Non mangiate le margherite

Facciamo finta che davvero il senatore Pd Luigi Lusi, già braccio destro di Rutelli nella Margherita e tesoriere della medesima (peraltro defunta da tre anni), abbia fatto tutto da solo. Cioè abbia distratto dalle casse del fu partito 13 milioni di euro con 90 bonifici verso società sue o della moglie, senza che nessuno si accorgesse di nulla, gli tenesse il sacco, gli facesse da palo o spartisse il bottino con lui. Ecco, se così fosse, lo scandalo non sarebbe meno grave, ma molto di più. Confermerebbe quel che ripete da anni il giudice Davigo: “In Italia i partiti hanno controlli interni meno rigidi di quelli di una bocciofila”. Dieci anni fa fu arrestato il forzista Luigi Odasso, direttore generale dell’ospedale Molinette di Torino, per bieche storie di mazzette. Disse che non rubava per sé (“sono ricco di famiglia”), ma per scalare il partito in Piemonte, visto che aspirava a diventare sottosegretario alla Sanità e gli avevano spiegato che doveva comprare molte tessere. Il coordinatore regionale di Forza Italia, Roberto Rosso, cadde dal pero: “Odasso stava scalando il partito e non ce n’eravamo accorti”. Scalava il partito all’insaputa del partito. Lo stesso faceva da una ventina d’anni, secondo la Procura di Monza, Filippo Penati, accusato di intascare mazzette nella repubblica autonoma di Sesto San Giovanni dal 1992-‘93, incurante di un piccolo dettaglio chiamato Mani Pulite. Così, di tangente in tangente, era diventato presidente della Provincia, capogruppo in Regione e capo della segreteria di Bersani. Ma, quando fu beccato, Bersani cadde dal pero: il suo braccio destro sguazzava nei milioni a sua insaputa. Così alcuni fedelissimi di D’Alema ne combinavano di cotte e di crude all’insaputa del viceconte Max. E non parliamo dei fedelissimi di B. e di Bossi per motivi di spazio. Qui però non si tratta di tangenti: cioè di ladri che rubano fuori di casa. Ma di uno che ruba in casa sua. Persino ai tempi di Tangentopoli, i democristiani evitavano di farsi derubare nominando tesorieri come Citaristi, che arraffava a man bassa sugli appalti, ma almeno sulla refurtiva non faceva la cresta (i socialisti pure su quella). Invece Lusi, ex Dc, ex Acli, ex capo scout, è accusato di essersi appropriato di soldi del suo partito, da un conto cointestato a Rutelli. Possibile che Rutelli, in tre anni, non abbia mai controllato gli estratti conto? E, se l’ha fatto, possibile che non abbia notato che mancavano 13 milioni? E chi li stila e chi li certifica i bilanci della Margherita? Pietro Gambadilegno? Il Madoff dei Parioli? È vero che i partiti sono talmente imbottiti di soldi pubblici (1 miliardo di “rimborsi elettorali” a legislatura, anche per quelle durate solo 2 anni, come quella del 2006-2008: il quadruplo delle spese sostenute per le elezioni, il resto è mancia) che certi dettagli possono sfuggire. Ma 13 milioni sono 13 milioni. Ora che Lusi ha ammesso tutto e si accinge a patteggiare, ci si attenderebbero fulmini e saette da parte dei derubati. Invece sentite la prima dichiarazione ufficiale di Rutelli, Bianco e Bocci: “Lusi ha goduto della massima stima e fiducia degli organi del partito, concorrendo a fare della Margherita un raro caso di partito con bilanci sani e in attivo”. Cioè: il tuo commercialista ti svaligia il conto corrente e tu elogi i suoi bilanci sani? Bersani è ancora meglio: “Non sappiamo nulla di questa vicenda: se verranno accertate responsabilità individuali, il Pd prenderà provvedimenti secondo le regole. Stiamo raccogliendo gli elementi e la vicenda finirà alla commissione di garanzia, che deciderà in proporzione alle responsabilità. Non facciamo sconti, abbiamo le nostre procedure”. Bersani è fatto così: se, rincasando, becca il suo vicino che scappa col piede di porco in una mano e la sua argenteria nell’altra, non lo insegue, non grida al ladro e non chiama i carabinieri. Lo minaccia di provvedimenti secondo le regole, gli rammenta le procedure, poi si fa una birretta e, dopo essersi a lungo interrogato sull’eventuale accertamento di responsabilità individuali, gli scatena contro la commissione di garanzia.

di Marco Travaglio, IFQ

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