“Contro il degrado della televisione la cultura delle buone maniere”

Esce oggi in libreria “Divulgare il mondo”, in cui Corrado Augias conversando con Marco Allioni spiega la sua idea di televisione. Ne anticipiamo un capitolo

Della televisione farei tranquillamente a meno. E se anche devo seguirla per tanti motivi, in verità la guardo molto poco. Al cospetto della televisione il mio è d’altra parte il tipico atteggiamento di un uomo anziano che si è formato sui libri, che continua a vivere di libri, a scriverli, a leggerli, a segnalarli. Sono deformato da quello che ho fatto per tutta la vita, da questo mio mestiere in cui libri e televisione hanno sempre convissuto in mille modi diversi. In realtà, però, la televisione è uno strumento che, almeno da qualche decennio – e oggi con sempre maggiore evidenza – connota profondamente, nel bene e nel male, la nostra società. Farne a meno non si può, e ignorarla è del tutto chimerico. Il suo “male” – se così vogliamo chiamarlo – non è d’altronde il mezzo in sé, ma il suo livello degradato.

UN LIVELLO che, come sappiamo, è dovuto alla rincorsa di un ascolto facile, all’esigenza di fornire sapori sempre più intensi, a quella catena micidiale legata all’aumento dei prezzi degli spot, che sempre di più connota non solo le televisioni commerciali ma anche la Rai. Con l’aumento dei canali di trasmissione – il satellite, il digitale terrestre, le nuove forme via internet – le cose stanno finalmente cambiando. […] Naturalmente in una televisione o in un canale televisivo che per vocazione, per istituto, per interesse immagina se stesso rivolto alla generalità delle persone, il prodotto offerto deve convogliare il massimo possibile di ascoltatori, e quindi adattare il proprio livello comunicativo al più vasto pubblico. Ma quali sono le offerte che potenzialmente raggiungono l’uditorio più ampio? Ovviamente il sesso, l’alimentazione, le eccentricità e – per quanto non ci siamo ancora arrivati – le depravazioni. Ovvero tutta quella gamma di temi che corrispondono agli istinti elementari degli esseri umani e su cui, pur cercando di non violare il codice penale, ma spesso rischiando di incorrervi, si insiste fin troppo. In queste condizioni la domanda diventa: da un tipo di televisione degradata del genere come si esce? E la risposta è quella che suggerivo prima: soltanto con i canali specializzati. […] Nella posizione in cui mi trovo, determinate limitazioni sono imprescindibili. Quindi, cosciente di dovermi rivolgere a un uditorio indifferenziato – nel quale oltretutto c’è chi condivide, ma anche chi non condivide certe idee – credo sia mio dovere quello di affrontare le questioni con il massimo garbo possibile, pur senza nascondere, altrettanto garbatamente (spero), il mio punto di vista. La domanda essenziale diventa allora: come mediare tra le due cose? Come conciliare la posizione personale con le esigenze imposte dal mezzo?

COME TENER conto del rispetto nei confronti dell’uditorio che si ha di fronte senza tradire il senso del programma e i temi che si affrontano? […] Anche quando so di essere perfettamente d’accordo con l’ospite che mi sta di fronte, quindi, tendo a porgergli domande garbatamente ostili, in modo che, dall’attrito che ne nasce, possa scoccare una scintilla che consenta di andare maggiormente in profondità. In realtà poi la maschera si vede. E si vede anche la realtà, sotto la maschera: nessuno è nato ieri. Ma l’importante è che non si crei l’idea della pastetta, della complicità, dell’accordo fra intervistatore e intervistato: per cui, anche quando si tratta di amici, durante i miei programmi ai miei ospiti do sistematicamente del lei. Dunque la situazione è questa: c’è un professionista che ha davanti a sé una persona di cui vale la pena ascoltare il parere, e si rivolge a lei con la massima cordialità possibile – poiché quello che intendo per garbo televisivo è anche il rispetto delle forme – come si parla a un estraneo o a qualcuno che ha riflessioni significative da proporre. E cerca di carpire il massimo di informazioni possibili, anche contestandola. Un esempio? Prendiamo il caso di Piergiorgio Odifreddi. Personal-mente sono d’accordo su buona parte delle cose che Odifreddi dice. E tuttavia non sono d’accordo sul suo accanimento contro determinate posizioni, che risulta spesso controproducente. Il suo bel libro Perché non possiamo essere cristiani è per esempio inficiato, dal fatto che in una delle prime pagine Odifreddi faccia risalire l’etimologia della parola francese “chrétien”, cioè cristiano, a “crétin”, cretino, per cui “cristiano” equivarrebbe a “cretino”. No, io credo che si tratti di un’ingenuità. (…) ed è questa la ragione per cui parlavo prima di accanimento controproducente. Questo mi pare, dunque, un esempio di cattiva comunicazione. […]

di Corrado Augias, IFQ

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