Bocconi & bocchini

Noi non ce l’abbiamo con Mario Monti, anzi speriamo che riesca a costringere i partiti a fare ciò che in 17 anni non hanno voluto fare. Ce l’abbiamo con la giulebbosa ondata di servilismo e conformismo che, come sempre in Italia, circonda e schizza chiunque vada al potere. Ieri Repubblica si è sentita in dovere di comunicarci che domenica, dopo la Santa Messa e gli “applausi a più riprese dei romani”, il premier e gentil consorte Elsa “hanno visitato la mostra di Lippi e Botticelli pagando regolarmente il biglietto, tenendosi spesso sotto braccio” e, udite udite, rivolgendo “diverse domande alla guida”. Niente autoblu, “per non arrecare disturbo alla popolazione”: “Un messaggio politico, un gesto simbolico e anche un atto di coraggio personale”. Poi un cenno, ormai obbligato, al proverbiale “sorriso ironico” del professore, che ha regalato un’altra delle sue fulminanti battute di humour britannico: “Oggi è domenica”. Ancora meglio di quella sfoderata il primo giorno: “È una bella giornata”. E non va dimenticato il “sacrificio individuale e coniugale” che il Caro Premier si autoinfligge andando ad abitare addirittura a Palazzo Chigi, postaccio inospitale e “sporchissimo”, “quanto di meno tecnocratico e bocconiano”. Per La Stampa quel tugurio cinquecentesco, affrescato e affacciato su quel cesso di piazza Colonna, è una “sistemazione, più che sobria, normale”, in linea con lo “stile low profile” dei coniugi Monti, “ricchi, famosi, presidenziali ma comunque pratici”. E la loro sobrietà è contagiosa: i passanti salutano il premier con un sobrio “salvi lei il Paese!” (con la P maiuscola), mentre lui “sorride visibilmente imbarazzato” e “lesina risposte e ricette”. E via “sull’italianissima Lancia Thesis voluta al posto delle auto tedesche di berlusconiana memoria. Diretto dove? Ma al lavoro, naturalmente”. Il Minculpop non mancava di sottolineare che, nella sala del Mappamondo di Palazzo Venezia, ufficio del Duce sempre chino sui destini della Nazione e poi dell’Impero, le luci restavano accese tutta notte. Oggi il Minculpop sarebbe un ente inutile: i giornali provvedono col pilota automatico. La leccata al nuovo padrone del vapore è lo sport nazionale di intellettuali organici e pennivendoli orgasmici che non hanno idee da difendere, ma solo padroni da incensare. E passano dal servo encomio al codardo oltraggio senza soluzione di continuità. Tutti “de sinistra” negli anni 70. Tutti craxiani negli anni 80. Tutti dipietristi con Mani Pulite. Tutti berlusconiani, dichiarati o mascherati da “terzisti”, con qualche fugace scappatella verso Prodi, D’Alema e Veltroni. E ora tutti montiani. Almeno Berlusconi i servi li aveva in casa e li pagava apposta (anzi li paga ancora): quelli di Monti e del suo governo tecnico, invece, sono servi volontari, gratuiti, felici: lo leccano anche se lui non vuole e manco li conosce. Sylos Labini la chiamava “cupidigia di servilismo”. Monicelli nell’intervista a Raiperunanotte, diceva: “Gli italiani vogliono sempre qualcuno che pensi al posto loro. Poi se va bene va bene, se va male lo impiccano a testa sotto”. E un altro grande vecchio, Montanelli, nel ‘94 si disse preoccupato, ancor più che da B., dall’eterna tentazione degl’italiani a mettersi sotto il balcone in attesa che vi si affacci il messia di turno, l’uomo che da solo sanerà tutti i nostri guai: “È questo clima di facilismo, di esenzione non dai problemi (di questi ce ne sono), ma da quelle angosce esistenziali che ci rendono ricettivi ai grandi princìpi, che può spianare a Berlusconi la strada verso una democrazia del balcone”. A Salò, per giustificare la sua dittatura, Mussolini disse: “Come si fa, in un paese di servi, a non diventare padrone?”. Monti non ha nulla in comune con Mussolini né con Craxi né con B. Anzi, ne è l’antitesi antropologica e non fa nulla per cercare facili consensi e dovrà presto alienarsene parecchi. Perciò farà bene a tenere i servi a debita distanza, anzi a farli disperdere con gli idranti.

di Marco Travaglio, IFQ

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