Parlano i black bloc: “I cortei pacifici non servono. Noi isolati? Cazzate”

“Voi non avete capito un cazzo. Non volete capire. Ci chiamate black bloc, dite che siamo pochi, che siamo isolati e che il resto del corteo non ci voleva. Cazzate!”, mi dice Marco F. un diciassettenne romano in felpa nera. “Eravamo più di mille fin dall’inizio, dentro il corteo. E siamo diventati sempre di più. Due-tremila. Anche gente comune, che prima stava a guardare, quelli che prima ci urlavano “smettetela, il corteo è pacifico, ci feriranno e sarà colpa vostra, state rovinando tutto! Poi hanno capito”.    “E sai perché?” prosegue Jacopo G., un ragazzetto di quindici anni con la maglietta della Roma addosso, che frequenta il liceo Virgilio, quinta ginnasio. “Perché la polizia caricava, aveva bloccato tutto. A San Giovanni era guerriglia pura. Se eri pacifico o se volevi fare a botte, le cariche te le prendevi comunque. Allora la gente ha cominciato ad aiutare i manifestanti. C’era chi portava le pietre, i Cobas hanno spento la musica perché sennò gli studenti non sentivano le cariche della polizia, altri portavano secchi d’acqua per spegnere i lacrimogeni, uno col pennarello s’era disegnato una croce rossa sulla maglia e soccorreva i feriti. Un pensionato dei Cobas, avrà avuto sessant’anni, riempiva le sporte di sampietrini e ce le portava in prima linea.

HO VISTO un disabile che riempiva la carrozzina di sassi come una carriola, e ce li distribuiva. Altri ci dicevano: ‘Mostrate il volto, e fate gli scontri senza caschi o passamontagna perché siamo indignati! Non ci importa se ci schedano o no, non dobbiamo avere paura!’ Non ci dicevano più di smetterla, ora ci appoggiavano proprio”. “Vuoi sapere perché la rabbia è tanta e crescerà?”. Mi spiega Gabriele P., un compagno di scuola di Jacopo, che ha la fidanzatina al fianco. “Io ho sedici anni. Vivo a Palmarola, periferia nord di Roma. A fine luglio non avevamo più da mangiare. I miei non reagiscono, non fanno nulla, ma io vado a ogni manifestazione, faccio parte di un collettivo autonomi. Sai com’è il mio futuro? Sarò precario e farò fatica a trovare lavoro. Ci dicono che non ci sono soldiperisalaripoidannomiliardi di euro alle banche che hanno la colpa della crisi?”.

Eccoli qua, tre di quei black bloc che hanno devastato Roma sabato scorso. Sono tre fanciulli imberbi che appartengono a famiglie della media borghesia romana. Indignados, violenti, questi tre minorenni? Stenti a crederlo. Eppure hanno una lucidità, una rabbia innocente e determinata che sconcerta. Gabriele prosegue il suo racconto. “Ci stavamo preparando da tempo. Avevamo fatto assemblee a Bergamo, a Milano, a Torino e da altre parti per preparare la guerriglia. Piccole rappresentanze di dieci persone da ogni città si riunivano, decidevano i piani e poi li comunicavano al resto di noi, a voce o attraverso internet. Quelli di Lecce e di Bari sono andati in Grecia, per farsi spiegare come agire, nella guerriglia. Io ero in Val di Susa, mi sono addestrato lì.”

JACOPO RACCONTA: “Alle sei, avevo già chiamato mia madre che mi diceva di andare via. Stavo raccogliendo qualcosa, non ricordo, mi sono visto venire addosso un blindato che m’ha preso in pieno. Ho fatto un volo di due metri e sono finito sul marciapiede. Ero ferito, con la gamba spezzata. Mi hanno soccorso otto neri incappucciati, mi hanno tolto la scarpa, caricato su un’ambulanza con altri quattro e portato all’ospedale. Uno aveva un sampietrino sulla testa, una ragazza s’era beccata una manganellata sulla faccia, anche se aveva le mani alzate. In ospedale il medico ha impedito ai carabinieri di schedarmi. E se il blindato mi ammazzava?”. “Ci poteva scappare il morto!,” urla Marco, il più bellicoso dei tre. “Come Carlo Giuliani. Io manco me lo ricordo. Avevo sei anni. L’hai vista la foto di quello che lancia l’estintore? Come a Genova, paro paro. Io quello lo conosco. È uno dei No Tav, un torinese. Ha fatto bene. Un corteo pacifico non serve a niente, se ti scontri con la polizia forse capiscono qual è il tuo disagio. Tutte le rivoluzioni sono violente. Il 15 ottobre è stata una svolta. Abbiamo messo i piedi in testa alla polizia. Succederà ancora”.

