Il problema degli stupidi

Dieci anni dopo il titolo del testo che il pastore protestante Doetrich Bonhoeffer scrisse nella prigione dove era rinchiuso in attesa d’essere impiccato per la sua partecipazione all’attentato a Hitler. Lo ebbero fortunatamente i suoi famigliari ed è compreso in un libro che è un classico, Resistenza e resa, che documenta  la traversata degli  anni bui di una grande anima, dalla nonviolenza alla sofferta decisione di intervenire. Un decennio dopo la vittoria  elettorale del nazismo, il testo di Bonhoeffer è una riflessione che ha, perfino più che in passato, molto da insegnarci: Il punto centrale è la riflessione sulla “stupidità”. “Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza […] ma contro la stupidità non abbiamo difese”. Lo stupido è soddisfatto di sé e “non ascolta argomentazioni”, ma parlandogli “ ci si accorge che non si ha a che fare direttamente con lui personalmente, ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato”. Lo stupido è “ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito, […] è uno strumento senza volontà” che proprio per questo può essere “capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale”. Una sua “liberazione interiore è possibile, nella maggioranza dei casi – dice Bohoeffer – solo dopo esser stata proceduta dalla liberazione interiore; fino a quel momento dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido”.

Inutile, da parte di chi “pensa di aire in modo responsabile”, cercare di capire cosa pensi il “popolo”. Utile è cercare di fare quanto è possibile perché reimpari a pensare, ma a partire da cosa, se non dall’esempio di pochi, dall’attenzione che i non-stupidi potranno avere per loro, purché, aggiungo, siano davvero non –stupidi? Trent’anni dopo la vittoria definitiva del capitalismo potrebbe essere il titolo di un saggio sul “problema degli stupidi” nell’Italia contemporanea, su una popolazione che è convinta di ragionare (“io penso che”, esordiamo tutti) e ragiona invece con la testa del potere e del mercato, “degli slogan, motti ecc.” che il potere ha pervicacemente instillato nella sua mente, sul modello nato sotto le dittature e tra Wall Street e Hollywood.

L’Italia è un paese di stupidi, di un’immensa maggioranza di stupidi di cui facciamo in qualche modo parte tutti, catturati dal binomio diventato indissolubile, che ci ha drogati e pervertiti: Il consumo-e-consenso. Non insisto su questo, ma è bene guardarsi allo specchio, stupidi  siamo tutti, chi più chi meno (e di più chi pensa di non esserlo). L’abbiamo dimostrato nei fatti: il nostro è un paese di un’immensa maggioranza omologata e conformista dove tutti si credono minoranza perché si aggrappano a tradizioni e identità di cui restano minimi echi, e a differenze fasulle, di consumi. (Le più indisponenti, per me, le “minoranze narcise”, gruppi e associazioni che riempiono la penisola reagendo al fatto di non contare niente con l’invenzione di carità pelose e divertimenti alternativi, ovviamente “culturali”…)

Un problema forte si presentava a Bonhoeffer e si presenta a noi: “il rischio di lasciarci spingere al disprezzo per gli uomini”.; al disprezzo per gli stupidi che credono di pensare con la loro testa e oggi, mettiamo, pensano con quella di Berlusconi e dei giornalisti, dei pubblicitari e dei guru, o anche degli “indignati” di una sinistra tutta di chiacchiera.

Disprezzando gli uomini cadremmo esattamente nello stesso errore dei nostri avversari. È un’impresa titanica, di questi tempi, e tuttavia irrinunciabile. Il segreto per riuscirvi sta nell’”imparare a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno” e qui dovrebbe essere, credo, la chiave del nostro lavoro. Non tagliare i fili e, anche se è una fatica di Sisifo, con i “vicini”, tentare sempre il dialogo, la comunicazione diretta essendo quella mediatica e istituzionale così fortemente corrotta. Per fortuna “è un’esperienza molto sorprendente, ma innegabile, che il male si riveli – e spesso in un arco di tempo inaspettatamente breve – stupido e incapace di raggiungerei suoi obiettivi”.

Per chi vuole essere meno stupido, nell’Italia stupidissima di fine trentennio, e per chi voglia aiutare gli altri a non esserlo, importa, per cominciare, riconoscere la propria parte di stupidità (complicità). Vale per tutti, ma soprattutto per coloro che si sono assunti o si sono trovati ad avere responsabilità minime o massime nei confronti della comunità, della collettività.

di Goffredo  Fofi,  Zone Grigie, III capitolo, Donzelli Editore

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