Chi ha sparato a Mauro Rostagno? Era mio padre

A casa di Maddalena Rostagno ci sono due scatole. Una è arancione. È quella dei ricordi di bambina, di un’adolescente che a 15 anni, quando le ammazzano il padre, ha già vissuto a Milano, in India, a Trapani. Poi c’è la scatola nera. Dentro ci sono “pezzi di giornale, indagini, rassegne stampa”. Ventitre anni dopo l’omicidio di suo padre, Mauro Rostagno, Maddalena ha deciso di riaprirla. Il suono di una sola mano – che ha scritto insieme ad Andrea Gentile – è in libreria da ieri. Comincia da quel giorno, quel 26 settembre 1988, un lunedì, in cui lei non ha voglia di andare a scuola e preferisce rimanere tra gli ulivi di Saman, la comune che Rostagno ha fondato all’inizio degli anni Ottanta e che è diventata un centro di recupero per tossicodipendenti. Suo padre è appena salito sulla sua Duna bianca per andare a Radio Tele Cine, il posto da cui ogni sera racconta Trapani, la Sicilia, l’Italia che non va. Quella sera Mauro Rostagno a casa non tornerà, fermato da tre colpi di fucile e poi finito da una calibro 38. E adesso Maddalena ha deciso di rimettere in fila i giorni arancioni e di tornare a fare domande su quelli neri.

SUGLI SCHERMI di Radio Tele Cine, vestito di bianco, Mauro Rostagno arriva nel 1986. Ha portato con sé alcuni ragazzi di Saman, per un programma di reinserimento, ma ben presto smette di parlare solo di droga. Vuole occuparsi di Casa Nostra, di Trapani, “dell’intrico che c’è tra mafia, massoneria e politica”. Ogni mattina prende la telecamera e va alla “Chiazza”, il mercato del pesce, poi fa il “munnizza car trekking”, poi parla con le vecchiette, poi intervista Leonardo Sciascia, Paolo Borsellino. Adesso legge “furiosamente libri tutti diversi da prima”, legge le carte. E “decide che il pubblico di Rtc deve sapere”. Mariano Agate, luogotenente della mafia trapanese degli anni Ottanta “non gradisce”: “Diteci a chiddu ca varva e vistutu di bianco ca finissi di riri minchiati. Dite a quello con la barba e vestito di bianco che la finisca di dire minchiate”. Lui continua a parlare: degli incontri tra “Licio Gelli, Agate e i fratelli massoni”, della famiglia Manuguerra, dell’ufficio “parallelo e occulto” che gestirebbe il bilancio del comune di Trapani. Gli dicono che “deve andare a zappare”. Lui si presenta in video: “parla, e nel frattempo zappa”.

COME LA TERRA che si rivolta, anche il passato torna a bussargli alla porta. Gli anni di Lotta Continua, quelli che aveva lasciato per studiare meditazione, per vestirsi di arancione, per partire per l’India: a luglio del 1988 Leonardo Marino ha tirato in ballo il suo nome per il delitto del commissario Calabresi. Lui chiede di essere sentito dalla procura, ma a settembre del 1988 nessuno lo ha ancora convocato. Rostagno continua a lavorare: a Rtc parla del delitto del magistrato Alberto Giacomelli del giorno 14, del giudice Antonino Saetta morto ammazzato il 25. Il giorno dopo a casa non torna, resta nella sua Duna bianca. Ad ogni anniversario a Maddalena e a sua madre, Chicca Roveri, dicono che “c’è una svolta nelle indagini”. Nel 1996 la “svolta” è arrivata dentro casa sua: Chicca portata a San Vittore perché Rostagno lo hanno ucciso i suoi amici tossici della comunità di recupero Sa-man e lei li ha “favoriti”: “Ma quale mafia, ah ah ah”. Maddalena l’hanno chiamata Fil di ferro “perché quando mi hanno intervistato non ho pianto”. Chicca uscirà di prigione undici giorni dopo. Cinque anni più tardi la “svolta” è l’arresto del boss trapanese Vincenzo Virga. Alcuni pentiti lo accusano, tra l’altro, di essere il mandante dell’omicidio Rostagno. Ma nel 2003 arriva l’archiviazione. E poi ci sono le “svolte” rimaste solo su un pezzo di carta: una sta nelle parole di Sergio Di Cori, depositate alla questura di Trapani: “Il Rostagno – ricostruiva il procuratore Garofalo – sarebbe stato ucciso perché avrebbe scoperto, filmandone anche una parte, un traffico internazionale di armi e droga, finanziato da elementi della massoneria coperta trapanese e cogestito da Cosa Nostra e da settori deviati dei servizi segreti” il cui ricavato sarebbe stato riciclato da Francesco Cardella, socio di Rostagno a Saman. E ancora tante altre dichiarazioni di collaboratori di giustizia, Giovanni Brusca compreso: “Siamo stati noi di Cosa Nostra” disse al pm Antonio Ingroia.

ALL’ENNESIMA richiesta di archiviazione, a giugno del 2006, il gip di Palermo Maria Pino dice no. E nel maggio di due anni dopo, grazie a una nuova perizia balistica, la Procura antimafia di Palermo si dice “certa” della responsabilità di Cosa Nostra nell’omicidio: il mandante, dicono, è Vincenzo Virga, l’esecutore Vito Mazzara. Vengono rinviati a giudizio il 23 maggio del 2009. “Dopo più di vent’anni. Non ci speravamo più”.

Il processo è ricominciato. Maddalena confessa di aver paura, di non sapere da dove cominciare. Un amico le ha detto: “È facile. Inizia con: ‘Avevo quindici anni’”.

di Paola Zanca, IFQ

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