Le mie ragioni su don Verzé

Gentile Direttore, nel 2005 Taranto era una città agonizzante, con una classe dirigente impresentabile, con apparati burocratici spesso corrotti e incompetenti, con sistemi di potere diffusamente infiltrati dalla malavita. Il Comune, la Asl, lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) erano autentici “buchi neri” e non solo dei rispettivi bilanci. Il più inquinato capoluogo del Sud era passato dalle gesta populiste di Giancarlo Cito alla finta modernità aziendale di Rossana Di Bello. Un disastro che porta Taranto al record del più importante dissesto finanziario dell’intera storia italiana. Sullo sfondo di queste miserie altre miserie, la povertà esplosiva di periferie in totale abbandono, l’ingorgo di ciminiere industriali mai monitorate e, per aria e nel mare, tonnellate di inquinanti di ogni tipo. Ecco Taranto. Una città appesa alle millanterie della peggiore destra italiana, ma anche una città malata, oppressa dai veleni e dalla paura, prigioniera della propria disperazione. Io ho impegnato l’azione della mia amministrazione su molti fronti: innanzitutto quello ambientale, imponendo all’Ilva una normativa drastica di riduzione delle diossine e dei furani, e poi una normativa anti-benzoapirene, portando i controlli a tappeto su tutto il territorio ionico.    La politica è stata per decenni il notaio degli interessi dei grandi gruppi industriali allocati a Taranto, con noi è cambiata la musica. Poi abbiamo dotato la rete sanitaria del Tarantino di infrastrutture e grandi macchine, perché la domanda di salute è particolarmente pressante laddove per oltre un secolo la città ha vissuto con l’amianto e con altri ingredienti funesti. Ma il ciclo della salute non può che essere, insieme alle bonifiche ambientali, una delle grandi linee strategiche di un diverso modello di sviluppo. Il punto è tutto qui. I due ospedali tarantini, il Santissima Annunziata e il Moscati, sono due strutture vetuste ed obsolete, del tutto inadeguate ad attrarre una domanda di ricovero e cura che è in costante fuga verso il nord e verso il circuito privato. Ricordo a me stesso che la mobilità passiva (e cioè i ricoveri fuori provincia) della sola Asl di Taranto costa alla Puglia circa 120/130 milioni di euro all’anno: come se ogni anno la mia regione regalasse un nuovo ospedale alla Lombardia. Per questa ragione abbiamo deciso di dotare Taranto di un ospedale pubblico di livello internazionale, un’opera di oltre 200 milioni di euro.

MA CHE COS’È un ospedale? E cos’è un ospedale connesso all’università e quindi alla didattica e alla ricerca? Forse qualcuno pensa che si tratti di disegnare delle scatole e poi di riempirle di tecnologie e di équipe sanitarie. Non è così facile. Un ospedale è un’azienda che deve durare nel tempo, deve cercare di nascere in sintonia con le migliori pratiche mediche, deve essere una struttura che conosce la realtà epidemiologica del proprio territorio. Si poteva affidare a un qualche ufficio tecnico locale la pratica del nuovo polo della salute? Diciamo che la fantascienza mal si concilia con la prosa amministrativa.

Abbiamo peccato nell’affidare al Centro ricerche dell’Università Bocconi la predisposizione del progetto preliminare? Io non credo. Potevamo scegliere di continuare a rattoppare i nosocomi esistenti? Certo, ma io penso che Taranto meritasse e meriti una risposta di radicale innovazione. Appunto: un polo della salute (cura, didattica, ricerca). Come lo facciamo? Qui entra in campo il San Raffaele di Milano, per una semplice ragione. Si tratta dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che occupa il primo posto nella classifica italiana degli Ircs. Si tratta dell’Università privata anch’essa saldamente in testa alla classifica della qualità. Cosa fa la Regione Puglia con il San Raffaele di Milano? Regala soldi a don Verzé? E io ignoro forse che don Verzé è amico del premier? Provo a rispondere. Noi non regaliamo un euro a nessuno. La struttura è pubblica, noi non abbiamo alcuna cointeressenza finanziaria col San Raffaele di Milano, il fatto che don Verzé sia amico di Berlusconi non cambia la classifica della qualità scientifica del polo milanese della salute. A me sta a cuore solo Taranto. Il San Raffaele è partner di una fondazione in cui la Regione Puglia è l’attore centrale e controlla la cabina di regia di questo progetto: questa fondazione ha la gestione sperimentale dello start up e dei primi 3 anni di vita del futuro complesso sanitario. Finita la fase sperimentale la Regione decide come proseguire.

NEL NUOVO ospedale ci sono gli stessi identici posti letto previsti dal piano di rientro per i due nosocomi attualmente funzionanti. I contratti che medici e infermieri stipuleranno saranno quelli del pubblico impiego. Ovviamente noi, di fronte all’attuale crisi del San Raffaele di Milano, abbiamo sospeso la pubblicazione del bando per la progettazione, in attesa che la situazione si chiarisca. Se il San Raffaele fallisce noi cercheremo un nuovo partner e andremo avanti. Comunque andrà Taranto avrà il suo polo ospedaliero nuovo e sarà una grande opera pubblica. Lo dico ai miei critici in buona fede: le scelte sono tutte opinabili, chi ha responsabilità pubbliche deve ogni giorno assumere decisioni. Spesso si può sbagliare. Don Verzé è un diavolo di prete e non è lui il mio riferimento spirituale né intendo fare affari con lui (anche perché io non faccio affari).

STO SOLO tentando di dare una grande chance a una città che ha troppo sofferto. Caro Direttore, approfitto della tua generosa ospitalità per una nota a margine. Da circa 30 mesi rispondo, quasi tutti i giorni, sulle brutte storie della sanità pugliese. Non mi sono mai nascosto dietro a un dito, non ho mai minimizzato la portata della “questione morale” anche nel centrosinistra. Ho sempre riconosciuto il mio errore di presunzione (chi lavora con me non può farsi neppure sfiorare da tentazioni diaboliche). Tuttavia, ho anche rivendicato la radicalità e la tempestività con cui ho reagito alle prime avvisaglie delle inchieste. Anzi, ho cercato di fare di più. Ho voluto una legge, l’unica che c’è in Italia, che scolpisce un percorso di formazione e selezione del management sanitario, lo affida a selezionatori indipendenti e di grande autorevolezza scientifica, lo sottrae al negoziato con i partiti. Se Dio vuole, abbiamo sfidato la cattiva politica.

di Nichi Vendola, IFQ

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