Nelle campagne della Cina la risposta alla povertà è la tratta delle spose

Scapoli disperati, famiglie disposte a tutto e misere province dove si muore di fame. Così molte ragazze vengono rapite e vendute al miglior offerente. Diventando delle schiave.

La polizia della provincia dell’Hebei, la regione che abbraccia il distretto di Pechino, annuncia soddisfatta il frutto dell’ultima operazione contro la “tratta delle spose”: nel giro di pochi giorni avrebbe restituito la libertà a oltre duecento donne destinate a matrimoni forzati. Mentre nel resto del mondo centinaia di ragazze sono spinte con l’inganno o la violenza nel florido mercato della prostituzione, in Cina da anni si registrano casi di ragazze sequestrate e vendute, come spose alle famiglie di scapoli disperati.

La rete d’azione dei trafficanti ormai consente lo di procacciarsi spose-schiave anche all’estero: in Vietnam, Cambogia, Mongolia e Corea del Nord. Un mercato sempre più fiorente, a seguito del boom economico che ha trasformato le province rurali di un tempo in distretti industriali. Secondo il tariffario più aggiornato, una sposa può costare tra duecento e tremila dollari, secondo l’età, lo stato di salute e l’avvenenza.

Nello Hebei, che oggi è tra le dieci aree industrializzate più ricche della nazione, la polizia rende noto di aver sgominato centinaia di organizzazioni criminali negli ultimi due anni, oltre ad aver liberato oltre tremila tra donne e bambini da famiglie fittizie. Ma mentre la stampa locale riferisce che le spose liberate vengono “aiutate a tornare a casa”, le organizzazioni per i diritti umani, inclusa l’agenzia Onu per i diritti dei rifugiati, diffondono il timore che le donne vadano incontro ad altri problemi. Alcune di loro si trovano in Cina perché volevano fuggire dalla Corea del Nord, dopo aver speso fino a 500 dollari per farsi portare oltre il confine. AL rientro, si teme che vengano accusate di tradimento verso il regime e punite duramente. La nazione, infatti, non brilla per apertura e liberalità. Per questo il Comitato per i diritti umani in Corea del Nord, che ha sede in America, ha chiesto alle autorità cinesi che alle vittime della tratta sia data la possibilità di richiedere asilo politico, e che i figli nati in Cina ottengano la cittadinanza cinese.

Secondo le organizzazioni, nelle regioni dove è alta la domanda di spose a pagamento, all’anagrafe sono registrati fino a 14 maschi per ogni femmina. Uno squilibrio notevole, che contraddistingue le ultime generazioni. Mentre la stampa internazionale si interroga sulla sorte dei milioni di bambine che mancano all’appello (mai registrate all’anagrafe), le famiglie cinesi fanno i conti col problema di sistemare i loro figli. Tutti maschi.

di Gaetano Prisciantelli, Il Venerdì

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