Silvio Pellico, in arte Papa

Premessa d’obbligo: chi è detenuto, specie in custodia cautelare prima del processo, merita il massimo rispetto, qualunque accusa gli venga mossa. Anche se ha la faccia e il pedigree di Alfonso Papa, accusato dai pm e dal gip che l’han fatto arrestare di rivelazione e utilizzo di segreti, concussione, favoreggiamento e – dal Riesame che gli ha negato la scarcerazione – addirittura di associazione per delinquere (la famosa P4). Accuse ritenute fondate financo dalla Camera, che da trent’anni non autorizzava l’arresto di un suo membro. Ma non è della persona di Papa che qui vogliamo occuparci, bensì dell’incessante processione di parlamentari che fanno la spola fra le aule di Camera e Senato e la sua cella al Poggioreale. L’altroieri, al termine dell’ultimo pellegrinaggio, i cosiddetti onorevoli Moffa, Iannaccone, D’Anna e Lehner hanno descritto l’illustre detenuto come un “prigioniero politico”. Una via di mezzo fra Silvio Pellico e Antonio Gramsci. Moffa sostiene di aver incontrato “il fantasma di Papa”, che andrebbe immantinente scarcerato perché sarebbe “dimagrito”, “prostrato”, con “barba lunga” (inconveniente facilmente ovviabile con un rasoio) e quel che è peggio “in una cella con altri quattro detenuti” (le singole sono purtroppo esaurite da un pezzo). Tutte caratteristiche che, se gli onorevoli pellegrini si fossero guardati intorno, avrebbero riscontrato in circa 70 mila detenuti, praticamente tutti. Compresi quelli sbattuti a suo tempo in galera dallo stesso Papa quando faceva il magistrato a Napoli. In più – denuncia il Giornale – i giudici aguzzini gli impediscono addirittura “di ricevere il bollettino delle riunioni parlamentari e le convocazioni dell’assemblea”, affinché possa sintonizzarvisi telepaticamente. Ai pellegrini dell’altroieri Papa ha consegnato una lettera, simile a quella già inviata a un altro suo fan, Renato Farina in arte Betulla, in cui ribadisce ciò che ha segnalato alla Procura di Roma denunciando i pm per estorsione. Nelle missive il Papa sostiene – come tutti i giornali e i tg ripetono senza la minima verifica – che “il pm Woodcock mi ha fatto sapere che sarebbe disponibile a farmi scarcerare, a patto che renda dichiarazioni su Berlusconi e Lavitola, o almeno su Finmeccanica”. Ora, basta un minimo controllo, accessibile a tutti, per verificare che: 1) Papa non è accusato di reati in concorso col premier (neppure indagato nell’inchiesta P4), ma di fughe di notizie su indagini riservate in cambio di soldi, auto di lusso e altri vantaggi; 2) Woodcock ha incontrato Papa detenuto una sola volta, interrogandolo con altri colleghi alla presenza del gip e del suo difensore, e l’interrogatorio fu videoregistrato, dunque se se quella proposta indecente gli fosse stata formulata in quella sede il suo avvocato potrebbe diffondere il video e dimostrarla in quattro e quattr’otto; 3) gli unici soggetti che in questi 80 giorni di detenzione hanno visitato Papa sono, oltre al suo legale e ai parlamentari amici, i suoi parenti, ai quali è difficile immaginare che il pm abbia dato incarico di avvertirlo di calunniare B. per uscire; ma, se così fosse, perché nessuno ha detto niente? A quanto ci risulta, poi, la Procura di Napoli non è al corrente di cose che Papa potrebbe sapere su B. Dunque manca proprio l’interesse degli inquirenti a domandargliele, o meglio mancava: ora che lui ne parla così insistentemente, può sorgere il dubbio che Papa sappia cose di B. che i pm nemmeno immaginano. Il sospetto, insomma, è che le sue lettere dal carcere, più che ai magistrati e agli onorevoli in processione, siano un messaggio indirizzato al premier. Lo stesso avvertimento che, negli anni, è risuonato in varie forme nelle esternazioni dei vari Previti, Dell’Utri, Metta, giù giù fino a Ruby, Olgettine varie, Lavitola e Tarantini: “Silvio, è te che vogliono, non me. Salvami, se no canto”. Insomma, che Papa parli alla nuora perché Papi intenda.

di Marco Travaglio, IFQ

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