Donne, cianuro e trappole la resistenza del Caimano

Sarebbe Francesca Pascale la donna che lunedì sera ha varcato le porte di Palazzo Grazioli a bordo di una Smart (immortalata dal “Corriere”) per uscirne solo ieri mattina alle 10

Prologo. Se Silvio Berlusconi è chiuso nel bunker, allora la fida Maria Rosaria Rossi è andata a fare provviste. Alle sei di sera solca il Transatlantico semideserto con un bustone di generi alimentari appena acquistati alla buvette: “Lei è de Il Fatto? Allora le devo spaccare la faccia! Mi avete dipinto come la badante! Mi avete affibbiato questo nomignolo osceno!”. Obietti: guardi che deve essere stato Dagospia…. Lei è un fiume in piena: “Ma chi siete? Cosa sapete di me, cosa ho fatto nella vita?”. Malgrado l’umore azzardi una domanda: “Scusi, preferisce essere definita Claretta o Eva Braun?”. Maria Rosaria ha il senso dell’umorismo: “Guardi, cianuro a parte, noto un miglioramento di status: se ci pensa, noterà che la prima è amante, la seconda è moglie. Anche dal punto di vista ereditario c’è una bella differenza”. Le chiedi come sia stata la notte con il Cavaliere prima della battaglia. Nick Cosentino – sorrisone dentato – le corre in soccorso: “Maria Rosaria, fregatene della badante! E vienitene via… A me da quand loro dicono che sono il capo della Camorra le cose vanno benissimo. Tutti hanno paura di me!”. Ma la deputata ha ancora qualche sassolino nella scarpa, e un finalino pepato condito con ironia: “Primo: sono molto spiritosa. Secondo: stia attento a scrivere che la faccia gliela spacco davvero”. Terzo: “Ieri notte c’ero, ma bisogna guardare gli orari. E poi non ho una Smart, come hanno scritto, ma una Toyota”. Quarto, gran finale: “Più che Eva Braun sono Eva Kant”. Divina.

Ultime dalla notte

Epilogo. E allora immaginate che questo è il giorno delle dimissioni del Caimano, la fine di un’era, il giorno dell’esercizio vocale più difficile per il Cavaliere: le dimissioni. La notte della vigilia inizia con il conforto delle vestali rassicuratrici, non solo la Rossi, ma anche Francesca Pascale l’eroina del comitato Silvio Ci manchi. E poi il giorno più lungo. Si parte con i segnali ottimistici, Silvio siamo a 316, gli dicono. Poi la doccia scozzese del voto sul rendiconto: 308. Per ore i fedelissimi provano a raccontare che non accadrà nulla, che già altre volte la maggioranza ha avuto delle flessioni. Ma non tiene. Dopo il conto dei voti il peso dei nomi consente valutazioni politiche più pesanti. Il repubblicano Nucara era in ospedale, per carità, Gennaro Malgieri è arrivato tardi di un soffio. E siamo a 310. È vero che Maurizio Paniz annuncia colpi di scena sul caso Papa. Ma anche immaginando evasioni dai domiciliari, la realtà è che alle emorraggie dell’ultima fiducia si sono aggiunti due nomi pesantissimi: quello di Stagno D’Alcontres e quello di Stradella. Due ex dc. Lui compulsa i tabulati in Aula con la Ravetto e la Brambilla. È incredulo. Insomma, su Roma cala il buio, quando nel bunker di Palazzo Grazioli si deve prendere atto che una strategia, quella della resistenza ad oltranza è al capolinea. Non ci sono più ribaltamenti possibili, colpi di scena, storie da raccontare a Giorgio Napolitano.

Guadagnare tempo

Alle 18.45 quando Berlusconi sale sul Colle, ha già detto ai suoi che non ci sono alternative: “Ora dobbiamo guadagnare tempo, rendere irreversibile il voto anticipato”. Già, ma come? A Napolitano sia Bossi che Berlusconi ripetono che non ci sono alternative alla crisi: “Il Pdl – dice Berlusconi – non può sostenere nessun governo se non quello uscito dalle urne del 2008”. Quindi nessun “passo di lato”, nessun arrocco, niente spazio per un governo di Alfano e Maroni. A uccidere questa ipotesi, oltre l’aut-aut del Cavaliere è stato il niet di Casini. Fino a un mese fa il leader Udc diceva che doveva dimettersi Berlusconi. Ma ora dice: “È troppo tardi”. Senza ampliamento all’Udc non c’è sopravvivenza, nè per Berlusconi, nè per un altro premier Pdl. Così non restano che il voto, e “il guadagnare tempo”. B. dice a Napolitano che si dimetterà solo dopo l’approvazione della legge di stabilità. È la fine di un’epoca, il passaggio irreversibile che lo porterà fuori da palazzo Chigi per sempre. Ma non è ancora l’ultimo atto del dramma. Quelle due settimane che si possono guadagnare, spiega il Cavaliere, sono la frontiera che occorre presidiare perché diventi impossibile un altro governo, il governo istituzionale, il governo Monti. Non occorrono retroscena, è quello che ripete lui stesso in una raffica di telefonate ai tiggì della sera: “Spetta al capo dello Stato decidere sul futuro, ma dopo le mie dimissioni vedo solo le elezioni”. Arrivare fino a dicembre, per il Cavaliere, è un modo per ipotecare le elezioni a marzo. E qui si aprono due scenari. Un governo istituzionale potrebbe nascere solo se almeno 40 deputati Pdl scegliessero di sostenerlo. Se ci fosse lo smottamento.

Tagli a doppio taglio

Ride, un deputato come Carmelo Porcu: “Silvio è certo che non ci saranno crolli: con questa legge elettorale, torniamo in 200-250… Tutti quelli che non tradiranno troveranno un seggio. E tutti quelli che tradiranno – aggiunge – sanno che li faremo ballare mentre votano misure indigeste”. Già, l’altra trappola è questa. Berlusconi vuole mettere nell’angolo il Pd: se fa passare la sua legge di stabilità, come suggerisce Anna Finocchiaro, è corresponsabile dei tagli. Se non lo fa mette a carico dei successori di B. la manovra lacrime-e sangue, e il Cavaliere va al voto immacolato e candido. Ma tutto questo è il domani, tattiche e strategie. Oggi il sovrano è sradicato dal suo trono, Berlusconi intona il canto del dolore al Tg1 : “Non ho provato solo sorpresa, ma anche tristezza, perchè a tutte le persone che ci hanno lasciato ero anche legato personal-mente da anni, erano tutte persone che avevano partecipato all’inizio di Forza Italia, verso le quali io avevo un rapporto che non era solo di collaborazione politica ma anche umano di amicizia”. Guardate, il Caimano piange.

di Luca Telese, IFQ

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