“Siamo ai saldi di fine regime”

Il bavaglio è tornato, proprio in coincidenza con gli affari giudiziari del premier. Guarda un po’. Giulio Anselmi – presidente dell’Ansa, già direttore della Stampa e dell’Espresso – spiega così il suo disagio di giornalista: “È il momento di dare segnali forti. Noi che facciamo informazione non possiamo che essere ostili a un bavaglio. Perché il nostro mestiere è l’approssimazione massima a ciò che davvero è avvenuto. Tutto ciò che ostacola un onesto racconto della cronaca non può essere accettato”.    La novità di oggi è l’udienza filtro, prima della quale non si possono pubblicare le intercettazioni.    C’è un aspetto molto negativo: aspettare fino all’udienza filtro è un bavaglio a tempo . Un tipo di mediazione di cui non mi sfuggono le ragioni politiche. E questo non va per niente bene. Ma l’udienza in sé, che definisce la rilevanza delle intercettazioni con l’intervento dei magistrati e delle parti, non è negativa. Abbiamo detto spesso che molte intercettazioni pubblicate sono state una carognata voyeuristica. Michele Vietti, vicepresidente del Csm, ha detto – a ragione – che chi non c’entra ha diritto alla tutela della propria reputazione.    Cosa pensa dell’idea di pubblicare solo le intercettazioni che hanno rilievo penale?    Non è sensato. Una notizia può essere rilevante anche da un punto di vista sociale o politico non solo del diritto penale. Soprattutto per il caso di protagonisti pubblici. Quando si enfatizza la riservatezza dei cittadini, non bisogna dimenticare che per i politici vale molto meno. Hanno privacy molto più ristrette. Voglio dire: io ho diritto a che le notizie sulla mia salute siano riservate. Ma uno che si candida a fare il premier no: perché è d’interesse pubblico sapere se è gravemente malato o se matto.    C’è una questione d’opportunità: la legge sulle intercettazioni viene riproposta quando c’è un’emergenza personale del premier.    È un blitz dettato dalla paura.    Di cosa?    Di finire in carcere o di trovarsi una condanna che impedisca – penso alla prescrizione breve – la prosecuzione della carriera politica. Sono i saldi di fine regime: viviamo in una stagione in cui stanno capitando grandi cose che nei fatti mutano il nostro profilo costituzionale.    A cosa si riferisce?    Per esempio a un presidente della Repubblica costretto, ob torto collo, a funzioni di supplenza, da Repubblica presidenziale. Poi penso agli indignados, nelle loro molteplici manifestazioni, sempre più numerosi. Penso a quanti hanno firmato, in pochissimo tempo, per il referendum anti-Porcellum. E poi c’è la crisi economica: basta un mezzo punto di rialzo dei mercati o un piccolo segno positivo da parte dell’Europa e già la si dimentica.    Ai cittadini che devono fronteggiare difficoltà finanziarie importa qualcosa del processo lungo o delle intercettazioni?    Evidentemente no: la gente deve fare i conti con i soldi che mancano e con gli umori di una situazione generale di disfacimento.    È la metafora di un Paese bloccato?    Che siamo in un momento di stasi non c’è dubbio: non si riesce nemmeno a nominare il governatore di Bankitalia, malgrado il fatto che siamo sostanzialmente sotto tutela del resto dell’Europa. Un altro sintomo sono questi ultimi tentativi di difesa estrema della classe politica. Chi è ancora al potere è abbarbicato alla propria poltrona, incurante di un rumore di fondo che dovrebbe essere ascoltato.    Cos’è cambiato da quando Berlusconi – parlando di lei e di Mieli, allora direttore del Corriere – nel    2008 disse: “Certi direttori dovrebbero cambiare mestiere”?    In quel momento Berlusconi aveva appena vinto le elezioni e nel mondo dell’informazione un sacco di gente stava aspettando solo un ordine del Cavaliere a cui obbedire. E nell’establishment, non solo politico, erano in tanti quelli che avrebbero fatto qualunque cosa lui avesse fatto anche solo capire di volere. Checché ne dicano ora gli imprenditori. Adesso il clima è diverso e gli industriali sono prontissimi a mollare il cavallo azzoppato.    Il bavaglio fa comodo anche al centrosinistra? Ora il Pd deve affrontare lo    scandalo Penati.    Ma è chiaro: non dimentichiamo che il ddl Mastella, musa degli attuali provvedimenti, fu approvato da una larga maggioranza in pieno governo Prodi. E se ci ritroviamo questa legge elettorale dobbiamo ringraziare tutti i partiti. Anche avere giornali che non mordono piace tantissimo alla classe politica. Tutta.    Ci sarà un sussulto d’orgoglio da parte del mondo dell’informazione come un anno fa?    Il mondo dell’informazione ha un apparato digerente capace di far passare anche le pietre. Per alcuni, pochi, che intervengono ce ne sono altri molto disposti al silenzio. Eppure la legge bavaglio mette in discussione la stessa ragion d’essere del nostro lavoro.    Siamo una democrazia in sedicesimi?    Siamo una democrazia sotto tiro e un Paese dove c’è un forte ottundimento morale. Ma non ancora una democrazia diminuita.    Lei gira molto e incontra colleghi e diplomatici stranieri. Si vergogna un po’ di essere italiano in questo momento?    No, non mi vergogno: molti interlocutori di altri Paesi hanno le loro ragioni di autoanalisi. Ma sono molto infastidito, soprattutto per il contesto farsesco, un’atmosfera di mediocre corruzione da basso impero. Ormai dappertutto anche i taxisti ti fanno domande.    E cosa le chiedono?    Perché accettiamo di vivere in un Paese come questo. E poi l’eterno interrogativo su Berlusconi: perché gli italiani lo accettano.    Lei cosa risponde?    Faccio lunghi discorsi. Ma ricordo sempre che Berlusconi è stato eletto e che molti italiani, fino a pochi mesi fa, si riconoscevano in lui.    Non è più così?    Questo è un Paese che non ama quelli che non hanno i piedi fermi. Non ho un termometro. Ma non c’è dubbio che il favore per lui non è quello di un anno fa.

di Silvia Truzzi, IFQ

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