Un Degrado senza colpe

Transessuale non significa puttana. È questo il passo avanti, secondo l’ex parlamentare Vladimir Luxuria e secondo Paola Concia, membro della Commissione Giustizia, della sentenza depositata da poche settimane che assolve con formula piena i gestori del club erotico capitolino Degrado. Emessa da un collegiale composto da tre giudici donne, non ha ombre visto che la non colpevolezza è stata richiesta dalla Procura stessa. Stiamo parlando, tra gli altri, della transessuale “Carla” e di Klaus Mondrian, in politica con i Radicali e poi con Rifondazione comunista, oggi direttore artistico della galleria d’arte romana Mondrian Suite e del primo locale “no-gender” italiano, il Gender, aperto nel 1998. L’accusa era infamante: associazione a delinquere, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

Da lì la chiusura del mitico Degrado, nel cuore del pittoresco quartiere Pigneto, che Mondrian dirigeva come sorta di spin-off del Gender, e con lui Carla, presidente dell’Associazione culturale omonima. “Una sentenza in linea con le attuali trasformazioni sociali – dichiara Luxuria, tra i testimoni. Credere di bloccare il processo evolutivo in atto riguardo ai diritti civili è come voler fermare il vento con le dita. Se è successo a New York può succedere ovunque, si tratta solo di continuare a combattere e aspettare che l’indifferenza e gli egoismi di chi i diritti ce li ha diventino logori per fare spazio a una comunità regolata da leggi più giuste, che riconosca ogni suo cittadino come persona di serie A”. L’inchiesta partì nel 2007 per ordine di Paolo Auriemma: “Indagavamo – spiega il Pm – sul traffico di transessuali, in particolare brasiliani”. La storia è questa: i Carabinieri scoprono che una delle trans brasiliane oggetto di indagine vive con Carla, presidente dell’Associazione Officina Degrado. Da lì l’attenzione sul locale, circondato di violente scritte sui muri e odiato dagli abitanti del quartiere, esasperati dai viavai notturni. I Carabinieri si infiltrano e scoprono dark room per consumare rapporti sessuali, proiezioni di film porno, ma poco altro. Immaginano che possa esserci richiesta di soldi in cambio di prestazioni e arrestano Carla (arresto immediatamente annullato dal Tribunale del Riesame per mancanza di indizi).

IL PROCEDIMENTO pena-le intanto va avanti: contro Carla, Mondrian, l’addetto alla vigilanza esterna del locale, un altro socio di Officina Degrado e perfino un barbone che abitava in una vecchia auto lì davanti scambiato per un complice. Dopo vari testimoni, tra cui Luxuria – che nel frattempo aveva presentato un’inchiesta parlamentare – ne arriva uno chiave: “Pietro Ranieri, abitante del quartiere – racconta Alberto Misiani, uno degli avvocati difensori – dichiarò candidamente in aula, per dimostrare la sua esasperazione, di aver preso, una sera, una testa di maiale appena macellata e di averla appesa alla porta del locale. Questo ci dette la misura della transfobia. “Questa sentenza è un importante passo avanti – dice Paola Concia, relatrice della legge contro l’omofobia e la transfobia – soprattutto perché interrompe lo stigma trans uguale prostituta che, ricordiamolo, è proprio quello che impedisce a queste cittadine di trovare un regolare lavoro”. Con la Concia anche Klaus Mondrian: “Apprezzo molto il suo lavoro. Ha presentato una legge ad oggi ancora inascoltata, ma importantissima. Se anche da noi passasse la “Piccola soluzione”, come è chiamata in Germania dove è in vigore, forse potremmo riscattarci dalle umiliazioni del Bunga-Bunga.

