finisce in tribunale. I numeri sono questi. I tre sindacati maggiori – Cgil, Cisl e Uil – calcolano di aver dato sostegno nel 2011 a circa 321 mila lavoratori in causa con gli imprenditori nei diversi gradi di giudizio. Gran parte di questi procedimenti, però, riguarda il recupero di stipendi o Tfr non pagati (164 mila persone) e le vertenze collettive (82 mila), mentre i licenziamenti individuali contestati davanti al giudice sono 37 mila. Ma anche qui si tratta in gran parte di dipendenti di aziende con meno di 15 addetti, che non sono tutelati dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che il governo vuol cambiare, e che possono ottenere il reintegro solo nel caso di discriminazioni particolari (il più diffuso è quello delle donne in attesa di un figlio). I sindacati calcolano che meno di un terzo dei licenziati in causa goda, dunque, dell’articolo 18: fatti i conti, si tratta di circa 10 mila persone.

Carmelo Ilardo è da cinque anni il responsabile dell’ufficio vertenze della Cgil di Bergamo, una delle province più industrializzate d’Italia. Il suo ufficio si occupa di 1.500 pratiche l’anno: “In gran parte dei casi, però, ci si mette d’accordo prima. Quando si arriva davanti al giudice, in genere, vince il lavoratore”, spiega Ilardo. Anche in questo caso, comunque, i reintegri “sono rari, al massimo uno su dieci: molto spesso tornare davvero in azienda può rivelarsi difficile per paura delle ritorsioni. E si preferisce trovare un accordo”. Perché allora tanta opposizione alla riforma Fornero da parte del sindacato guidato da Susanna Camusso? Più che sui termini che regolano la dissoluzione del contratto, Ilardo punta il dito contro le tutele che svaniscono: “Distinguere i veri motivi di un licenziamento sarà dura. E aumenterà il contenzioso: chi vuole rientrare in azienda, avrà la sola possibilità di dimostrare una discriminazione”. L’aumento delle cause non sarà tale da provocare un boom ma, continua il sindacalista, “il lavoratore si sentirà più debole. D’ora in poi sarà più difficile anche solo andare a chiedere un aumento”.

Il timore è che nelle trattative post-licenziamento i dipendenti si ritrovino con le armi spuntate. E che le ripercussioni possano essere più gravi per “i cinquantenni con i primi acciacchi”, come li definisce Ilardo. Una questione che mette in allerta anche Biondo della Cisl: “Da una parte, quando un lavoratore passa i 45 anni, si danno alle aziende gli strumenti per rottamarlo. Dall’altra viene allungata l’età per andare in pensione”. Di qui, spiega Biondo, il punto più critico della riforma: “Il problema sono i soldi che verranno messi a disposizione. L’indennità minima di 15 mensilità è meglio di quanto tanti lavoratori riescano a ottenere oggi. Ma la futura indennità di disoccupazione (l’Aspi, ndr), 1.100 euro nei primi sei mesi che scendono a 950 nei successivi sei, sono una copertura troppo limitata per chi resterà senza lavoro”.

C’è poi un altro fattore. Guardando i numeri delle cause di lavoro avviate nel 2009 (ultimo dato Istat disponibile) nelle diverse regioni, si vede che non c’è un rapporto diretto con il numero degli abitanti o il livello di industrializzazione. La Lombardia è più grande del Lazio ma conta meno cause (26.028 contro 15.823), per non parlare della Campania (25.845). Come abitanti stanno lì, ma in Sicilia (14.001) si va dal giudice dieci volte tanto che in Veneto (1.179).

I motivi di queste diversità sono numerosi; forse c’è anche il fatto che con la crisi molte aziende sotto-capitalizzate del Sud hanno lasciato a bocca asciutta i dipendenti. “Certamente qui da noi c’è un sistema di relazioni sindacali che funziona e che, spesso, permette di trovare un accordo prima di finire in tribunale”, dice Vittorio Palma, che coordina gli uffici vertenze della Cgil in Veneto. Pare incredibile, però, l’ultima riforma effettuata dal precedente governo ha finito per peggiorare il quadro: “I tempi per la presentazione del ricorso sono stati ridotti da 270 a 60 giorni, se nel frattempo è stato avviato un tentativo di conciliazione con l’azienda. Con il risultato che tutti ora vanno subito nei tribunali – già super-intasati – per paura di sforare”, dice Palma. La Fornero, ora, promette di favorire la conciliazione. Speriamo bene.

di Luca Piana, L’Espresso

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