Quando non respingevamo

L’8 agosto ’91 è una data poco nota, eppure trattasi di un momento epocale: l’attracco, sul molo di Bari, della nave Vlora, il primo “barcone” di disperati, proveniente dalle coste albanesi, segnò l’inizio di una tragica epopea. L’Italia, Paese storicamente di emigranti, divenne terra d’immigrazione. Quegli uomini (circa 20 mila, perlopiù giovani) ricordavano i piroscafi carichi di veneti e calabresi, siciliani e piemontesi, che accalcati sul ponte piangevano e si abbracciavano vedendo spuntare tra le nebbie dell’alba la Statua della Libertà. Prevalse, allora, lo spirito dell’accoglienza: per di più quei disgraziati fuggivano dal “comunismo”, il “dio che aveva fallito”, e dunque godevano di una certa simpatia (Montanelli scrisse un’Ode per i nostri fratelli speciali).    Il crollo del Muro era avvenuto, a furor di popolo, il 9 novembre 1989, mentre la dissoluzione dell’Urss era imminente. Era cominciato il ventennio dei miracoli, quello che avrebbe dovuto portare pace, serenità e benessere nel mondo; le cose avevano preso un’altra piega, con la Guerra del Golfo, la prima di una serie infinita. Cessato lo scontro Est-Ovest, si definiva il contrasto Nord-Sud.    Lo squilibrio tra i più ricchi e i più poveri andò crescendo in modo esponenziale. Gli uni diventavano sempre più ricchi, e meno numerosi; gli altri, all’opposto, sempre più numerosi e più poveri. I migranti che premevano sull’Italia, spesso vista come mero territorio di transito verso più spirabili climi politico-sociali, erano i più poveri di quei poveri, pronti a sfidare non solo l’Adriatico, ma il Mediterraneo – destinato a diventare il più grande cimitero del mondo nel corso del ventennio – pur di tentare di sfuggire alla fame, alla guerra, alle carestie, alle malattie endemiche.    L’Italia si trovò nella bufera: crollo della Prima Repubblica, autodissoluzione dei due partiti egemoni, trionfo dell’antipolitica. Gli immigrati si moltiplicarono, e la nostra economia si modellò su manodopera a basso costo, non garantita, per tutta una serie di lavori dai quali i nostri connazionali rifuggivano, dalla raccolta della frutta alla pulizia delle strade o delle case. Le scuole in declino videro rialzare le iscrizioni grazie a bimbi neri, gialli, caffellatte, o biondo-pallido provenienti dall’Est.    I migranti furono presto italiani a tutti gli effetti, tranne che per la legge. E con l’ascesa al potere di una forza come la Lega Nord, che pure esprimeva gli interessi di zone del Paese dove più forte era il bisogno di immigrati, la politica dell’accoglienza divenne politica del respingimento. Si disegnarono norme oscene, che più volte incorsero in sanzioni dell’Unione Europea, i Centri di accoglienza divennero Centri di detenzione, dove ogni legge fu bandita, e a uomini in divisa fu concesso il permesso di sfogare le proprie frustrazioni contro quelle che erano considerate “non persone”. Oggi, celebriamo quel primo sbarco di massa, in un panorama che appare devastante: l’accoglienza è divenuta perlopiù parola grottesca, e i migranti sono un business finanziato dall’Europa (ecco perché Malta si rifiuta categoricamente di riceverli, e quelli che riescono a raggiungere l’isola sono trattati in modo a dir poco disumano), dietro il quale l’ormai famigerata Protezione Civile – un’istituzione che andrebbe semplicemente rasa al suo-lo e ricostruita con nuove regole e nuova dirigenza – gestisce, in sodalizio con enti e società di non chiara impostazione, affari miliardari. La politica del “rigore”, che mescola disprezzo delle norme europee, violazione dei diritti elementari, attitudini francamente razziste, nasconde un affarismo diffuso, a dir poco spregiudicato. I migranti sono divenuti merce utile elettoralmente, per quei partiti che istillano paura nell’opinione pubblica, nel tentativo di distoglierla dai gravissimi problemi del Paese e dalla grande e piccola delinquenza che la “governa”; ma i migranti ormai sono merce anche in senso proprio, economico. E mentre politici e commentatori si riempiono la bocca con l’ultima guerra “umanitaria” scatenata contro la Libia per “proteggere” la popolazione civile, quella stessa popolazione, per sfuggire ai suoi liberatori, si lancia in mare verso Lampedusa, e viene o respinta o, il che è forse peggio, salvata e collocata nei centri di detenzione, dove dopo “soli” 18 mesi di parcheggio forzato (che significa lucro per qualcuno e sofferenza per tutti gli altri), rispedita a casa. Tutto questo ci ricorda l’anniversario di quello sbarco sul molo di Bari. Ma dietro le retoriche delle celebrazioni, quanti proveranno a ragionare su che cosa significa il ventennio alle nostre spalle?

di Angelo d’Orsi

L’approdo dei 20 mila albanesi a Bari, a bordo della nave “Vlora”, l’8 agosto del 1991 (FOTO ANSA)

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