QUESTA legge prevede la possibilità di cambiare la propria identità anagrafica anche senza cambiare sesso. Il problema è che in Italia molte trans si operano per adeguare lo stato civile: è molto umiliante sentirsi chiamare Pasquale in banca, nonostante una gonna, con tutti che sghignazzano. E stiamo parlando di un’operazione complessa, che può creare conseguenze ambivalenti e anche danni, se il percorso psicologico non è profondo o se si perde il godimento”. Mondrian lancia una sfida a Tremonti: “Se trasformasse le nostre associazioni culturali in società a fine di lucro, ricaverebbe fino a 3/400 milioni l’anno. Ma il problema è che i locali diventerebbero pubblici e visibili, con insegne luminose, lavoratori regolari, possibilità di farsi pubblicità. Cosa vietata alle associazioni. Da parte nostra, trovo assurdo che una persona, se vuole frequentare un club no-gender, deve farsi schedare da una tessera. E’ una limitazione della libertà individuale motivata dai comportamenti sessuali.

Ma l’interesse è l’opposto, farci vivere nella semi-clandestinità, in situazioni fragili e controllabili, in modo da poterci fare chiudere in un batter di ciglia, anche solo per una tessera mancata. Lo sapete che se un’associazione locale non si affilia a una delle grandi associazioni nazionali riconosciute dal Ministero dell’Interno non può per esempio avere la licenza per il bar? Io credo che sia proprio la semiclandestinità a provocare tensioni nei quartieri: costruttori e agenzie immobiliari, per esempio, considerarono il Pigneto svalutato del 30% dal Degrado che, se fosse stata una discoteca pubblica, magari non avrebbe causato alcun fastidio”. Forse, trovandoci nel paese dove vengono uccise più trans al mondo, occorre rileggere le parole del regista Carmine Amoroso (tra i testimoni al processo) che del Degrado aveva scritto, su una testata internazionale, essere patrimonio da considerarsi dell’umanità per la capacità, nel nome stesso, di rappresentare la riappropriazione di una calunnia. Come dice Luxuria: “La sessualità libera, adulta e consenziente deve essere rispettata nella sua dignità e non scambiata, nei casi di sessualità non convenzionali, per uso mercenario del corpo e dell’affettività”.

di Eugenia Romanelli, IFQ

Se il trans si chiama desiderio
La transfobia – se non esiste già, coniamo questo simpatico neologismo – è veramente un cimitero degli elefanti, poiché neanche la destra più retriva si sognerebbe di mettere in discussione la pregnanza antropologico-culturale del mutamento di sesso. Basta guardare e non tapparsi gli occhi cor guanciale de noantri. A parte la vera esplosione di energia alternativa, persino dentro Roma (basti ricordare Vladimir Luxuria e la Mucca assassina), chiede stato civile qualcosa che affiora nei nostri anni, ma con blasoni d’antichità. Bigotti e benpensanti sempre avversi: «Ner ’68 quelli de sinistra voleveno che annassi contro mi’ padre, ma io ’n ciavevo gnente contro mi’ padre!» (sentito con le mie orecchie da un ex militante del Fronte della gioventù).
Siamo in attesa, nella prossima stagione, del film Danish girl, in cui Nicole Kidman si cimenterà con la storia del primo trans, il pittore danese Einard Wegener, che cambiò sesso nel 1931. Il cinema si appropriò di trans famosissimi come Coccinelle, con esiti artistici non sempre esaltanti: Alessandro Blasetti la impiega come fenomeno da baraccone nel film-documentario del 1958 Europa di notte, descritto così dallo stesso regista: «uno spezzatino di documentari ammucchia-ti in chissà quale guazzabuglio o padellone filmico». Coccinelle (che al secolo altri non era che un tal Jacques) si produce in titoli emblematici come I dongiovanni della Costa Azzurra e – persino – Il pelo del mondo.
Caso esclusivamente mediatico quello della notissima Christine Jorgensen (pure lei tal George William) per cui il New York Daily News produsse il famoso titolo: Ex soldato diventa bella bionda (1952).    Venendo ad anni più recenti, e a parte il solito Almodovar, che del travestito è vessillo, va segnalato che il tema dell’ambiguità sessuale genera veri e propri capolavori, come M. Butterfly (1997) di David Cronenberg. Particolare curioso, il protagonista bifronte del film (assieme a Jeremy Irons), John Lone, era il perfido antagonista di Mickey Rourke ne L’anno del dragone, capo della mafia di Chinatown. Se consideriamo che si è molto vociferato sul fatto che il regista del film, Michael Cimino, avesse cambiato sesso, la coincidenza non è male.

di Luca Archibugi, IFQ

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