Tecnica di un colpo di sonno

Per un attimo, quella sera che cadde il governo B., noi del Fatto ci siamo sentiti come Robert De Niro in C’era una volta in America di Sergio Leone: quando James Woods, steso al sole sulla spiaggia di Miami, legge la notizia della fine del proibizionismo e gli sibila: “Noodle, siamo disoccupati!”. Ma è stato solo un attimo. È bastato leggere la lista dei ministri del governo Monti per svegliarci dall’incubo della disoccupazione e constatare ciò che dovrebbe esser chiaro a tutti: il proibizionismo delle notizie, cioè la censura, non l’ha inventato B. (anche se l’ha praticato in dosi mai viste prima nel dopoguerra) e dunque non finisce con B. La sua era una censura violenta, dichiarata e rivendicata, tra editti bulgari, minzolingue, minacce telefoniche all’Agcom, sabotaggi pubblicitari ai giornali sgraditi, direttori cacciati sia da padrone (Montanelli dal Giornale) sia da non padrone (Colombo e Padellaro dall’Unità, De Bortoli e Mieli dal Corriere, Anselmi dalla Stampa). Quella di oggi è una censura diversa, più furba, subdola, felpata, strisciante: diciamo pure tecnica, di larghe intese, molto sobria. Non ha bisogno di editti né di telefonate. Nasce spontanea, col pilota automatico. Poche parole e molti silenzi. E chi si impone l’autocensura non si fa schifo guardandosi allo specchio, perché ha un ottimo alibi: c’è la crisi, l’Europa ci guarda, il Colle vigila, i mercati speculano, rischiamo l’euro e il default, è l’ultima occasione, sennò poi tornano i politici o magari quello là. E allora stringiamci a coorte, tappiamci le bocche e teniamci i tecnici, che sono tanto buoni e sobri, le loro leggi odorano di Chanel n. 5: Salva-Italia, Cresci-Italia. Ogni tanto ci prude un po’ il culetto, ma è solo un’impressione. Tutti zitti, allineati e coperti. “Taci, lo spread ti ascolta”. Così, se tutti tacciono, anche le poche voci fuori dal coro faticano a dimostrare che non è tutto sobrio quel che sobria: uffa, i soliti disturbatori della quiete pubblica, rompipalle incontentabili, criticoni a prescindere. È dura, in un clima di tutto va ben madama la marchesa, spiegare che la libera stampa (così come ogni potere di controllo, inclusa la Consulta sui referendum) non può mai fermarsi in nome di interessi superiori che senz’altro esistono, ma non la riguardano. Anzi la libertà si misura proprio dalle critiche: l’inchino e l’applauso sono permessi anche nelle dittature. E, per quelli, non c’è bisogno della libera stampa: basta Vespa. Infatti è da Vespa che vanno i Monti, i Passera e le Fornero, esattamente come i loro predecessori. O da Floris e da Fazio, che non sono certo Vespa ma offrono poltrone comode e soffici. Non certo nei (rarissimi) programmi dove chi non la conta giusta o mena il can per l’aia esce con le ossa rotte. Lì, se Monti dice “basta genuflettersi alla finanza”, uno salta su e domanda: “Scusi prof, ma allora perché appaltare il super ministero Sviluppo-Infrastrutture-Trasporti-Comunicazioni-Attività produttive ai banchieri Passera e Ciaccia?”. E, se dice che sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli italiani: “Scusi prof, ha saputo che Intesa Sanpaolo ha appena dovuto versare al fisco 270 milioni più interessi di imposte evase contestate dall’Agenzia delle Entrate dal 2005 al 2007? Ha chiesto a Passera, ex ad di Intesa, e alla Fornero, ex vicepresidente del consiglio di sorveglianza, se si erano mai accorti di nulla?”. E, se promette lotta dura ai privilegi delle caste: “Scusi prof, che aspetta a cacciare Malinconico che andava in ferie a sbafo a spese della cricca e Patroni Griffi che ha comprato casa a prezzi da favela brasiliana?”. Invece, su questi scandali svelati dal Fatto in beata solitudine o quasi (se si eccettuano Stella, Rizzo, Gabanelli e Boursier sul Corriere, Tg3, TgLa7 e pochi altri), stampa e tv tacciono. Così gli scandali non esistono. Forse perché Malinconico ha la delega sull’editoria, cioè sui soldi ai giornali. Madonna che silenzio c’è in Italia: siamo passati dal colpo di Stato al colpo di sonno.

di Marco Travaglio, IFQ

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