Francia, la malata riluttante

Indicatori economici verso il rosso, clima sociale in perenne fibrillazione e, a complicare le cose, le presidenziali in vista. La Francia dubita e tentenna, i sondaggi dicono unanimi che la gente teme per il potere d’acquisto e le élites guardano in cagnesco Moody’s, che minaccia di cancellare una delle sue fatidiche tre A. I meccanismi e i parametri finanziario-capitalistici inoltre, da queste parti più che altrove, fanno venire l’orticaria, gridare alla perdita di sovranità, denunciare la logica del “tout economique” e dell’”ultraliberismo”, invocare improbabili redistribuzioni di ricchezza. La crisi è del debito, ma in Francia il suo impasto, alla vigilia della madre delle battaglie elettorali, è molto politico. Economisti e banchieri su quella benedetta terza A hanno già messo una croce: parlano e agiscono come se fosse già stata abrogata e sostituita da un più realistico AA+. I politici sono più reticenti: difficile per Sarkozy, al governo dal 2002, presidente dal 2007 e candidato alla propria successione, ammettere di aver tolto le briglie al suo deficit di bilancio fino a fargli superare il 7 per cento e di aver accumulato un debito pubblico pari all’85 per cento del PIL. E anche il famoso “spread” comincia a trovar posto nelle conversazioni al bistrot e non solo nelle riunioni di governo: da ottobre si allarga, la forbice con i tassi d’interesse tedeschi sfiora i due punti. La terza A, nei fatti, è già svanita. Non sono percentuali da capogiro come quelle italiane, ma il trend è quello, visibile e tangibile. Tanto più che nessuno scommette seriamente su una ripresa della crescita a breve termine. Se per il quarto trimestre di quest’anno l’Insee prevede un rotondo 0 per cento, la sfera di cristallo degli analisti non mostra segni di miglioramento per il 2012, al massimo uno 0,7 per cento. Ne patiranno soprattutto le cifre dell’occupazione.

PER NICOLAS SARKOZY, che oggi incontrerà a Strasburgo Angela Merkel e Mario Monti, è essenziale rinviare le scelte portatrici di “lacrime e sangue” a dopo le elezioni presidenziali. Ma non puo’ neanche starsene con le mani in mano ad osservare la situazione degradarsi di giorno in giorno. Eccolo allora varare o proporre alcune misure tampone: accelerare i tempi di applicazione della riforma delle pensioni (che fissa a 62 anni l’età della quiescenza), aumentare l’Iva in settori portanti come la ristorazione… Sei mesi di ossigeno, questo il suo obiettivo immediato. E soprattutto, in questi sei mesi, un grande attivismo sul piano europeo e internazionale. Interessante l’analisi che ne faceva nei giorni scorsi Le Monde: Sarkozy il neogollista al cospetto di Merkel la federalista e di Monti il liberale. Il neogollista vorrebbe un’unione politica ristretta alla sola eurozona, fermamente guidata dai capi di governo, con buona pace della Commissione. Gli piace l’idea di pochi ma buoni, e che decidano all’unanimità e non a maggioranza, come invece vuole ogni buon federalista. Merkel gli obietta che questa non è l’Unione europea, ma un suo surrogato a uso e consumo francese, visto che la zona euro è priva di Commissione, di Parlamento, di Corte di giustizia. In una parola, non ha nulla di federale. Quanto a Monti, si può immaginare che non sia certo contrario a una maggiore integrazione politica, ma a patto che vi sia maggiore concorrenza sul mercato dei 27 membri dell’Ue, e quindi meno aiuti pubblici alle aziende in crisi e non, ai quali invece Sarkozy indulge volentieri. Se Angela Merkel è sicuramente felicissima che Mario Monti abbia rimpiazzato Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy sarà più guardingo. Berlusconi a volte gli faceva comodo: “Non è un problema, alla fine dice sempre di sì a tutto”, confidavano i diplomatici francesi nei corridoi dei vertici. Mario Monti, si sa, non è della stessa pasta. Ciò detto, è improbabile che i tre oggi a Strasburgo parlino di filosofia politica comunitaria. Sul tappeto urgono altri problemi più pedestri, ma non meno importanti.

di Gianni Marsilli, IFQ

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