Askatasuna, dove San Giovanni sembra piazza Tahrir

È impossibile non notare quella parete rosso fuoco piantata sull’asse di Corso Regina Margherita, che un tempo guardava gasometri e ciminiere e oggi si affaccia su residenze universitarie già villaggi olimpici. Il centro sociale occupato Askatasuna è lì dal 1996 ed è certamente la più attiva delle realtà antagoniste torinesi. Dovunque c’è casino, dalla Valle di Susa a Roma passando per le onde studentesche, loro non mancano mai, non si nascondono e ne vanno abbastanza fieri.

QUARANTOTT’ORE dopo la “battaglia” di Piazza San Giovanni il portone di corso Regina – per essere un lunedì pomeriggio – è più movimentato del solito. Dentro si lavora per allestire il ring per celebrare i 10 anni della palestra popolare “Antifaboxe” (previsto un torneo “Antifa vs Resto d’Italia”), si mette a punto la sala media (Askatasuna partecipa attivamente alla “rete di controinformazione ” infoaut) e fuori si chiacchiera. Askatasuna, ancora una volta, è finita su tutti i giornali: “Siamo il centro del mondo? Non lo so – sorride un trentenne – la cosa non mi riguarda. Se la manifestazione del 15 ottobre è andata bene? Certo che è andata bene, siamo soddisfatti”. Inutile osservare che la violenza ha oscurato le ragioni di un movimento, la risposta (di tutti) è perentoria. “Intanto se ne parla, e se ne parlerà ancora per un bel po’”.    Askatasuna è un punto di aggregazione , un luogo dove si fa politica e anche attività di quartiere. I rapporti di vicinato con la gente di Vanchiglia sono tutt’altro che conflittuali, eppure la parola magica che illumina gli occhi prevalentemente giovani (ma non mancano tempie rade di capelli grigi) di chi si raccoglie intorno al palazzo rosso fuoco di corso Regina è “conflitto”.    Gianluca, 33 anni, redattore di infoaut , è una delle voci di Askatasuna. Bastano poche battute al tavolino di un bar per capire che a Roma, nel-l’ottica del “conflitto”, non poteva che andare così: “Siamo nel mezzo di una crisi irreversibile di sistema – racconta Gianluca – una crisi di civiltà, di un intero modello economico, politico e sociale che non sa più dare risposte, non lo diciamo solo noi. E soprattutto c’è un elemento nuovo, una frattura generazionale che per la prima volta da decenni esprime una critica consapevole a questo sistema. Il 15 ottobre era un punto di arrivo, ma ci siamo resi conto che in Italia il processo di avvicinamento si è svolto in maniera differente da realtà tipo Spagna, Grecia e Stati Uniti, con una logica di cartello simile a quella di Genova 2001, concentrata su un corteo con finalità (non per tutti, ma per molti sì) paraelettorali. Era un modello inadeguato, una sfilata colorata, con comizi finali in piazza che non avrebbero di certo parlato a tutti. Bisognava puntare ai palazzi del potere, invece, per paura di scontri, si è scelto di evitare”. E gli scontri ci sono puntualmente stati: “Quando la trasformazione sociale è in atto, succede esattamente questo. E in piazza San Giovanni c’erano migliaia di persone, in carne ed ossa, non alieni, come certe interviste inventate che compaiono su importanti quotidiani vogliono farci credere. Chi non era d’accordo se ne era già andato, chi è rimasto ha voluto lanciare un segnale politico”. Un segnale politico piuttosto contundente, per la verità… “Dare fuoco alle macchine – prosegue Gianluca – e spaccare una statua della madonna è roba da dementi, ma che vengano attaccate banche o sedi istituzionali non ci scandalizza”.    CHE LA VIA della guerriglia urbana non sia necessariamente la migliore per lanciare “segnali politici” è un discorso su cui Askatasuna è piuttosto impermeabile: “Basta pensare come sono stati cacciati i rais in Nordafrica”, ancora Gianluca. A replicare che l’Italia, con tutti i suoi limiti, non è esattamente l’Egitto di Mubarak o la Tunisia di Ben Alì, la risposta è abbastanza spiazzante: “Ma non siamo noi. Ogni giorno i giornali ci dicono che siamo in un regime, che Berlusconi è un dittatore e bisogna cacciarlo. Poi, una parte del mondo giovanile si ribella e ci stupiamo?”. Per un attimo sembra di parlare con un Gasparri qualunque. “Gasparri? (ride)… può darsi. Ma lui è un ruffiano. Io lo dico da un altro punto di vista”.

di Stefano Caselli, IFQ

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