Il popolo che processa i suoi governanti e torna a crescere

Quanto sarebbe bello se la lingua italiana trasformasse il pronome “noi” in un nome proprio. Come in islandese. Forse si riuscirebbe a far capire alle istituzioni l’ovvia equazione, che “noi” è uguale a tutti e, contemporaneamente, a ognuno. Che gli interessi dello Stato corrispondono alla collettività e a ciascun cittadino, non solo alle caste. Quelle più in alto nella scala gerarchica. E chi tradisce questo senso dello Stato viene perseguito: banchiere o politico che sia. Accade in Islanda, dove il Parlamento ha deciso di far perseguire dalla magistratura l’ex premier Geir Haarde – leader del Partito conservatore – per accertare le sue responsabilità nella bancarotta dello Stato di 3 anni fa.

FOSS’ANCHE “per non aver saputo comprenderla o impedirla” (i reati che potrebbero essergli imputati). Dopo aver giudicato e spedito in galera alcuni banchieri, l’Islanda vuole ora capire quanto i suoi politici siano stati negligenti o noncuranti.Seibanchierisonostati i responsabili dell’acquisto di titoli tossici, il capo del governo ha fatto il suo dovere? O, piuttosto, ha fatto finta di nulla, pur sapendo dell’attività spregiudicata degli istitutibancari?O,ugualmentecolpevole, è stato superficiale e noncurante? Haarde, premier dal 2006 al 2009, rischia 2 anni di carcere. Prima del tracollo finanziario del 2008, la “baia di vapore”, Rejkiavik, era da anni al primo posto nella lista delle città con la migliore qualità di vita. Un primato che non significava felicità, ma aiutava a raggiungerla. Tutta l’Islanda, non solo la capitale, fino ad allora , era considerata dai soloni dell’economia un Paese affidabile, in forte crescita, nonché un limpido paradiso finanziario – non come le Cayman o Santa Lucia. La politica economica dell’allora governo liberista di destra, era impegnata da tempo nell’ attrarre il più possibile i capitali stranieri. Proponendo agevolazioni fiscali per gli investimenti in tecnologie e nuove energie grazie anche alla sponda delle banche che erogavano generosi prestiti.

LA MESSE di capitali stranieri veniva poi investita secondo le, ormai ben note, regole della finanza creativa. Con le banche inglesi – una per tutte la Lehman – crollò anche l’impalcatura finanziaria dell’Islanda e la sua caduta generò il crollo di altre economie. Si innescò così il primo grande effetto domino. Il default dello Stato islandese ha dimostrato alla comunità internazionale che le conseguenze possono essere disastrose, per tutti.    La più grande isola europea dove abitano solo 300mila persone, è tuttora, uno dei Paesi con il reddito pro capite più alto – circa 39 mila euro all’anno – ma non è più considerata dagli economisti la terra della vita facile. I loro parametri però sono diversi da quelli dei comuni mortali.    Se la gente non è contenta, non è a causa della flessione della macroeconomia. Il malcontento è dovuto alla perdita del lavoro, che in questa isola ghiacciata e isolata, è una fonte di denaro ma soprattutto è un’opportunità. Per vivere con dignità e stabilire relazioni sociali. La cupezza attuale della quotidianità islandese è aumentata dalla perdita di fiducia nelle istituzioni. Ma per fortuna non c’è stata fuga nel qualunquismo. E, nelle prime elezioni dopo la bancarotta, tutti sono andati a votare. Per il partito socialdemocratico, allora all’opposizione.    Così, dal 2009, li governa Johanna Sigurdardottir, donna e lesbica. Da sempre impegnata per i diritti delle minoranze, era già stata ministro degli affari sociali. Ecco, quando si dice, trasformare una crisi in una opportunità. La ripresa dell’Islanda è ricominciata lentamente. Talvolta si inabissa ancora nelle acque gelate che la circondano, talvolta erutta dalla bocca del vulcano (con il fumo che scorso anno ha impedito all’Europa di volare per diversi giorni). Per poi essere risucchiata dai geyser. Certo è che la premier Sigurdardottir, che da ragazza faceva la hostess, ora ha 66 anni, ha ridato portanza alla sua comunità.    Che è tornata a frequentare le piscine geotermali, il passatempo preferito degli islandesi. Grazie all’acqua in perenne ebollizione nel sottosuolo e ai geyser, gli islandesi hanno sempre il riscaldamento gratis. Anche in questo caso, gli islandesi sono riusciti a fare di un problema, un vantaggio. La natura matrigna è diventata madre: il bradisismo, le strade che si rompono improvvisamente e impediscono la viabilità, i pericolosi geyser, sono stati trasformati in occasioni di lavoro, di divertimento, di benessere. La sessualità in confronto e accoglienza del diverso. La politica corrotta in riflessione sull’etica. In riscatto. In esempio. Dopo il buio, il sole a mezzanotte. E noi?

di Roberta Zunini, IFQ

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