Lo stupro come tattica di guerra

La risoluzione ONU 1820, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel giugno 2008, definisce tattica di guerra l’uso deliberato della violenza sessuale e la perpetrazione di tale reato strumento di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Il precedente è costituito da una sentenza del Tribunale Internazionale Criminale per il Rwanda del 23 settembre 1998: già in questa sede lo stupro fu definito crimine di guerra. Il preambolo della risoluzione 1820 ricorda che lo Statuto di Roma, l’atto costitutivo della Corte Penale Internazionale, include al suo interno uno svariato elenco di violenze sessuali. Anche questo costituisce un precedente importante per la traduzione dei colpevoli di fronte alla Corte Internazionale. A tutt’oggi se ne parla spesso, soprattutto nei fatti di cronaca: le violenze sessuali sono all’ordine del giorno, tra le notizie dei telegiornali e le righe dei quotidiani. Stupri perpetrati da immigrati su cittadine italiane o su loro connazionali, magari poi barbaramente uccise. Prostitute vittime di violenze, perché poco protette. Ma lo stupro non è solo fatto di cronaca, non costituisce solo argomento di informazione e di denuncia in materia di sicurezza nazionale. Ha radici storiche: dalla fondazione di Roma, che poggia su uno stupro di massa come il ratto delle Sabine, alle premesse dell’Iliade, con Achille adirato con Agamennone per la sottrazione della schiava preferita. Abbiamo testimonianze di stupri perpetrati in Renania nel primo dopoguerra dalle truppe di colore francesi contro le donne tedesche, o ancora di violenze sessuali commesse dalle truppe fasciste e tedesche contro le donne a nord della Linea Gotica tra il 1943 e il 1945. Se lo stupro in periodo di pace è spesso descritto come una violenza perpetrata contro le donne per soddisfare un istinto irrefrenabile dell’uomo, è chiaro che in periodo di guerra quest’istinto sia più difficile da espletare. A questo proposito vennero anche previsti dei bordelli accanto agli accampamenti militari. Nonostante l’accettazione di tale situazione, rimane deprecabile la considerazione di questo reato ritenuto “normale”, perché necessario a reprimere un desiderio altrimenti inappagabile. In un’Africa dilaniata dalle guerre civili e dalle lotte fratricide, l’uso sistematico delle violenze sessuali è uno dei metodi bellici più utilizzati in questi conflitti ataviche ed estenuanti, all’interno delle quali a farne le spese è soprattutto una popolazione civile già al limite delle condizioni economiche, sanitarie e di sopravvivenza. Ce lo dimostra anche l’esperienza della delegazione di tre eurodeputati, guidata da Jürgen Schröder del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), recatasi l’1 aprile 2008 nella Repubblica Democratica del Congo per sette giorni. In questo stato, pare che la situazione sia migliorata dopo la firma degli accordi di pace siglata nel gennaio scorso. “Lo stupro è stato uno strumento di guerra, ma dopo gli accordi di pace la situazione è cambiata”, dichiara l’eurodeputato tedesco. “Ora lo stupro è un segno di ordinaria criminalità perpetrato per lo più da fazioni ribelli, dai componenti dell’esercito regolare e anche dalla popolazione civile”.
Secondo le cifre del piano d’azione umanitario del 2008, gli stupri perpetrati nel 2007 in Congo ammontano a 30.000. Drammatica anche la situazione in Sudan, dove è alta l’incidenza di stupri contro donne ed adolescenti: da ottobre 2004 a febbraio 2005, sono state curate quasi 500 vittime di violenze in numerose località del Darfur occidentale e meridionale, il 28% delle quali dichiarano di essere state violentate da più persone e ripetutamente. Appare chiaro che il numero di denunce non corrisponda al numero effettivo delle violenze.  Le donne hanno raccontato di essere state percosse con bastoni, fruste o asce prima, durante e dopo lo stupro. Al momento dell’aggressione, alcune delle donne stuprate si trovavano in evidente stato di gravidanza, dal quinto all’ottavo mese. La maggioranza delle superstiti degli stupri e delle violenze sessuali raccontano a che le aggressioni avvengono quando le donne lasciano la relativa sicurezza dei villaggi e dei campi profughi per portare avanti le attività indispensabili per la sopravvivenza delle famiglie, come cercare legna per il fuoco o l’acqua. Costrette alle prestazioni sotto minaccia armata, in Darfur come in altre zone di guerra, lo stupro è utilizzato come strumento di guerra e per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile. Le vittime di stupri spesso non vengono curate, ma emarginate, stigmatizzate, a volte persino messe in prigione. Non bisogna dimenticare quanto le violenze sessuali siano un fattore determinante per la diffusione di malattie, quali l’HIV . In questo panorama non è solo il continente africano ad essere teatro di violenze: in Kosovo ad esempio, dove è stata istituita la Kosovo Women’s Initiative atta a diminuire la distinzione tra sessi attraverso la formazione professionale e la scolarizzazione, durante la guerra sono state violentate 20mila donne, in maggioranza musulmane.

Il documento dei Quindici, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiede la cessazione delle violenze sessuali contro i civili nelle zone di guerra, minacciando i colpevoli di condurli di fronte alla Corte Penale Internazionale de l’Aja. Al dibattito hanno preso parte sette donne ministro. Oltre alla Rice, hanno parlato il ministro degli Esteri del Sudafrica, Nkosazana Dlamini Zuma, il vice primo ministro croato Jadranka Kosor, il procuratore generale britannico Patricia Scotland e il segretario di stato agli Esteri francese Rama Yade. La risoluzione definisce il reato di stupro una tattica di guerra «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare e/o obbligare a cambiare casa i membri di una comunità o di un gruppo etnico». Il Segretario delle Nazioni Unite è chiamato a stilare un rapporto che elenchi i paesi dove l’uso della violenza sessuale sia stata sistematicamente utilizzata contro i civili, utile anche a rispondere a questa guerra silenziosa. La risoluzione è stata sponsorizzata da 30 paesi, tra cui l’Italia. Sono i Quindici a definire il ruolo chiave delle donne nella risoluzione pacifica dei conflitti e nel mantenimento della sicurezza. Importante la risoluzione se guardata in funzione di una generale condanna, rivolta purtroppo anche a soldati arruolati per missioni di pace nei contingenti ONU: secondo un rapporto Onu del 1999, sarebbero gli stessi funzionari civili delle Nazioni Uniti a commettere violenze. La relatrice del rapporto, Radhika Coomaraswamy, ha riferito di abusi sessuali di “brutalità inimmaginabile”, illustrando una mappa delle violenze che spazia dai Balcani all’Africa Australe, dal Sud Est Asiatico all’America latina. Tra gli episodi documentati ce n’è uno che riguarda il Kosovo e risale al 1999 (ci sono anche i fatti addebitati ai militari italiani in missione in Somalia negli anni tra il 1992 e il 1995).

Definire lo stupro come reato sessuale, tuttavia, non è sufficiente: bisogna appropriarsi della cultura di molti popoli, all’interno dei quali la donna è ancora vista in una posizione inferiore agli occhi dell’uomo; bisogna capire come la violenza sessuale sia prima la violazione di un diritto individuale, e in quanto tale dovrebbe essere inclusa nel panorama generale dei diritti dell’uomo. Un sistema giuridico appropriato e una seria rivalutazione del ruolo della donna devono essere il contesto basilare in cui far valere il principio dell’inviolabilità della persona.

di Alessia Chiriatti, CrimeList

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