Dimissioni tecniche “Non doveva restare”

Carlo Malinconico inaugura il filone delle dimissioni con stile e sobrietà. Un altro successo inedito del governo tecnico del professore Mario Monti. In realtà, il sottosegretario all’Editoria ha provato a resistere (sempre con stile e sobrietà, ovviamente), ma è stato il premier a suggerirgli “l’opportunità e la responsabilità” di questo gesto, dopo lo scandalo delle vacanze all’Argentario pagate dalla cricca di Anemone e Balducci.

LA SVOLTA ieri prima di mezzogiorno, preparata nella notte, come già nel caso di Claudio Scajola (altra “vittima” politica della cricca). Lunedì sera, infatti, le luci a Palazzo Chigi sono rimaste accese fino a tardi. In un primo momento, dallo staff di Monti, si negava l’ipotesi delle dimissioni di fronte alla debole difesa di Malinconico affidata all’Ansa dopo lunghe ore di silenzio (non solo sue ma dell’intera politica). Ma ieri mattina, con la lettura dei quotidiani, ormai svegliatisi dal letargo-embargo di due giorni sulla notizia (da Malinconico dipende gran parte dell’editoria finanziata dallo Stato), il Professore ha capito che non c’era più nulla da fare. La resistenza del sottosegretario (modello Scajola, per la serie “il conto è stato pagato a mia insaputa”) non poteva reggere più. Di qui l’incontro risolutore. A Monti, Malinconico ha riassunto in sintesi la sua versione: “In quel tempo ero amico di Balducci, che certo non era considerato un delinquente. Lui aveva una casa all’Argentario e gli manifestai il desiderio di fare le vacanze lì. Balducci mi rispose che ci avrebbe pensato lui. Non ho mai saputo nulla di Piscicelli”. Un errore però ammette di averlo fatto: “Due anni fa quando c’è stata l’inchiesta avrei dovuto subito tirarmene fuori pagando allora il conto e non adesso. Oggi ne pago le conseguenze. Caro presidente, il mio incarico è a disposizione, se vuoi mi dimetto”.    Monti non se l’è fatto ripetere due volte e ha accettato, disinnescando una mina pericolosa sul cammino del governo tecnico e sobrio che chiede sacrifici agli italiani. Ecco perché ha mostrato il suo “apprezzamento per il senso di responsabilità” del sottosegretario. Malinconico ha però negato pressioni di Monti: “Mi auguro che questo mio gesto del tutto spontaneo rassereni il clima generale e contribuisca al proficuo proseguimento dell’impegnativa azione di governo”. La colpa, come ai tempi del berlusconismo di governo, è dei giornali: “Mi sono recato dal presidente del Consiglio per un incontro da me sollecitato nei giorni scorsi per rassegnare le dimissioni di fronte al crescente attacco mediatico che mi ha coinvolto, mio malgrado. È stata una decisione sofferta ma convinta che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede”.

QUALCHE ORA più tardi, in Transatlantico, si è anche sparsa la voce di un altro tecnico dimissionario: il ministro Patroni Griffi, per la casa al Colosseo acquistata dall’Inps a prezzi stracciati. Un’indiscrezione circolata con insistenza, ma che non trova riscontro negli ambienti dell’esecutivo e che appare per il momento un wishful thinking dei partiti.

LA POLITICA, però, ha assistito alla vicenda Malinconico con un sonnolento distacco, presa perlopiù dalla doppia partita che si giocherà domani: il voto per l’arresto di Cosentino nel-l’aula di Montecitorio e la sentenza della Consulta sul referendum per la legge elettorale. Del resto basta scorrere l’elenco delle reazioni, poche decine in confronto alle centinaia del passato in casi analoghi. E nessuna sete di vendetta, tipo “i tecnici non sono diversi da noi”. Anzi, soprattutto da centro e da sinistra, leggi Udc e Pd, c’è riconoscimento per la “diversità”del gesto rispetto all’era del Cavaliere e del centrodestra. Dice Francesco Boccia del Pd: “La velocità con cui tutto si è risolto conferma che se anche in passato avessero fatto così oggi vivremmo in un Paese diverso”. Per Cesa, segret ario Udc (partito zeppo di inquisiti), Malinconico è stato “un galantuomo” e comunque basta con “la cultura del sospetto”. Dai falchi del Pdl, invece, la solita solfa: per Donato Bruno “il caso Malinconico è stato montato dai giornali”.    Dall’opposizione toni più realistici: secondo Di Pietro le dimissioni sono “arrivate in ritardo”. Per la successione al dipartimento dell’editoria le opzioni sono due: assegnare la delega a Paolo Peluffo, sottosegretario alla comunicazione (che non ha mai gradito il “condominio” con Malinconico) oppure un interim di Monti. I tempi, in ogni caso, non sarebbero brevi.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

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