Mafia e camorra, patto di ferro tra le nuove generazioni

Il figlio di “Sandokan” Schiavone e il fratello di Riina alleati per spartirsi i mercati ortofrutticoli di Lazio e Campania

Il boss dei Casalesi Michele Zagaria, al primo posto nella lista dei ricercati più pericolosi d’Italia, voleva estendere la sua influenza sul mercato ortofrutticolo di Fondi (Latina). Zagaria dovette desistere per l’opposizione di Nicola Schiavo-ne, il figlio dello storico capo-clan ‘Sandokan’ Francesco Schiavone, che lo incontrò e gli disse: “Michele tu vuoi bene a mio padre?… Allora devi volere bene anche a me! Lascia stare il mercato di Fondi perché è una cosa che me la vedo io…”. La circostanza, riferita da un collaboratore di giustizia, è agli atti di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dall’ufficio del Gip di Napoli nei confronti di nove persone, tra cui il figlio di Sandokan e Gaetano Riina, il fratello di Totò Riina. Il provvedimento è stato eseguito dalla Squadra Mobile di Caserta insieme al Centro Operativo Dia di Roma, con l’ausilio delle Dia di Napoli, Palermo e Trapani. Si tratta del prosieguo dell’operazione “Sud Pontino”, condotta dalla Dda di Napoli dell’aggiunto Federico Cafiero de Raho, culminata nel maggio 2010 in oltre 60 arresti. Inchiesta che ha dimostrato l’esistenza di un accordo tra i Casalesi e la mafia siciliana per il controllo dei trasporti ortofrutticoli da e per la Sicilia.

UN’INDAGINE articolata, che ha rivelato infiltrazioni e interessi della fazione Schiavone nelle attività dei principali mercati ortofrutticoli del centro-sud, imponendo il monopolio dei trasporti su gomma alla ditta “La Paganese” di San Marcellino (Caserta). Formalmente intestata all’imprenditore Costantino Pagano, oggi detenuto, ma che in realtà era di proprietà della famiglia Schiavone. I nove arrestati, Nicola Schiavone, Francesco Del Vecchio, Patrizio Picardi, Antonio Sfraga, Massimo Antonio Sfraga, Gaetano Riina, Francesco Napolitano , Carmelo Gagliano e Pasquale Coppola, sono accusati di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, illecita concorrenza, detenzione e porto illegale di armi da guerra con l’aggravante della metodologia mafiosa.    I recenti sviluppi investigativi hanno accertato che Nicola Schiavone era stato coinvolto direttamente nella gestione de “La Paganese”. Un intervento importante, il suo, per coprire l’espansione di Pagano in mercati ortofrutticoli campani che fino ai primi anni 2000 erano controllati da ditte di trasporto contigue ai clan Mallardo di Giugliano (Napoli) e Licciardi Secondigliano (Napoli). Sarebbe stato Schiavone jr a risolvere in qualche modo i contrasti insorti con le altre organizzazioni criminali, e ad assicurare a “La Paganese” i successi imprenditoriali in un settore particolarmente permeabile all’influenza mafiosa. Tra gli arrestati anche due esponenti di spicco dei Mallardo, tra cui il reggente, Francesco Napolitano. Un capitolo dell’inchiesta è dedicato ai rapporti tra i Casalesi e la mafia siciliana, e in particolare Gaetano Riina, fratello del ‘capo dei capi’. Alcune intercettazioni ambientali hanno dimostrato la presenza in una circostanza della figlia di Riina negli uffici de “La Paganese”. Un pentito, Gianluca Costa, ha confermato che l’intesa con la mafia ha consentito alla ditta degli Schiavone di imperare nei trasporti sulla tratta siciliana, e soprattutto di diventare il punto di riferimento delle piccole imprese del settore, campane, calabresi e siciliane, che intendevano lavorare sulla stessa tratta.

UN CONTROLLO capillare, con il prestanome di Schiavone che raccoglieva gli ordini, li soddisfaceva in parte con mezzi suoi e in parte li distribuiva ad altri, che però erano costretti a versare al clan una provvigione. Costa ha riferito di una riunione in Sicilia tra Pagano, Sfraga, il referente imprenditoriale dei Riina-Messina Denaro, e Gaetano Riina, nel corso della quale si stabilì che i Casalesi avrebbero rafforzato il loro monopolio sulla tratta siciliana, e i mafiosi in cambio avrebbero ottenuto l’aiuto degli Schiavone per rafforzare i loro affari nei mercati ortofrutticoli campani e a Fondi. Un altro capitolo è dedicato al traffico d’armi, che i Casalesi avrebbero realizzato proprio grazie alla disponibilità di questa imponente flotta di camion. Le indagini avrebbero provato che l’arsenale di armi da guerra sequestrato nel luglio 2006 nel casertano era stato importato dalla Bosnia grazie alla complicità di militari che prestavano servizio nel corso delle missioni di pace, utilizzando i loro mezzi di servizio. Pochi giorni fa i Casalesi hanno offerto ulteriore conferma dell’esistenza di un canale di approvvigionamento di armi da guerra, col sequestro di un arsenale di kalashnikov, mitra e fucili a canne mozze nell’abitazione di un muratore a San Cipriano d’Aversa.

di Vincenzo Iurillo, IFQ

Francesco “Sandokan” Schiavone (FOTO ANSA)

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