I dubbi dei giuristi “Il sì scontentava i signori del palazzo”

La legge elettorale ribattezzata “porcata” (che eleganza) non piaceva alla Consulta nel 2008, quando indicò al Parlamento sospetti di incostituzionalità. Dubbi forse fugati, se i due nuovi quesiti ieri sono finiti dritti dritti nel cestino. Accompagnati (così pare) da un “monito” al Parlamento, naturalmente privo di qualunque valore giuridico. Delusi i moltissimi cittadini che aspirano a una legge elettorale dignitosamente priva di parolacce e pure i costituzionalisti che si sono battuti a sostegno del referendum. I professori aspettano, con ansia e curiosità non solo accademica, le motivazioni.    Alessandro Pace, rappresentante legale del Comitato promotore dei referendum, parla di “evidenti difficoltà politiche”. “È chiaro che inserire il referendum in un quadro tanto delicato avrebbe portato qualche sconvolgimento. Se ci fosse stato il referendum, saremmo tornati al Mattarellum. E avremmo votato presto: questa legislatura sarebbe terminata tra il malcontento di chi aveva interesse ad arrivare fino al 2013 e chi desiderava restare con l’attuale sistema elettorale”.

IL SITO di Libertà e Giustizia, di cui il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky è presidente onorario, ospita un messaggio assai sconfortato. “La decisione della Corte costituzionale crea per la prima volta in Italia una situazione di estremo allarme istituzionale. I cittadini delusi e decisi a far valere la loro volontà potrebbero essere indotti a un drammatico sciopero del voto, cioè a non accettare di andare nuovamente alle urne con il Porcellum”. Libertà e Giustizia aveva raccolto le adesioni di 114 autorevoli giuristi, favorevoli all’ammissibilità dei quesiti. Nell’appello scrivevano: “Al di là di aspetti che il Parlamento potrà sempre correggere, il ritorno alle “leggi Mattarella” potrebbe contribuire a ricostituire, attraverso i collegi uninominali, un rapporto più diretto fra parlamentari ed elettori e potrà evitare, pur in un quadro tendenzialmente maggioritario, la formazione di coalizioni rissose, fragili ed eterogenee, artificiosamente tenute insieme dalla conquista di un premio di maggioranza a livello nazionale”. Tra i primi firmatari c’è Valerio Onida: “La decisione della Corte non è una sorpresa: è soprattutto una delusione. Era prevedibile, però. Sono ancora convinto che ci fosse una strada per arrivare all’ammissibilità, che non è stata seguita. La prospettiva di un referendum è sempre uno stimolo per le forze politiche. Se si fosse fatta la consultazione avremmo potuto conoscere la volontà popolare, che io credo si sarebbe espressa largamente contro l’attuale sistema. Una nuova legge è indispensabile, spero che le Camere ne siano consapevoli: c’è la questione delle liste bloccate, ma anche un premio di coalizione non collegato a una soglia significativa di voti. È un meccanismo inopportuno perché crea alleanze il cui collante è solo quello di raggiungere la maggioranza”.

STESSA amarezza nelle dichiarazioni di Roberto Toniatti, docente all’Università di Trento: “Come tutti aspetto le motivazioni, anche se mi dispiace che la Corte non abbia accolto la mia interpretazione. Naturalmente sono molto deluso anche sul piano politico”.

A chi dobbiamo rivolgerci, ora? A deputati e senatori, molti dei quali hanno votato il Porcellum. Giovanni Guzzetta, docente all’Università di Roma Tor Vergata, spiega che “il parlamento può fare ancora di più di quello che lo strumento referendario consente: intervenire cioè sulla legge elettorale ma anche sulla Costituzione, perché la legge elettorale da sola rischia di non bastare”. Può, ma lo farà? Andrea Manzella, direttore del Centro studi sul parlamento dell’Università Luiss è ottimista: “Quando leggeremo le motivazioni della sentenza, mi auguro troveremo un monito al parlamento ben più pesante di quello già formulato dalla Corte. Ma voglio guardare al futuro che è già cominciato quando le Camere hanno votato la fiducia al nuovo governo. Il parlamento ora deve colmare il vuoto, ben più grave di un vuoto legislativo, che è quello etico-politico tra cittadini e istituzioni. Michele Ainis aveva scritto sul Corriere che riteneva inammissibili i quesiti. Oggi festeggia? “Credo che la Corte non si potesse pronunciare in senso affermativo. Però poteva fare quel che non ha fatto: sollevare una questione di legittimità costituzionale”.    Stefano Rodotà riflette sulle dichiarazioni di alcuni politici contro la Consulta: “Mi preoccupano. Non mettiamo in discussione la Corte: è una delle istituzioni che ha tenuto in questi anni di berlusconismo, le dobbiamo molto. Non vedo nessuno scandalo in questa sentenza. Spero che metta il Parlamento di fronte alle proprie responsabilità”. Dello stesso avviso anche la professoressa Lorenza Carlassare: “Era troppo comodo farsi levare le castagne dal fuoco dalla Corte, che comunque non poteva pronunciarsi a favore. E poi il Mattarellum è una pessima legge”.

di Silvia Truzzi,  IFQ

Una manifestazione pro-referendum (FOTO ANSA) 

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