Il Dinosauro da undici legislature

Uno dei Tre dell’Avemaria, imprescindibile traino del nuovo che avanza, è Beppe Pisanu, senatore del Pdl. Su di lui, oltreché su Scajola e Formigoni, si appuntano le speranze di molti che sognano il ribaltone. Speranze davvero ben riposte, come dimostra la biografia di questo giovine virgulto della Nuova Politica. Nato a Ittiri (Sassari) 74 anni fa, democristiano da quando aveva i pantaloni alla zuava, deputato da 11 legislature, cioè dal 1972, fu capo della segreteria di Zaccagnini (sinistra Dc) negli anni del compromesso storico col Pci; poi sottosegretario al Tesoro e alla Difesa nei governi Forlani, Fanfani, Spadolini, Goria e Craxi; nel ’94 vicecapogruppo vicario e dal ‘96 capogruppo di Forza Italia alla Camera; nel 2001 ministro della Verifica del Programma e poi dell’Interno nel governo Berlusconi-2 dopo le prime dimissioni di Scajola che aveva insultato Marco Biagi appena assassinato; dal 2008 presidente dell’Antimafia.

IL PRIMO SCANDALO che lo travolge risale addirittura al 1983, per i suoi rapporti col banchiere bancarottiere piduista Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, col gran maestro della massoneria Armando Corona e con altri due piduisti di sicuro avvenire: Silvio Berlusconi e Flavio Carboni. Tutto comincia nell’estate dell’80, quando B. e Carboni brigano per regalare a Porto Rotondo una bella colata di cemento (progetto “Olbia 2”). Carboni ospita Pisanu e B. sul suo yacht “Punto Rosso”. L’estate seguente Beppe fa un’altra conquista: veleggia sulla stessa barca di Carboni con Calvi, fresco di condanna per reati valutari e in libertà provvisoria. Memorabile la testimonianza di Pisanu davanti al pm milanese Pierluigi Dell’Osso, che indaga sul crac Ambrosiano, nel 1982, mentre Carboni è in carcere a Lugano perché coinvolto nelle indagini sulla fuga e la morte di Calvi. Carboni, spiega Pisanu, era “un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi alla ispirazione cattolica”. Insomma, il pio terzetto non discuteva d’affari, ma di teologia e mariologia. “Carboni – prosegue Pisanu, riuscendo a restare serio – mi disse che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale5 in Sardegna, talché lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete televisiva sarda “Videolina” (fondata da Nicky Grauso, ndr)”. Non solo: “Il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato ‘Olbia 2’. Fin dall’inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna”. Il pio sodalizio Carboni-Pisanu si estende poi miracolosamente all’affaire Ambrosiano. Pisanu, sottosegretario al Tesoro, scortato dall’amico Flavio, incontra Calvi per ben quattro volte. E subito dopo, l’8 giugno ’82, risponde alla Camera alle allarmate interrogazioni delle opposizioni sul colossale buco dell’Ambrosiano, aggravato dai debiti miliardari del Banco Andino. Niente paura – rassicura Pisanu – è tutto sotto controllo: “Le indagini esperite all’estero sull’Ambrosiano non hanno dato alcun esito”. La sera dopo, 9 giugno, Pisanu è di nuovo a cena con Carboni: pare che il tema della serata sia la nomina del nuovo Procuratore generale di Milano di un giudice “amico”, Consoli, presente al convivio. L’indomani, 10 giugno, Calvi fugge dall’Italia, per finire come sappiamo. Nove giorni dopo il governo dichiara insolvente l’Ambrosiano, mettendo sul lastrico migliaia di risparmiatori. Pochi mesi dopo sia l’Ambrosiano sia l’Andino fanno bancarotta. Racconterà Angelo Rizzoli alla Commissione d’inchiesta sulla P2: “A proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell’on. Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni”. Accusa mai dimostrata, anche se il portaborse di Calvi, Emilio Pellicani, dirà all’Espresso che Calvi aveva stanziato – per “comprare” il proprio salvataggio – 100 miliardi, dei quali “poche decine di milioni” sarebbero finiti anche nelle tasche di Pisanu, “tramite Carboni”. E aggiunge che Pisanu si interessò attivamente del progetto di cessione del Corriere della Sera da parte di Calvi, tentando di pilotare l’operazione “in favore dell’on. Piccoli”. Pisanu smentisce e querela Pellicani. Ma intanto si dimette dal governo “per consentire il chiarimento della mia posizione senza condizionamenti legati all’incarico ricoperto”. Ascoltato più volte volta dalla commissione Anselmi, ammetterà di avere un po’ “sottovalutato” la delicatezza di certe frequentazioni.    La quarantena dura qualche anno, poi la resurrezione grazie al vecchio amico Silvio. Nel 2004 Pisanu viene interrogato come testimone dalla Procura di Palermo a proposito di una telefonata intercettata il 10 gennaio di quell’anno fra Cuffaro e B, che avvertiva il governatore di Sicilia, indagato per favoreggiamento alla mafia, che a proposito delle indagini sul suo conto “io ho saputo qui… la ragione perché ti telefono… il ministro dell’Interno … mi ha parlato e mi ha detto che tutta la… è tutto sotto controllo”.

LA SERA delle elezioni del 2006, anziché presidiare il Viminale dove affluiscono i risultati dai vari seggi che ondeggiano tra una lieve maggioranza al centrodestra e un leggero vantaggio del centrosinistra, Pisanu si reca più volte a Palazzo Grazioli a colloquio con B. E nei giorni seguenti, mentre il Cavaliere rimane asserragliato a Palazzo Chigi per un mese intero, sparando cifre all’impazzata su fantomatici “brogli” dell’Unione, il ministero di Pisanu contribuisce al caos berlusconiano annunciando l’esistenza di ben 43.028 schede contestate per la Camera e 39.822 per il Senato. Totale: 82mila, in grado di rovesciare la nuova maggioranza di Prodi nei due rami del Parlamento. Poi il ministro, dopo qualche giorno, ammette candidamente che c’è stato un piccolo “errore materiale”. I cervelloni del Viminale hanno distrattamente “sommato le schede contestate alle nulle e alle bianche”: le contestate alla Camera non erano 43mila, ma 2131; e al Senato non erano 39mila, ma 3135.    Da quel momento, Pisanu entra di diritto nella lista degli “inaffidabili”. Pochi mesi dopo il suo nome compare nelle indagini su Calciopoli, per alcune telefonate (senza rilevanza penale) fatte nel 2005, da ministro dell’Interno, a Luciano Moggi, per chiedere dall’onnipotente boss pallonaro il salvataggio della Torres Sassari in serie C1. Missione compiuta, anche quella.

di Marco Travaglio, IFQ

Beppe Pisanu (FOTO LAPRESSE)

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