Il silenzio degli indecenti

 Siamo talmente abituati a sentir parlare di “trattativa” fra Stato e mafia che ci abbiamo fatto il callo e non riusciamo più a misurarne l’enorme, incredibile, pazzesca gravità. Perché una cosa, anche prima del blitz di ieri a Caltanissetta, è assolutamente certa: quella trattativa ci fu, e non fu soltanto una, dal 1992 in poi (il procuratore Grasso parla di una “strategia della tensione mai finita”). Nel biennio terribile 1992-’94, e anche dopo, lo Stato che a favore di telecamera diceva e fingeva di combattere Cosa Nostra, dietro le quinte trescava con i mafiosi. E, se lo sappiamo, non è grazie a politici e uomini delle istituzioni, che lo Stato l’han sempre tradito e la giustizia l’han sempre ostacolata; ma grazie a mafiosi (come Giovanni Brusca e tanti altri collaboratori di giustizia) e al figlio di un mafioso (Massimo Ciancimino), ampiamente riscontrati dai magistrati palermitani e nisseni. Ieri questa verità ormai incontestabile da tutti, fuorché da chi non vuol vedere, è scritta nero su bianco in un’ordinanza firmata non solo da una Procura, ma da un giudice terzo: il gip Alessandra Giunta. La portata del blitz è quasi marginale (gli arrestati sono tutti mafiosi già in carcere, al 41-bis, sepolti da una coltre di ergastoli). Ma le parole del gip sono fondamentali almeno su tre punti. 1) Paolo Borsellino fu ucciso perché visto da Riina come un “ostacolo alla trattativa” fra il Ros e Vito Ciancimino. Il giudice l’apprese da Claudio Martelli e da Liliana Ferraro (che però han ritrovato la memoria solo due anni fa, quando parlò Ciancimino) e iniziò a occuparsene come procuratore aggiunto, arrivando a sospettare il tradimento del comandante del Ros Subranni. 2) Lo Stato sapeva delle trattative, che non furono iniziative isolate di un paio di ufficiali del Ros (e poi – ma questa è un’altra storia – del ministro Conso e di un pugno di funzionari del Dap), ma rientravano in una politica compromissoria e arrendevole decisa ai massimi livelli istituzionali, probabilmente per salvare la vita ai politici condannati a morte da Cosa Nostra perché visti come “traditori” (da Mannino ad Andreotti e figli, da Martelli a Vizzini). Dopo Lima, la mattanza dei politici si fermò e, sull’altare della trattativa, fu sacrificato Borsellino. Il che significa che centinaia fra politici, funzionari, ufficiali delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza sapevano tutto, o addirittura ordinavano. E sul loro silenzio indecente hanno costruito carriere pressoché eterne. 3) Scrive il gip che “il 1° luglio ’92, con certezza, il dott. Borsellino incontrò al ministero dell’Interno il capo della polizia Parisi e il ministro Mancino”. Il quale, fino a poche settimane fa, aveva sempre negato l’incontro, in cui è impensabile che Borsellino non abbia parlato della trattativa di cui la Ferraro l’aveva informato il 28 giugno, tre giorni prima. E qui sono quantomeno ingenerose le parole del gip e dei pm nisseni sull’“inattendibilità” di Ciancimino jr: senza la sua collaborazione oggi sapremmo poco o nulla di quei fatti, e sul suo improvviso e inspiegabile “suicidio” processuale vale la pena di indagare. Delle decine di documenti da lui consegnati o sequestrati in casa sua, uno solo – quello contro Gianni De Gennaro – è risultato falso: tutti gli altri hanno il timbro di autenticità della Scientifica. E possono aiutare a far luce sulla terza trattativa: quella che seguì i negoziati del Ros (chiusi a fine ’92 dall’arresto di Ciancimino e poi dalla “cattura” di Riina) e i cedimenti del Dap e di Conso sul 41-bis quando, secondo molti pentiti ma anche secondo don Vito, Dell’Utri prese in mano la situazione in nome o per conto di B. Proprio oggi la Cassazione è chiamata a confermare o annullare la condanna d’appello per Dell’Utri a 7 anni come complice della mafia fino al 1993. Il collegio, per i trascorsi “carnevaleschi” del suo presidente, suscita qualche perplessità. Oggi sapremo se chi attende verità e giustizia su quell’orrenda stagione può ancora sperare. Il blitz di Caltanissetta è un punto di partenza per arrivare fino in fondo: sempreché qualcuno non cancelli il traguardo.

di Marco Travaglio, IFQ

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