“Il lavoro non è una questione privata”

Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna e direttore della Fondazione Gramsci, ha firmato l’appello di MicroMega a sostegno della manifestazione della Fiom.    Professore, cosa significa il tentativo di scambio tra diritti e lavoro?    Il lavoro si sta privatizzando, passa come una faccenda del singolo lavoratore nei suoi rapporti con il datore di lavoro. Sta venendo meno l’idea che il lavoro abbia a che fare con la categoria dei diritti soggettivi pubblici. È l’ideologia neoliberista, in cui il lavoro diventa malleabile, flessibile e disponibile. Ma è in contraddizione con la Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quest’affermazione trasforma il lavoro in un pilastro costituzionale rispetto al quale bisogna adattare le logiche del profitto.    Non è un caso che l’affermazione sia l’incipit della    Carta fondamentale, in una parte ritenuta intoccabile.    Sono i principi fondamentali che orientano l’ordinamento. Dalla Costituzione non si evince che l’Italia è un regime socialista. Ma nemmeno che il lavoro è una questione privata.    Per anni abbiamo sentito sciocchezze tipo “La Costituzione non mi consente di lavorare”. Si ricorda le parole dell’ex premier?    Berlusconi diceva la verità. La Costituzione effettivamente imbriglia le imprese: non impedisce loro di lavorare però non consente che l’Italia diventi un paese regolato dalla logica delle imprese.    E oggi?    Il governo Monti è un governo moderato. Credo che anche a questo riguardo ci sarà qualcuno che capirà il rilievo simbolico-politico dell’articolo 18.    Il premier ha detto che non è un tabù…    Quando s’inizia un negoziato non si può dar immediatamente ragione alla controparte. Il risultato credo sarà che l’articolo 18 verrà in qualche modo confermato e svuotato di significato operativo. Sta già capitando. Ma l’articolo 18 non impedisce il licenziamento a causa della congiuntura economica. Magari.    Tra l’altro si applica solo alle imprese con più di 15 dipendenti.    Appunto: non è una difesa tout court dal licenziamento. È una questione politica. Dire che va conservato vuol dire riconoscere al lavoro una valenza pubblica. Al contrario abrogare le affermazioni di principio è un passo terribile. Non c’è da illudersi che questo esecutivo sia animato da una logica progressista, però credo si renderanno conto che l’articolo 18 ha un valore importante. Cancellarlo significa, di fatto, uscire dallo spirito della Costituzione.    Cosa pensa dell’ostracismo della Fiat nei confronti della Fiom?    La Fiat è guidata da un signore che dice: per me il valore supremo è la salvezza dell’azienda. Quali limiti ha incontrato? Una totale passività da parte del governo di allora e di due sigle sindacali su tre. Non mi scandalizza il fatto che lui ci provi.    Un conto è provarci, un altro è non dare scelta ai lavoratori.    È riuscito a far passare l’idea “a casa mia io faccio quello che voglio”. Se non volete lavorare a questi patti state a casa. È il modello americano.    Lo Statuto dei lavoratori e la Costituzione sono vissuti non come garanzie, ma come intralci. Perché?    Sono gli inconvenienti della democrazia. Pagare le tasse non piace, ma bisogna accettarlo. Quando il più grande imprenditore, cioè Fiat, riesce a sfondare è il segnale di una debolezza. La controparte, in questo caso, era la Costituzione: c’era un governo “volutamente disattento” alla Costituzione.    A quale rischio andiamo incontro?    La Costituzione disegna una società che contiene elementi di mercato, ma è democratica. Se diventiamo una società di mercato, il capitale diventa superiore alle leggi. Ho l’impressione che non sarebbe un mondo stabile.

di Silvia Truzzi, IFQ

Carlo Galli (FOTO ANSA) 

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