La “messa” di Pomigliano, la strategia dell’umiliazione

Non lasciateci soli”. Quelle che viviamo qua dentro “non sono condizioni umane”. “Siamo in galera”. “Non si può nemmeno denunciare un infortunio”. E poi, la “messa”. Sono i messaggi via Facebook che gli operai di Pomigliano riassunti dalla Fiat nella nuova Fabbrica Italia, mandano ai loro ex colleghi rimasti fuori, spesso solo perché iscritti alla Fiom. Alcuni di questi messaggi li abbiamo potuti leggere e confermano voci e racconti finora solo ascoltati per sentito dire. Quei messaggi sembrano tante bottiglie gettate nel mare alla ricerca di un sostegno e magari di qualcuno che possa leggere proteggendo l’anonimato di chi le ha lanciate. Come la storia della malattia confessata al capo che invita l’operaio a non andare in infermeria e che alla fine, di fronte a una febbre evidente, offre una tachipirina. O come “l’infortunio alla mano che non è stato denunciato”. E poi la “messa”, cantata nell’“acquario”.

   A POMIGLIANO lo chiamano così. È il reparto trasparente al centro dello stabilimento, nel capannone della produzione, in cui si è chiamati dal proprio “team leader”, il caposquadra, quando si commettono errori sulla catena di montaggio. E allora si entra nella sala, trasparente appunto, e davanti ai “capi” si confessa il proprio errore. Formalmente sarebbe un modo di risalire all’indietro nella catena produttiva per cercare di migliorare il processo. La Fiat, contattata, fa sapere che si tratta di una verifica mattutina su quello che non è andato bene il giorno precedente. L’intento – affermano – in una sorta di brain storming collettivo è quello di correggere il possibile errore nel processo produttivo. Ma allora perché si leggono, e si ascoltano, testimonianze di lavoratori che escono piangendo, persone che ammettono di essere stati costretti “a confessare” davanti ai capi i loro errori, capi che dicono agli operai “guarda che stasera ti tocca, devi venire alla messa” e non ti puoi rifiutare. “È capitato anche a quello lì…”, scrive uno come a dire che capita davvero a tutti. Insomma, l’esperienza è raccontata come non proprio gratificante, molto lontana dallo spot televisivo e con elementi di umiliazione che vengono confermati da altri messaggi e da testimonianze dirette. Ne leggiamo un altro, di un operaio iscritto alla Fim che confessa di “non farcela più”, che si scusa per aver scritto a tarda notte e che chiede a quelli della Fiom, che stanno fuori, “di non lasciarlo solo”.

   SONO STORIE e frammenti di un’atmosfera che non coincide con quella raccontata dall’azienda, probabilmente storie parziali. Tanto che proprio ieri è stata diffusa la notizia di una lettera proveniente dagli operai di Pomigliano che invitano “trasmissioni tv e giornali” a smetterla di parlar male dello stabilimento perché così si danneggia la vendita di vetture e dunque la stessa occupazione. Giriamo la domanda a due operai Fiom, ancora in cassintegrazione, Antonio Di Luca e Maurizio Rea, che nei giorni scorsi sono stati più volte davanti ai cancelli e che raccontano di un “vento nuovo” che lì si respira con operai che uscendo hanno iniziato a stringere le loro mani, senza paura di essere individuati dall’azienda, “tanto più di quello che ci stanno facendo che ci deve accadere?”. “Ci dicono che siamo contro l’azienda e contro la Panda?” chiede Rea. “Ma io proporrò alla Fiom di acquistarla una Panda di Pomigliano e di aprirci le manifestazioni perché io voglio più auto a Pomigliano, più linee, più modelli per la semplice ragione che vorrei rientrare a lavorare”. Di Luca sottolinea il concetto: “Io sono entrato in fabbrica nel 1989, di quel lavoro ci vivo, mi mancano venti anni per la pensione, ho un figlio, che interesse avrei a sperare che lo stabilimento chiuda. Quella lettera, se esiste, è un’operazione meschina perché serve a delegittimare la nostra lotta e poi siamo noi, gli esclusi, i più interessati al futuro dell’azienda”. Quello che resta agli atti, spiegano i due operai Fiom, sono i numeri: “Se 2.071 dipendenti, tra cui gli impiegati, producono attualmente circa 700 vetture al giorno, quindi circa 180 mila l’anno, quanti ne serviranno per arrivare a 230 mila, cioè la misura stabilita da Marchionne?”. Facendo l’equazione con incognita il risultato è semplice: 2.646 lavoratori, 3.200 se si arriva a 280 mila vetture. Per far rientrare i 4.600 dell’ex fabbrica più i 500 della Magneti Marelli – che dovrebbero rientrare in seguito all’accordo siglato – la Fiat dovrebbe produrre a Pomigliano 443 mila vetture l’anno, uno sproposito. Il punto vero su cui Marchionne continua a non dare risposte è questo. Tanto che si sarebbe già tenuta una prima riunione, riservata, tra l’azienda e i sindacati firmatari dell’accordo per discutere del problema.

di Salvatore Cannavò, IFQ

Operai a Pomigliano (FOTO EMBLEMA)

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