Violenti metropolitani senza ideologia

Non siamo stati noi, dicono. Le informazioni sono state manipolate. Non abbiamo provocato le violenze, ma non ci interessa condannarle. Da Acrobax ad Askatasuna, da Torino a Roma, la risposta è sempre la stessa: “Siamo sottoposti a un linciaggio mediatico – ti dicono senza giri di parole quelli del centro sociale romano – non è nostra la regia degli scontri”.    Ma se vuoi capire che cosa è questo composito movimento anarco-insurrezionalista e guerrigliero devi abbandonare tutte le categorie novecentesche. Ti devi, per esempio, dimenticare gli anni di piombo e la struttura dei gruppi extraparlamentari. Devi dimenticare la foto del ragazzo che a Milano spara inginocchiato, perché qui le armi da fuoco non ci sono, anche se altre armi sono usate con furia devastante. E ti devi dimenticare anche l’idea di una direzione politica, sul modello di Autonomia Operaia, perché qui Toni Negri non c’è, c’è una galassia sterminata di sigle in movimento, anche se a Toni Negri questi ragazzi piacciono. Infine ti devi dimenticare persino Genova e il G8 del 2001. Quello che è successo a Roma ha bruciato anche ciò che restava delle vecchie “tute bianche”, gli ex casariniani, gli antagonisti di dieci anni fa, archiviati dalle nuove tute nere. Infine ti devi dimenticare anche i vecchi black bloc: quelli che camminavano con i loro tamburi, calavano dal Nord Europa e si aggiungevano alle organizzazioni antagoniste, entravano come chirurghi letali nei cortei. Sabato, a Roma, c’era un battaglione di guerriglieri metropolitani in armi che si è addestrato in Val di Susa, ma ha raggiunto una dimensione mai vista prima.    Sono il simbolo di questa “resa generazionale” le parole di Andrea Alzetta detto “Terzan”, leader del movimento Action, quello delle case occupate e dello slogan “Tarzan lo fa”. Che dice: “Quei ragazzi incappucciati sono i nostri figli e fratelli minori. Se la politica non cambia, se neppure il movimento antagonista riesce a individuare una prospettiva credibile lo scenario purtroppo è questo”. La verità è che sabato anche Action è stata bruciata dal “Salto di qualità”, perché lo spontaneismo guerriero salta i centri organizzati e omologa tutti quelli che lo attraversano sulla sua opzione più estrema. Non ci sono documenti, manifesti programmatici, “libri proibiti”, e nemmeno elaborazioni teoriche della violenza. C’è il senso comune diffuso attraverso la rete, e c’è la pratica, della violenza. C’è intorno a questi gruppi una “zona grigia” che rende possibile la loro penetrazione nelle aree meno presidiate dell’antagonismo. E c’è in loro lo stesso senso di rabbia disperata e non elaborata del “casseur”. Non c’è più nemmeno un obiettivo ideologico o politico: solo una opzione militare.    Dunque questo movimento nichilista, ideologicamente destrutturato e praticamente violento, paga un tributo a tutti i suoi antecedenti, ai suoi padri, e ai suoi nonni Volsci. Ma è figlio di se stesso. La sera dopo gli scontri, in un centro sociale storico come il Forte Prenestino si sono riuniti in assemblea per capire: la situazione è sfuggita di mano anche a molti che pensavano di avere tutto sotto controllo. Molti dei ribelli degli anni Novanta sono integrati nella città, il welfare antagonista non è più dedito alle pratiche di guerriglia, ma molti dell’area dei centri sociali ha sentito il richiamo della foresta: la zona grigia, ancora una volta, ha alimentato il fuoco. E allora cosa è successo? Il primo effetto è stato “Il Magnete”. Ovvero la capacità di aggregazione e attrazione in strada che i 500 militarizzati, e i mille della zona grigia hanno esercitato su tantissimi ragazzi del corteo. E non era un effetto pianificabile. Il magnete e la solidificazione dello spezzone tute nere hanno schiacciato un frammento composito della galassia antagonista sull’opzione militare. E adesso diventa difficile sia rivendicare che dissociarsi: “Quello che si è visto – scrivono nel loro documento i ragazzi di Askatasuna – è stato tutt’altro che qualche gruppo di esagitati, infiltrati, carabinieri o fascisti che dir si voglia nei social network. Si è visto un corteo di giovani, per lo più giovani, non rappresentati da nessuno neanche all’interno del movimento, che in quel ‘Que se ne vayan todos’, si sono riconosciuti”. Ed ecco il primo auto identikit che viene dal movimento: “Erano giovani studenti, precari o disoccupati che si sono portati anche la maschera antigas nello zaino, perché pensavano di partecipare a una giornata di riscossa. Diciamola tutta, se c’era un paese che doveva trasformare l’indignazione in incazzatura di massa, quello era proprio l’Italia, che vive un presente veramente penoso”. Ancora più interessante il comunicato ufficiale dei romani di Acrobax: “Nel corteo si sono date delle azioni diverse dai livelli che noi abbiamo praticato o condiviso con la nostra rete. Non ci interessa entrare nel dibattito buoni e cattivi, violenza o non violenza che riteniamo molto strumentale e invece sicuramente molto più interessante è il ragionamento su come costruire relazione, condivisione e partecipazione in situazioni analoghe”. Non vogliono essere linciati mediaticamente. Ma neanche dissociati.

di Luca Telese, IFQ

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