Da Abelli a Zunino il sistema tangenti made in Pirellone

Dalla A di Giancarlo Abelli, l’uomo che custodisce i segreti della sanità pubblica e privata lombarda, alla Z di Luigi Zunino, ex immobiliarista e patron del gruppo Risanamento, condannato a 2 anni e 8 mesi nel processo per la tentata scalata Bpi ad Antoveneta e da ieri indagato per il presunto giro di tangenti che ruota attorno a Davide Boni: lettera B. Le Procure lombarde trasformano l’elenco degli uomini del Pirellone in un abbecedario di inquisiti, corruttori, maghi della mazzetta e amici degli amici. Alla lettera C c’è Angelo Ciocca, consigliere della Lega finito nell’indagine sulla ’ndrangheta in Lombardia. C’è poi Piero Daccò (lettera D), faccendiere targato Comunione e Liberazione, proprietario dello yacht su cui Roberto Formigoni si è lasciato immortalare durante le vacanze estive. Daccò è stato arrestato a novembre con l’accusa di essere stato il banchiere nero di don Luigi Verzé: avrebbe fatto sparire all’estero il fiume di soldi che ha provocato al San Raffaele un buco di un miliardo e mezzo di euro. “L’ospedale è un’eccellenza e per questo è stato premiato dalla Regione”, ha detto ieri in un’intervista a Libero Formigoni dicendosi all’oscuro della voragine di bilancio. Eppure, secondo il Corriere della Sera, il Governatore avrebbe risposto con una lettera a Don Verzé, che gli chiedeva fondi per risanare i conti, sostenendo di aver già fatto tanto. Come negarlo. Formigoni (lettera F), a prescindere dal suo coinvolgimento diretto nelle singole vicende, è al centro di una macchina da guerra che per ottenere voti distribuisce potere, cariche, appalti, generando soldi e affari. Il tutto ben lubrificato dalle solite vecchie valigette di contanti. É il sistema Lombardia: una Tangentopoli ben più raffinata di quella scoperta venti anni fa di cui garante massimo e punto di equilibrio è proprio il Governatore. Ogni volta che succede qualcosa lui fa la faccia livida, scuro in volto s’impettisce e garantisce di essere all’oscuro. “Le responsabilità penali sono di tipo personale. Chi ha commesso qualcosa di grave sarà giudicato dalla magistratura”, ha detto ieri commentando il caso Boni. Una versione quasimandata a memoria ormai, tanto la frequenza con cui è costretto a ripeterlo. Boni è il quarto (su cinque) dell’ufficio di presidenza a rimanere coinvolto in storie di mazzette e favori. Proseguendo in ordine alfabetico, e sorvolando su casi non legati alle tangenti (come Nicole Minetti, rinviata giudizio per favoreggiamento della prostituzione minorile nel caso Ruby), si arriva alla lettera G di Angelo Gianmario: ex sottosegretario, oggi consigliere del Pdl, è citato in una intercettazione tra boss della mafia in Lombardia che si preoccupavano di trovare soldi da consegnargli così da ricevere in cambio favori. Esattamente quello che, secondo gli inquirenti, faceva Franco Nicoli Cristiani (lettera N). L’ex assessore all’ambiente nonché componente dell’ufficio di presidenza, secondo i magistrati vendeva i permessi per le cave e la possibilità di buttare sotto i manti stradali lombardi montagne di rifiuti pericolosi. La lettera P avrebbe bisogno di una sotto categoria: ce ne sono tre. Filippo Penati, Massimo Ponzoni e Giancarlo Prosperini. Rispettivamente del Pd, Pdl e Lega. L’ex presidente della Provincia di Milano e segretario politico di Pier Luigi Bersani, è indagato dalla Procura di Monza per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Adottando oltre al metodo della fondazione culturale anche il preliminare immobiliare con caparra a cui non segue il rogito. Stesso sistema adottato da Ponzoni. Recordman di preferenze, due volte assessore nella giunta Roberto Formigoni, nonché vicepresidente del Pirellone finito in manette lo scorso gennaio per bancarotta, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Prosperini , invece, in manette c’era finito nel dicembre 2009: l’assessore si portava a casa dei bei soldi facendosi restituire dalle tv locali una percentuale dei budget della Regione per gli spot turistici. E il 21 luglio 2011 finisce ai domiciliari, questa volta il reato ipotizzato è corruzione ed evasione fiscale su appalti per la costruzione di stand fieristici in occasione della Borsa Internazionale del Turismo. Gli inquirenti avrebbero trovato prova di una tangente da 10 mila euro legata alla promozione di alcuni eventi della Valtellina. Con Prosperini indagati anche due ex collaboratori di Prosperini, il quale risulta indagato a piede libero anche in un altro troncone dell’inchiesta su un traffico di armi dall’Eritrea.

   C’è poi Monica Rizzi, consigliera della Lega Nord e “protettrice” del Trota Renzo Bossi, finita in una storia (ancora tutta da verificare) di finti dossier confezionati per la campagna elettorale. Anche il compagno di Rizzi, Alessandro Uggieri, è stato sfiorato da alcune indagini. Ma l’elenco sarebbe infinito se si considerano anche gli uomini del “secondo cerchio”. Ponzoni, ad esempio, ora è un appestato. Gli ex soci nella premiata ditta immobiliare il Pellicano finita in bancarotta – i colleghi assessori formigoniani Massimo Buscemi e Giorgio Pozzi, l’assessore provinciale Rosanna Gariboldi (arrestata nell’ottobre 2009 assieme al formigoniano re delle bonifiche Giuseppe Grossi) – gli hanno chiesto indietro i soldi investiti. Eppure lo festeggiavano come il golden boy della Brianza berlusconiana, quando portava valanghe di voti al partito.

di Davide Vecchi, IFQ

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