Abbasso il posto fisso

Stando al fallace termometro web di Facebook e Twitter, la frase di Mario Monti è stata accolta con più rassegnazione che rabbia: “’I giovani si abituino all’idea di non avere più il posto fisso a vita. Che monotonia. É bello cambiare e accettare delle sfide”. Lo dice a Matrix, su Canale5, nella puntata trasmessa nella notte e anticipata ieri sera dalle agenzie. “Stare a Roma forse dà alla testa ai nordici”, commenta una certa Eleonora su Twitter. Un altro incidente di comunicazione, a pochi giorni da quello del viceministro Michel Martone sugli “sfigati” che non si laureano prima dei 28 anni. Per essere uno che come obiettivo per il 2013 ha di “portare, con il governo e il Parlamento, l’Italia ad essere tranquilla economicamente e avviata”, il premier non usa toni pacifici. Sull’articolo 18, tema che interessa soprattutto i genitori di quei giovani senza posto fisso, Monti ripete che “non è un tabù”. E dice addirittura che “può essere pernicioso per lo sviluppo dell’Italia e il futuro dei giovani”. Non è la premessa migliore per l’incontro di oggi tra il ministro del Welfare Elsa Fornero e i sindacati.

Ma è il ragionamento sul posto fisso quello che avrà la scia più corposa di polemiche. Poco più di due anni fa, il 19 ottobre del 2009, l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti sorprese tutti dicendo: “La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. Seguì dichiarazione programmatica dalla tipica vaghezza tremontiana: “C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”. Parole che stupirono non tanto per la base culturale di Tremonti, mai stato liberista e da sempre alfiere di una personale economia sociale e di mercato cui si richiama anche Monti, quanto perché il governo Berlusconi non ha certo messo i precari in cima alle priorità. La memoria è corta in Italia, ma la prima legge respinta dal Quirinale in questa legislatura (marzo 2010) riguardava proprio il lavoro e di fatto imponeva ai nuovi assunti di rinunciare a esercitare i propri diritti davanti al giudice in caso di controversie (il famoso collegato lavoro).

MONTI NON HA MAI nascosto di preferire la tutela del lavoratore a quella del lavoro: meglio investire per sviluppare competenze e su ammortizzatori sociali pensati per facilitare la transizione da un posto all’altro, invece che per assicurarsi che il dipendente non lasci mai l’azienda che l’ha assunto. Come ai tempi della polemica sulla battuta di Tremonti, i dati raccontano che i giovani non possono scegliere tra la “monotonia” del posto fisso e il dinamismo della flessibilità. Secondo l’osservatori di Datagiovani, in Italia ci sono 1,6 milioni di giovani precari (tra contrattini e finte partite Iva). I giovani sono quasi tutti precari, ma non tutti i precari sono giovani: gli under 35 sono soltanto il 43 per cento. Per questo Monti dice che “ci vogliono sia politiche specificatamente indirizzate ai giovani, sia politiche indirizzate alla rimozione dei vincoli che tengono fuori i giovani dal lavoro”. É nota la distanza tra il dire e il fare, però. Al momento la piega che sta prendendo il negoziato sulla riforma del mercato del lavoro è la seguente: i giovani potranno aspirare a un apprendistato lungo, 3 anni durante i quali saranno dipendenti di serie B che incrociano le dita sperando (senza alcuna garanzia) di essere assunti al terzo anno. Cambieranno anche gli ammortizzatori sociali, si vuole riformare la cassa integrazione straordinaria (che riguarda poche minoranze ed è assegnata con criteri arbitrari), ma il reddito minimo di cittadinanza che dovrebbe sostituirla non può partire perché non ci sono soldi. E quindi? C’è il solito rischio: costruire contratti flessibili rimandando al futuro le tutele che distinguono flessibilità da precarietà.    In fondo Monti una certa continuità con il passato la deve perfino rivendicare: “Trovo che l’appoggio che Silvio Berlusconi dà al governo sia fondamentale come quello del Pd e del Terzo Polo”, dice il premier. E Berlusconi nel pomeriggio aveva fatto la sua parte: “Con senso di responsabilità sosteniamo questo governo e sarebbe da irresponsabili farlo cadere”. Le carinerie abbondano, da parte del professore: “Se mi sono avvicinato alla cosapubblica è perchè nel 1994 Berlusconi, appena nominato presidente del Consiglio mi ha chiesto se volevo fare il commissario europeo”. Ma poi rivendica il valore della discontinuità: lo spread continua a scendere, anche se lentamente. Ed è distante 200 punti da quando Giorgio Napolitano chiamò Monti a Berlino per offrigli un posto fisso, quello di Senatore a vita. Ma non si può dire che si stia rivelando monotono.

di Stefano Feltri, IFQ

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