La dolcevitola

Gli pareva strano di non essere indagato. Ma come: lui, il massimo collezionista di reati della storia moderna e anche antica, scaduto a “parte offesa”? Dopo una vita passata a guadagnarsi accuse di strage, mafia, riciclaggio, corruzione giudiziaria e non, finanziamento illecito ai partiti, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, abuso d’ufficio, estorsione, prostituzione minorile, minaccia a corpo dello Stato, aggiotaggio, falsa testimonianza, calunnia e diffamazione, quando ormai per completare l’album gli mancavano solo il taccheggio al supermercato, l’immigrazione clandestina e l’abigeato, arriva dalle toghe rosse l’estremo oltraggio: un’indagine che, anziché accusarlo di aver commesso un reato, ipotizza che l’abbia subìto. Per molto meno, negli ambienti della mala, rischi di passare per frocio. Non sia mai. E così, appena ha saputo in anteprima dell’inchiesta di Napoli – la prima della storia in cui non figura come protagonista, ma come comparsa, per giunta vittima di un Gianpi e un Lavitola – ecco il colpo di reni per tornare l’imputato di un tempo: l’editto bulgaro telefonico a Lavitola, riparato a Sofia, per raccomandargli di restarsene all’estero. Consiglio che di lì a poco si rivelerà prezioso: Valterino scamperà al prevedibile mandato di cattura piovutogli sul capino nel giro di qualche giorno. Ma, sventuratamente, l’abile mossa ha fatto cilecca: come spiega Tinti qui a fianco, incitare alla latitanza non è reato (non lo è nemmeno la latitanza, che anzi è un diritto). Intendiamoci: B. non l’ha fatto apposta: era in assoluta buona fede, sinceramente convinto di delinquere un’altra volta, come ai bei tempi. Solo che non ce la fa più. Sarà l’età, o la mancanza di allenamento, o la lontananza dai vecchi complici Previti e Dell’Utri, o l’ansia da imputazione: ma non è più lui. Fino a pochi mesi fa commettere un reato gli riusciva facilissimo, naturale, come bere o respirare: ora invece, per quanti sforzi faccia, colleziona più fiaschi di una cantina sociale. Ma chi, come noi e le Olgettine, lo vorrebbe sempre in splendida forma, non deve disperare. L’ultima grande occasione si presenterà martedì, quando comparirà dinanzi ai pm di Napoli come testimone. Certo, “testimone” non è una bella cosa. Anche perché, in quella veste disonorevole, B. sarà interrogato senza avvocati, nudo come mamma Rosa l’ha fatto. E, senza Ghedini che gli dà i calcetti sotto il tavolo e alla mala parata lo porta via di forza, è capace di tutto: anche di confessare l’affondamento del Titanic e l’abbattimento delle Due Torri. L’ultima volta che gli capitò, nel ‘96, chiamato dagli avvocati di Dell’Utri a testimoniare nel processo di Torino per le false fatture di Publitalia, cercò di convincere i giudici che un po’ di evasione fiscale non ha mai fatto male a nessuno, anzi: quando ci vuole ci vuole. Risultato: Dell’Utri si beccò 3 anni di galera e, prudenzialmente, non lo chiamò più a testimoniare a suo favore, sennò gli davano l’ergastolo. Ora lo chiamano i pm di Napoli: vogliono sapere tutto sugli 800 mila euro passati a Tarantini (più affitto e stipendio mensile di 20 mila euro, tutto rigorosamente in nero, nell’ambito della rinata lotta all’evasione) e in parte trattenuti da Lavitola. I casi sono due: o il teste B. mentirà anche a verbale, perseverando nella barzelletta dell’elemosina “a una famiglia bisognosa”. Oppure – Dio non voglia – dirà la verità sulle orde di sanguisughe che lo stanno spolpando vivo a suon di ricatti e sui fondi riservati da cui attinge tutto quel contante per tacitare questo e quella. Nel primo caso, scatterebbe l’incriminazione per falsa testimonianza e ritroveremmo il formidabile imputato colpevole degli anni verdi (la prima imputazione fu proprio di falsa testimonianza sulla P2, a Venezia, nel 1989, e il primo processo non si scorda mai). Nel secondo, non lo riconosceremmo più e dovremmo rassegnarci alla sua ineluttabile fine. Forza Cavaliere, non ci deluda.

di Marco Travaglio, IFQ

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