Afghanistan, 10 anni dopo

Amnesty International ha dichiarato oggi che, 10 anni dopo l’invasione dell’Afghanistan promossa dagli Usa e che cacciò i talebani dal paese, il governo di Kabul e i suoi alleati internazionali non hanno mantenuto molte delle promesse fatte alla popolazione afgana.

“Nel 2001, dopo l’intervento internazionale, le aspettative erano elevate, ma da allora i passi avanti verso il rispetto dei diritti umani sono stati pregiudicati dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dagli attacchi degli insorti, i quali mostrano un disprezzo sistematico per i diritti umani e le leggi di guerra” – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore di Amnesty International per l’Asia e il Pacifico. “Oggi, molti afgani sperano ancora che la situazione dei diritti umani nel paese migliori. Il governo e i suoi alleati internazionali devono dare seguito a queste speranze e difenderle con azioni concrete”.

L’analisi di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan ha riscontrato alcuni progressi nel campo dell’adozione di leggi sui diritti umani, della riduzione della discriminazione nei confronti delle donne e dell’accesso all’istruzione e alle cure mediche.

Al contrario, nei settori della giustizia, delle operazioni di polizia, della sicurezza e sulla questione degli sfollati non si sono registrati passi avanti o la situazione si è persino deteriorata. Le condizioni di vita della popolazione che vive nelle zone maggiormente colpite dalle azioni degli insorti sono peggiorate.

Lo sviluppo di una piccola ma vivace comunità di giornalisti e il modesto ritorno della presenza femminile nelle scuole, nell’impiego e nel governo sono segnali dei progressi fatti negli ultimi 10 anni, così come l’introduzione di leggi destinate a rafforzare i diritti delle donne. La nuova Costituzione prevede l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne e stabilisce che un quarto dei seggi parlamentari sia riservato alle donne. Nelle due elezioni parlamentari del 2005 e 2010, le donne hanno conquistato alcuni seggi in più rispetto a quelli previsti dalla loro quota.

Tuttavia, la violenza contro i giornalisti e gli operatori dell’informazione è aumentata. Nelle aree sottoposte a pesanti attacchi dei talebani e di altri gruppi di insorti, le libertà di parola e di opinione sono fortemente limitate.

Con la fine delle restrizioni imposte dai talebani, l’accesso all’istruzione è notevolmente migliorato: le scuole sono ora frequentate da sette milioni di alunni, il 37 per cento dei quali è costituito da bambine. All’epoca dei talebani, i bambini che andavano a scuola erano meno di un milione, con una frequenza femminile quasi pari a zero.

Purtroppo, nei nove mesi che hanno preceduto il dicembre 2010, almeno 74 scuole (26 femminili, 13 maschili e 35 miste) sono state distrutte o chiuse a causa degli attacchi coi razzi, degli attentati, degli incendi e delle minacce degli insorti.

“Il governo afgano e i suoi partner non possono continuare a giustificare i loro scarsi risultati affermando che le cose vanno meglio rispetto agli anni Novanta” – ha commentato Zarifi.

Gli iniziali passi avanti registrati dopo il 2001 sono stati fortemente penalizzati dal conflitto. L’insicurezza minaccia il funzionamento delle scuole e degli ospedali nelle zone segnate dalla violenza e nelle aree rurali. I tassi di mortalità materna, sebbene migliorati, restano tra i più elevati del pianeta.

All’inizio del 2010 il governo afgano ha avviato un processo di riconciliazione coi talebani e con altri gruppi di insorti. Tuttavia, dei 70 componenti dell’Alto consiglio per la pace, l’organismo istituito per i negoziati, solo nove sono donne. I gruppi femminili temono che i modesti risultati sin qui ottenuti possano essere barattati in cambio di un cessate il fuoco.

“È fondamentale che i diritti delle donne non siano messi in vendita negli accordi di pace. I diritti delle donne non sono negoziabili. I talebani hanno commesso violazioni dei diritti umani agghiaccianti. Ogni negoziato sulla riconciliazione deve prevedere un’adeguata rappresentanza delle donne afgane” – ha precisato Zarifi.

Nell’ultimo decennio un crescente numero di civili afgani ha fatto le spese del conflitto armato. Negli ultimi tre anni, circa tre quarti delle vittime sono stati causati dagli attacchi dei gruppi di insorti, il resto dalle forze internazionali e afgane.

Nei primi sei mesi del 2011 le Nazioni Unite hanno registrato 1462 vittime civili, un altro drammatico record. L’80 per cento delle perdite è stata attribuita a “elementi antigovernativi” e almeno la metà dei morti e dei feriti è stata causata da attacchi suicidi e ordigni esplosivi.

Il conflitto ha prodotto quasi 450.000 profughi interni. La maggior parte di essi si trova nelle province di Kabul e Balkh, spesso in condizioni di povertà estrema, con limitato accesso a cibo, servizi igienici adeguati e acqua potabile.

“Gli alleati internazionali dell’Afghanistan, compresi gli Usa, hanno detto più volte che non abbandoneranno il popolo afgano. Devono rispettare questo impegno, per assicurare che la comunità internazionale, nel cercare una via d’uscita dal paese, non metta da parte i diritti umani”  – ha concluso Zarifi.

 Comunicato di Amnesty International

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