Come su una zattera

Dal punto di vista ambientale Lampedusa è un’isola particolare, è un ponte tra due continenti. Gioca lo stesso ruolo rispetto all’immigrazione: è un’isola di salvezza. Per questo motivo per noi è stato naturale occuparci dei migranti. Per anni con Legambiente ci siamo dedicati alla Riserva regionale e all’Area marina protetta, con la certezza di trovarci di fronte a un patto scellerato che so Stato ha fatto con l’Isola. Voi convivete con l’immigrazione, noi chiudiamo un occhio sull’abusivismo e lo smaltimento dei rifiuti. E così, da lampedusana, sono cresciuta con l’immagine della mia isola che sprofonda nell’illegalità. Un’illegalità che, per fare un esempio, ha permesso al Comune di affidare a un privato il servizio di noleggio degli ombrelloni alla spiaggia dei Conigli. Abbiamo risposto a quella che, secondo noi, è un’occupazione abusiva di un paradiso naturale fondamentale per la riproduzione delle tartarughe marine, distribuendo gratis ai turisti gli ombrelloni gialli di Legambiente. Perché le leggi che oggi vengono violate per gli ombrelloni, domani lo saranno per il cemento. La mia battaglia, per molto tempo, è stata combattere gli effetti di questo patto tra <Stato e privati, fatto in nome del profitto e alle spalle dei lampedusani prima, e poi, dei migranti. Nell’ultimo anno l’equilibrio è saltato, ma è chiaro che la causa scatenante non è stata la guerra in Libia. Lampedusa è diventata un laboratorio, in cui è stata creata ad arte un’emergenza umanitaria. Si è risolta in sessanta ore, questo vuol dire che si poteva risolvere prima. Noi invece abbiamo dovuto affrontarla per sessanta giorni: dal 9 febbraio al 6 aprile sull’isola sono passati 25 mila migranti. Siamo stati noi a garantire la loro sopravvivenza. Non avevano cibo, acqua, un posto dove dormire. In una grande città puoi tornare a casa e dimenticare la povertà e il degrado, ma qui è diverso. Qui la tua casa è l’isola. Da almeno quindici anni Lampedusa era un modello di accoglienza, grazie alle associazioni umanitarie veniva prestato il primo soccorso, gli immigrati venivano identificati, divisi tra profughi, donne e migranti economici, quindi trasferiti sulla terra ferma. Era un sistema che funzionava bene ed è stato interrotto apposta. Era un modo per parlare alla Tunisia e scongiurare la fuga. E per parlare alla Padania e dire: non vi preoccupate, non li facciamo arrivare al Nord. Maroni diceva di voler stringere accordi con la Tunisia e la Libia e intanto teneva migliaia di immigrati chiusi qui. L’isola della salvezza è diventata un’isola carcere e il degrado umano ha raggiunto livelli mai visti. Lampedusa ha sempre salvato la vita dei migranti, vivere qui è come stare su una zattera, quando qualcuno vuole salire non lo puoi respingere. L’emergenza  ha trasformato questo istinto naturale in un dovere etico. Gli annunci sensazionalistici fatti dal presidente del Consiglio, che ha promesso di creare un’isola felice fatta di casinò, porti franchi e campi da golf, nascondono il progetto di una gigantesca colata di cemento. Lampedusa non ha bisogno di liberalizzare le attività edilizie, ma di un piano regolatore che non ha mai avuto. Ci sono problemi concreti da risolvere, come lo smaltimento di tutti i barconi che sono arrivati negli ultimi anni. Si è già creato un business sommerso di tipo illegale. Il turismo è la risorsa principale dell’isola, ma un turismo ben diverso da quello immaginato da Berlusconi: La storia di Lampedusa dimostra che quando il potere è cinico non è necessaria una calamità naturale per mettere in ginocchio una comunità. Ma la politica non deve essere così disumana.

Storia 21, Giusy Nicolini

Storia raccolta da Michele Primi per la rivista “E”

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