di Andrea Casadio, IFQ

2 commenti to “Parlano i black bloc: “I cortei pacifici non servono. Noi isolati? Cazzate””

  1. secondo me sta gente.. dovrebbe farsi qualche annetto di analisi da un bravo psicologo e cominciare a crescere con la testa invece di delirare ad ogni livello… guarda caso sono tutti o quasi dei ragazzetti di buona famiglia, che là fuori fanno i rivoluzionari e poi se ne tornano a casa a magnà tutta la pappa che gli piace con i soliti quattrini in tasca di mamma e papà.. ma imparassero a campare e andassero a lavorare per vivere come fanno il 90% dei loro coetanei come fanno i precari come me da sempre.. che imparino a vivere piuttosto e si rendano conto di che cazzo significa lavorare per mangiare e spesso non riuscire ad arrivare a mangiare e diventare dei cattivi pagatori, segnalati dalle banche e dalle aziende di forniture servizi – acqua, gas, luce, telefono, ecc.. – io da sti cagasotto rottinculo che non sanno un cazzo della vita e non c’hanno capito un cazzo e ci vengono a fare la morale, non accetto altri commenti e fate male a dargli spazio e spago a sti 4 stronzi di merda secca… concludo qui anche se la mai rabbia contro di loro è pari a quella che riservo per la classe politica specie degli ultimi anni.. potrei continuare all’infinito ma gli darei troppa importanza… piuttosto sbatteteli ar gabbio e fateli lavorare come capre, come tutti noi, per ripagare i danni che hanno fatto, almeno quelli materiali, perché quelli umani e morali, a noi gente eroica e comune, che siamo i veri autentici ed unici combattenti di questa rivoluzione, i segni e le ferite morali che ci hanno causato non ce le cancellerà mai nessuno.. schifosi bastardelli viziati e presuntuosi che altro non sono … imparate a campare e andate a lavorare per ripagare i danni che avete fatto, mistificatori del cazzo.. a chi le volete raccontare ancora le vostre minchiate… teppistelli di merda…

  2. X carla; io spero che tu sia una finta precaria, una che nella vita non ha mai fatto altro che godersela alle spalle degli altri e, giustamente, s’incazza se qualcuno ha intenzione di rovinare questo stato di cose. Lo spero per te perché, in tal caso, ti capisco. Sei un mio nemico, ma ti capisco e la penserei esattamente come te se fossi al tuo posto.
    Ma se sei davvero parte di quelli che subiscono quotidianamente la violenza dello stato e del capitale, se anche tu sei preda di questo sistema, allora io… io non trovo parole per qualificarti. E credimi ho la lingua lunga, sono in grado di lanciare insulti così pesanti da far rimanere di stucco chiunque. Con te non ci riesco, sei la rappresentante del peggio del peggio, dell’inimmaginabile, dell’innaturale, della madre che tradisce il proprio figlio per gli interessi di un manipolo di bastardi (nemmeno dei suoi!). Sei la degna rappresentante di quei genitori che vedono i propri figli negli scontri e li denunciano loro stessi. Sei lo schiavo sofferente che sta dalla parte del suo padrone ed è disposto a dargli in pasto anche i suoi compagni.
    Io vorrei scaricarti addosso tutta la merda che meriti, ma non riesco. Riuscirei anche a sparare in mezzo agli occhi al mio nemico così, a sangue freddo; morte sua, vita mia. Spietato no, risoluto si. Ma alla feccia come te… che fargli? L’inutile cervello e vita che ti è stata donata è già la tua condanna, non vale davvero la pena di fare altro. Finché ti limiterai a vomitare la merda sottoprodotta del tuo inutile mezzo cervello, fallo pure.

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