Il ventennale di Mani Pulite coincide con l’esplosione di una corruzione diffusa da far paura, con la consapevolezza che in ampie zone del Nord la saldatura tra mafie e gruppi di amministratori pubblici è perfezionata e che lo strumento principale di questa saldatura è la corruzione; con la presa d’atto che il sistema pompa nei partiti politici (la cui credibilità è scesa al 4% più o meno il numero degli addetti) denaro pubblico in misura sproporzionata iniqua e corruttrice, tanto da indurli ad investimenti in Tanzania o per “casette” per i loro amministratori. Altrettanto spropositato è anche l’ammontare di denaro pubblico che il sistema riversa nella Chiesa Cattolica, nell’ambito della quale sono in atto lotte per bande per potere e per denaro da far paura, accompagnate da un grande passo indietro sui dichiarati intenti di trasparenza e collaborazione a livello europeo, per far cessare la funzione di paradiso fiscale e “conduit” di riciclaggio dello IOR (la banca vaticana).

   TUTTO CIÒ ha come conseguenza il montare della sindrome del “non possiamo permettercelo” che sta letteralmente attanagliando il Paese attraverso una paura della corruzione che sta diventando più distruttiva della corruzione stessa. Un groviglio di problemi che sembra inestricabile. Ma che, invece, può essere affrontato, smontato, risolto, pezzo per pezzo, se guardiamo in faccia la realtà, se smettiamo di imbrogliarci a vicenda, e se ci diamo i necessari tempi lunghi e tenaci. È giusto festeggiare il ventennale di Mani Pulite, che resta una pagina importante e positiva della storia italiana. Ci fu, però, l’errore della politica (ed in una prima fase della politica dei partiti e governi di sinistra) che lasciò sola la magistratura e non seppe e non volle realizzare le necessarie correzioni legislative e istituzionali. Ciò lasciò aperto un vuoto che pian piano fu colmato dall’irrompere del berlusconismo che fu portatore di una esplicita politica a favore della corruzione. Ciò si realizzò da un lato con una costante, penetrante, crescente azione di delegittimazione della magistratura, lasciata sempre più sola a difendere il proprio ruolo e dignità, sia da parte dei partiti di sinistra, che da parte di un’opinione pubblica sempre più stanca e disillusa; dall’altro con una politica attiva a favore della corruzione (attraverso cancellazione di reati come il falso in bilancio, le depenalizzazioni, l’istituzionalizzazione dei conflitti di interesse, l’orgia delle prescrizioni brevi e dei condoni e simili). Non vi è quindi da meravigliarci che la corruzione diffusa sia montata al terrificante livello odierno. Potremmo anzi dire: obiettivo raggiunto!

   Questa lettura ci aiuta a non nutrire facili illusioni. Tra i pilastri di una nuova politica, oltre ad una legge anticorruzione (che riveda profondamente la materia: dal profilo dei reati, alle sanzioni che devono essere all’altezza dell’estremo pericolo in cui ci troviamo; al ripristino di prescrizioni civili) è indispensabile una legge sulla organizzazione democratica dei partiti, prendendo le mosse da quella proposta dal Sen. Luigi Sturzo il 16 settembre 1958. È indispensabile anche un rovesciamento radicale del finanziamento dei partiti che va drasticamente ridotto e che va basato prevalentemente sui contributi degli associati e in misura marginale su contributi pubblici e sponsorizzazioni private. È poi essenziale che ogni amministrazione pubblica si doti di uffici di controllo interno, che operino secondo le metodologie proprie di tale attività e che siano affidate a professionisti dotati di un sicuro tirocinio specialistico e che rispondano a un Organismo di vigilanza, formato da esperti indipendenti, svincolato da qualsiasi dipendenza gerarchica.

   È UN’OPERA di lunga lena, che, proprio perché di lunga lena, va iniziata subito, ma va sostenuta da una mobilitazione dell’opinione pubblica che si ricolleghi alla mobilitazione che ci fu ai tempi di Mani Pulite. E questo lo può fare solo una politica che ponga tra i temi centrali la lotta alla corruzione. Senza, però, cadere nella sindrome del “non possiamo permettercelo”. Sempre più frequentemente il Paese rifugge da nuove sfide e da progetti affascinanti e promotori di sviluppo, sulla base di due argomenti, entrambi castranti e inaccettabili. Il primo è: non ci sono soldi. È un argomento sbagliato perché se si tratta di un progetto giusto, cioè suscitatore di sviluppo, i soldi si devono trovare dove ci sono, cioè dove si sprecano. E sotto questo profilo l’Italia è una grande miniera a cielo aperto. Il secondo argomento narcotizzante e suicida è: non possiamo permettercelo perché con la corruzione che abbiamo i costi sono sicuramente destinati ad esplodere. Così, ad esempio, si è detto che i costi delle Olimpiadi 2020, cui non parteciperemo , non sarebbero stati quelli dichiarati di 5 miliardi ma sarebbero esplosi “secondo le prassi italiote a diventare 15 o 20”. Ma questo vale anche per Expo 2015. Vale per l’Alta Velocità Torino–Lione (progetto che studiosi seri dichiarano inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, con una prevista crescita dei costi del tunnel da 20 a 30 miliardi). Vale per la ricostruzione dell’Aquila.

   La mancanza di fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di fronteggiare il male è uno dei mali peggiori che può colpire una comunità. È come la sindrome di G. Barré, che immobilizza i muscoli, prima quelli delle articolazioni esterne, poi quelli interni tipo polmoni e cuore. Ed a questo punto si muore, salvo che sia assicurata una circolazione extracorporea sino a che la sindrome piano piano talora svanisce. Vi è quindi una possibilità di sopravvivenza, salvo che al momento di introdurre il colpito in rianimazione, non ci sia qualcuno che dica: “non possiamo permettercelo. Il circuito della rianimazione è in mano alla ‘ndrangheta”.

di Marco Vitale, IFQ

Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo nel 1990 (FOTO LAPRESSE)
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